Space:1999 Fiction Archive

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L'occhio ardente di Mbatian

Authors: Michele Tetro
Categories: Horror
Episodes: Set during Dragon's Domain
Show Year: Y1
Rating: PG
Date: 2009
Tony Cellini e il mostro, un solo essere. Il legame con la creatura, l'amore per Monique Bouchere, l'amicizia con John Koenig ed Ngaia per l'ultima avventura del comandante della Missione Ultra.

This story is in Italian.Click here to read the English translation.
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Nota dell`autore


Il romanzo che vi apprestate a leggere ha la sua derivazione, come molti degli appassionati italiani di Spazio: 1999 sanno, da un breve racconto intitolato Adagio che è stato bene accolto dalla comunità di fan, tanto da eleggerlo vincitore al primo concorso letterario organizzato dal club "Moonbase 99" in occasione della terza convention nazionale italiana dedicata alle creazioni di Gerry e Sylvia Anderson, "Moonbound III", che si è tenuta a Modena nel 2002. La sua prima apparizione era però avvenuta sul sito internet di Spazio: 1999 creato da Marco Vittorini, nella sezione Fan Fiction, ed è stato il primo di una serie di racconti ispirati alle avventure della Base Lunare Alpha da me scritti. Sebbene in origine il racconto breve fosse concepito come auto-conclusivo, nonostante terminasse proprio dove poi sarebbe iniziato l'episodio Il dominio del drago, già nell'atto dello scriverlo avevo pensato a numerose situazioni inerenti la tragica odissea di Tony Cellini che poi non avevo utilizzato. Con la lieta possibilità offerta dai Log annuali dedicati a Spazio: 1999, ideati dal vulcanico Marco, che consentono finalmente la lettura di nuove avventure inedite con protagonisti gli abitanti della Base Alpha, si è quindi presentata l'occasione di poter riprendere il breve racconto e lasciarlo naturalmente maturare nella sua più consona dimensione di romanzo. A sollecitarmi nell'impresa è stato ovviamente il buon Vittorini, con il suo tipico modo di fare sottilmente persuasivo, che ha sempre suscitato in me una doppia reazione: quella di strozzarlo prima per la sua insistenza ipnotica, e di ringraziarlo poi per lo stesso motivo. La nuova versione di Adagio mantiene inalterata la concezione del mio approccio alla saga di Spazio: 1999, cioè una totale adesione al canone, limitatamente alla Prima Stagione e con pochi accenni alla seconda, più che altro nominali, e il tentativo di risolvere le incresciose e spesso imbarazzanti incongruenze della serie (contraddizioni, bloopers, errori scientifici, continuity e quant'altro), il tutto partendo dal punto di vista psicologico dei protagonisti. Ciò detto, riconosco che nella versione lunga di Adagio, per esigenze drammatiche, ho dovuto regolarmi per alcuni particolari in modo un po' più "libero". Nulla di troppo vistoso, faccio l'esempio della moderna accetta che Cellini utilizza per l'ultimo confronto con il mostro, che tra l'altro rappresenta un curioso interrogativo (che ci fa un'ascia su un'astronave?), da me risolta come il dono di uno sciamano Masai durante una vacanza in Kenya dell'astronauta, e altre cose simili. Chiunque si cimenti nell'avventura dello scrivere nuove vicende ispirate al mondo di Spazio: 1999 può usare due tipi di approcci: quello libero e quello vincolato (ovviamente al canone della serie). Per il primo non ci sono problemi, se si è bravi si può pure fare incontrare in modo attendibile John Koenig con Alien, Predator o ET, intrigando e divertendo i lettori. Ma sono asteroidi acidi, se si sceglie il secondo... perché bisogna giustificare tutto ciò che nei telefilm risulta contraddittorio, non detto o semplicemente sbagliato, cioè almeno il 70%. Bisogna spiegare le cose su cui non ci soffermeremmo guardando il telefilm, i bloopers, i non-sense. Si può aver difficoltà a fare aprire una porta, a giustificare una frase detta nella puntata e palesemente idiota, a spiegare dove Tony cambi il pigiama con l'uniforme nel breve tempo intercorso da che Koenig lascia il Centro Medico per la Main Mission (è tornato nel suo alloggio? Helena ha tutine con maniche colorate in un armadio del suo ufficio? Ha nuovamente aggredito Carter per sottrargli braghe e casacca?). È un lavoraccio infame, ma va fatto, senza tante storie. Spero vivamente di esserci riuscito, almeno in proporzione. Ho leggermente anticipato l'uscita del film Spiriti delle tenebre e retrodatato al 1993 la scoperta di Sedna, che alcuni considerano il decimo pianeta del Sistema Solare ma che sarebbe più corretto definire semplice planetoide. Il racconto di Howard Phillips Lovecraft L'abitatore del buio, citato più volte nel romanzo assieme a molti altri rimandi lovecraftiani, può essere trovato nel volume H. P. Lovecraft, Tutti i racconti 1931-1936, a cura di Giuseppe Lippi, Mondadori 1992. I nomi di battesimo di alcuni personaggi, tra cui quello dell'Alto Commissario Dixon (Farnsworth) e di qualche astronauta sono inventati, in mancanza di ulteriori dati originali. A questo proposito devo spendere due parole sui nomi degli agenti del servizio di sicurezza sovente visti in coppia nella prima serie di Spazio: 1999, che rivestono una parte non marginale nel romanzo: si tratta ovviamente del vigilante di colore e del suo collega (di volta in volta visto con capelli corti, lunghi, con barba e senza) che le novelization dei singoli episodi chiamano rispettivamente N'Dole e Irwin. La visione dei telefilm e successive ricerche hanno causato un bel po' di confusione sui reali nomi dei due (ad esempio, sul casco di N'Dole in Destinazione obbligata: Terra si legge il cognome Glinton o Quinton e nel medesimo episodio sembra che Irwin si chiami Tony, sul casco di Irwin in un altro episodio si legge Allan e N'Dole viene chiamato Pierce in Archanon). Ho dovuto perciò fare una scelta: dal momento che i due compaiono in altri miei racconti di Spazio: 1999 e avendo da tempo memorizzato le loro facce con i cognomi N'Dole (efficace e plausibile in un uomo di colore) e Irwin, ho stabilito di chiamare l'uno Pierce N'Dole e l'altro Derek Irwin... ma sono sempre loro, gli "attenti a quei due" più volte apparsi in coppia nella serie. La descrizione degli ambienti, oltre ad essere basata sulle originali scenografie dei telefilm, rispecchia anche le ricostruzioni ad opera di Marco Lotti e Roberto Baldassari (che ringrazio in particolare per i dati sulla nave Ultra). La vurella, il drink preferito di Tony Cellini, è una mia invenzione, la sua composizione è top secret. (MT)

Introduzione - Ritorno dal passato

di Gianni Garko

Michele Tetro ha scritto un romanzo di fantascienza affascinante e complesso, fondato su conoscenze aggiornate di astrofisica, di psicoanalisi freudiana, di antropologia, botanica, storia dei voli spaziali, filosofia delle religioni. Libro d'avventure condotto con tale maestria che subito, dalla prima citazione in testa di pagina, mi ha incuriosito e via via appassionato e conquistato alla lettura. Una scoperta. Di un autore. Di un genere, da me poco frequentato, che mi porterà inevitabilmente ai racconti del suo ispiratore, H. P. Lovecraft.

Il sorprendente autore di L'occhio ardente di Mbatian, ricreando il Tony Cellini del 1974, da me interpretato nel Dominio del drago, mi ha regalato un inaspettato ed emozionante ritorno dal passato.

L'attore è in un certo modo il personaggio che interpreta, una questione di simbiosi. Anthony Cellini sono io, in senso assoluto. Il lettore si immedesima nel protagonista, ma l'attore che lo interpreta si trasforma, assume le sembianze e lo spirito dell'eroe. Lo stesso effetto d'invasione tra il demone Mbatian e la sua vittima. Quest'inquietante risucchio, questa magia del due in uno mi hanno accompagnato dalle prime parole del romanzo fino al suo tragico ed ottimistico epilogo.

Mi spiego: io non ho semplicemente letto il romanzo di Michele Tetro, l'ho vissuto nella mente e nel corpo di Tony Cellini, quale io sono stato e sono ritornato ad essere... l'Autore, come uno scultore della classicità, muovendosi rigorosamente entro il canone prestabilito di Spazio: 1999, ha stagliato una forte figura di eroe nella magmatica materia della sua epopea spaziale ed io, Gianni Garko, senza alcuna remora, ne ho assunto, ingoiato le sembianze, attivando quel processo di transfert reciproco, chiave di volta del rapporto tra attore e testo da rappresentare.

E' stata una lettura molto egocentrica, me ne rendo conto, e scrivendo questa breve presentazione mi sento ancora sotto l'influsso della sua fascinazione ipnotica.

Un romanzo, per altro, ricco di combattimenti feroci, di sismi catastrofici ma che alla fine riscatta il suo eroe inducendolo, per amore, alla rinuncia di un ultimo gesto di violenza. Anthony Cellini sceglie la propria estinzione, mosso dal vero desiderio di andare oltre la vendetta, oltre il dolore personale .

Grazie Michele!

Prima di concludere, rispondo alla tua domanda tecnica: "Che ci fa un'ascia in un'astronave?" E' l'arnese che, con l'estintore e la coperta antifiamma, veniva collocato negli edifici inglesi, per gran parte costruiti con pareti divisorie in legno. L'ascia dell'astronave di Tony Cellini è la stessa che, entrando nei londinesi studi cinematografici di Pinewood, vedevo appesa alla parete di ogni ingresso. Dettaglio di arredamento antincendio, da cui un buon britannico non può mai derogare, neppure in un veicolo spaziale.

Quanto al nome Cellini, lo suggerii io stesso allo sceneggiatore, per giustificare il mio accento tutt'altro che "British".

E per finire io credo, come il professor Bergman e Tony Cellini, nella continuazione della vita sottoforma di energia... nel principio vitale... nella forza misteriosa che è la fonte dell'esistenza, matrice di ogni cosa, la parte più indistruttibile, incorruttibile, pura di noi... Parole che sono la descrizione esatta della meravigliosa legge buddista del Sutra del Loto, annunciata da Buddha Shakyamuni e diffusa nel mondo dalla Soka Gakkai (Società per la creazione del valore), affinchè ogni essere vivente possa ottenere la felicità in questa esistenza e buone circostanze nella prossima.


L'OCCHIO ARDENTE DI MBATIAN

Romanzo di Michele Tetro, tratto dal suo racconto breve Adagio, ispirato dall'episodio Il dominio del drago di Christopher Penfold.


PARTE PRIMA
AFRICA


1. La Montagna della Grandezza

In certe cose antiche c'è una traccia
di qualche strana essenza situata
oltre la forma e oltre la materia (...)
Quell'arcano splendore m'avvicina
alla massa immutabile che il tempo
chiude nei suoi confini.

H.P. Lovecraft, Fungi From Yuggoth, XXXVI


L'inizio... l'inizio di tutto. Ogni cosa ha il suo inizio. Anche il mio incubo personale, con cui convivevo ormai da cinque anni. Quando, quale e dove è stato l'inizio di tutto per me? V'è stato davvero un inizio? Oppure ogni cosa, ogni singolo dettaglio della mia esistenza, ogni mia scelta di vita, ogni mia azione ha portato inderogabilmente al volo fatale dell'astronave Ultra, come se il mio destino fosse stato rigorosamente predeterminato? Ma da chi e perché? Sono domande futili, lo so, non v'è risposta per loro. Consciamente, io, Anthony Cellini, astronauta, unico superstite della Missione Ultra e custode di una terrificante storia cui nessuno può credere, posso individuare l'inizio di tutto nel mio incontro con Ngaia il Masai, avvenuto nell'ottobre 1995 in Kenya, durante la vacanza-premio che la World Space Commission offrì a me e al mio collega Michael Donovan. Sì, tutto è cominciato laggiù, in Africa, o forse addirittura in precedenza, con la lettura di quel racconto di H. P. Lovecraft... ma se davvero, in qualche modo, il tutto fosse stato stabilito prima da chissà quale imperscrutabile volontà, è un qualcosa che si estende oltre la mia capacità di raziocinio, qualcosa su cui non posso ragionare... a che servirebbe, comunque? Questo è il mio diario mentale, che ho progressivamente aggiornato, e continuo a farlo, di tutti i fatti, le situazioni e l'evoluzione degli avvenimenti che hanno come centro il mio incontro con Mbatian, l'occhio ardente dai molti bulbi...


"Ti prende proprio dentro, Mike!", gridò Anthony Cellini, tenendosi saldamente aggrappato al tubolare che reggeva anche la griglia dei fucili sul retro della grossa jeep, lanciata in velocità attraverso la piatta savana kenyota. L'aria calda scompigliava i suoi capelli corti, il cappello con la banda di leopardo gli era ricaduto sulla schiena, trattenuto dal laccio al collo.

"Cosa... cosa stai blaterando?", La voce che gli rispose era malferma e apparteneva ad un uomo dall'aspetto ben piantato ma al momento poco florido, pallido in viso per non dire proprio cereo, seduto scompostamente su un sedile ballonzolante, ben poco propenso a godersi il vasto panorama africano che si estendeva tutt'intorno a loro.

"Ho detto...", rispose Cellini, sedendosi con aria soddisfatta accanto al compagno, "... che ora capisco esattamente cosa vuol dire essere contagiati dal mal d'Africa!"

"Mal d'Africa? Sarà bene quel che sto provando io, Tony!", l'uomo pallido e sudato ebbe un singulto, che riuscì a modulare in un greve rutto, "Dio... ho lo stomaco tra i denti, per la guida dolce di quel pazzo di autista!"

Tony Cellini scoppiò a ridere, dando una pacca sul ginocchio dell'amico: "Avanti, Mike! Ti stai perdendo il meglio... ma guarda che paesaggio stupendo! Mai visto tanta luce, tanto spazio aperto e incontaminato... senti che odore particolare ha quest'aria!"

Michael Donovan sentì invece una fitta allo stomaco, che gli fece assumere una colorazione verdastra: "Tony... ho ancora nel naso quel terribile fetore di carogna decomposta... credo che vomiterò un'altra volta, fa' rallentare 'sto trabiccolo, presto!"

Donovan si girò repentinamente oltre l'orlo della vettura, infilando la testa tra i tubolari e dando violentemente di stomaco oltre il parapetto. Cellini, nascondendo un sorriso comprensivo sul volto abbronzato dal sole del Kenya, fece un segno al terzo uomo seduto di fronte a loro, un piccolo indiano dal fez giallo e dal candido dothi che non aveva smesso un attimo di sghignazzare di fronte alle sfortune dell'occidentale in preda ai crampi. "Kubal, come vedi l'uomo delle stelle non si sente troppo bene. È meglio fermare la jeep per un attimo".

"Subito, Cellini sahib!"

La guida si aggrappò all'intelaiatura esterna del mezzo, sporgendosi verso la cabina e urlando qualcosa all'autista di colore, che rallentò immediatamente fino a fermarsi, sterzando bruscamente e sollevando una nuvola di polvere. Donovan rimbalzò su e giù, picchiando la testa fra i tramezzi del veicolo, cimentandosi in conati da competizione, frammisti da colorate bestemmie troncate a metà.

"Okay, amico, sfogati pure, ora", disse allegramente Cellini, "Comunque, te lo avevo detto di non ingozzarti a colazione e di tenere un cappello in testa, con questo sole implacabile".

Kubal sogghignò, divertito: "Donovan sahib non porterà un buon ricordo della giornata, questo è certo". Il piccolo indiano trasse di tasca una noce di arecca, avvolgendola in una foglia di betel e ficcandosela in bocca.

"No, Kubal, vedrai che appena si sarà rimesso riuscirà ad apprezzare anche lui questo luogo magnifico. E dire che è un astronauta dei più coriacei... chissà il tuo silenzioso amico cosa starà pensando di noi?", indicò il quarto passeggero della vettura, seduto immoto sull'ultimo sedile. Era uno splendido esemplare di discendente Masai, alto e snello, dalla pelle quasi nera e lucente, vestito solo di un rosso drappo annodato alle spalle come un'antica toga, chiamato dagli indigeni lubega, fornito di una lunga lancia di ferro stretta nelle mani, di una specie di daga legata al fianco e di una sorta di scure rivestita di pelle animale. Il suo viso immobile, un ovale d'ebano dai tratti molto fini che ricordava a Cellini quello di certe raffigurazioni egizie viste sulle pareti dei templi di Luxor, sembrava non rivelare alcun emozione, quasi fosse scolpito nella notte stessa. Per tutto il tragitto dal villaggio non aveva aperto bocca ma aveva intensamente scrutato i passeggeri americani, in particolare Tony Cellini, le labbra sottili perennemente atteggiate in una specie di fermo sorriso appena accennato.

"Cellini sahib, non ti preoccupare. Ngaia è molto orgoglioso di accompagnare voi uomini delle stelle in questo safari", assicurò, masticando rumorosamente la noce di arecca e sputando subito dopo un osceno bolo di saliva rossastra. Donovan si era voltato giusto in tempo per vedere quell'atto poco fine, ritornando immediatamente in preda alla nausea e sporgendosi oltre il traliccio dell'auto.

"Accelerazioni G, addestramento avanzato sui nuovi prototipi di Aquila in servizio tra Terra e Luna e guarda qui... due scossoni nel terreno e rimette anche l'anima! Forza, Mike, forza, che la giornata è tutta da godere!", esclamò divertito Cellini.

"Andate affan...", farfugliò a stento Donovan, ma il resto della frase si perse in un greve rigurgito. Cellini tornò a rivolgersi al minuto indiano: "Senti, Kubal, vorrei manifestare la mia gratitudine a Ngaia per averci permesso di attraversare i territori del Rift per questo tour. So che qui non si è mai spinto nessun turista e che quest'area appartiene alla sua tribù ma il suo laibon ha concesso solo a noi di avventurarci fin quaggiù..."

"Cellini sahib, non dartene pensiero", assicurò Kubal, "Si è già provveduto a pagare l'hongo, il permesso di muoversi in queste zone, ai suoi moran, e per i Masai è un grande onore che l'uomo delle stelle calpesti la loro terra. Porterà loro bene, potranno raccontarlo attorno ai fuochi... grande, grande onore. In realtà, Cellini sahib, voi stessi rappresentate ciò che i Masai hanno chiesto per l'hongo. Uomini delle stelle, che camminano sulla loro terra!"

"Hai sentito, Mike?", Cellini si rivolse all'amico prostrato dai crampi, "Non è che stiamo facendo proprio una bella figura, noi uomini delle stelle".

Donovan si era faticosamente sollevato, intontito, aggrappandosi sui tubolari della jeep scoperta, e cercava di muovere qualche passo senza perdere l'equilibrio, aiutato da Cellini e Kubal. "Non sono stato mai così male, Tony... il puzzo di quella carcassa di zebra sventrata e imputridita in quel cespuglio mi è rimasto attaccato addosso..."

Ngaia si alzò con movimento fluido, avvicinandosi silenziosamente ai tre uomini, porgendo loro una piccola zucca che teneva legata in vita. Pronunciò alcune parole nella sua lingua, che Kubal tradusse subito: "Ah, Donovan sahib, tu bevi questo intruglio, senza darti troppo pensiero, così starai subito meglio".

Ngaia aprì la zucca e Donovan intravide una disgustosa poltiglia rossastra che gli riportò immediatamente la nausea: "Ah no, via questa robaccia da sotto gli occhi, ma cosa volete da me?"

"No, Donovan sahib!", lo redarguì un po' rudemente l'indiano, "Tu non rifiutare mai ciò che ti viene offerto da un Masai! Ingoia d'un fiato e poi pensa a come sdebitarti, con un regalo per Ngaia".

"Per le stelle, questo è troppo, Tony, dì qualcosa...". Ma Cellini aveva capito dal tono di voce di Kubal che non era il caso di farla troppo lunga e così troncò di netto le proteste dell'amico: "Mike, meglio se chiudi gli occhi e butti giù... non possiamo correre il rischio di offendere il nostro ospite, no?"

"Offendere... Oh, Cristo... ma poi cos'è 'sta pappetta rossa, io..."

"Dai, bevi senza fare storie!". Cellini spinse la zucca sulle labbra dell'astronauta, che trangugiò il contenuto con una smorfia tragicomica di disgusto, "Oh, diavolo, è fin peggio di quanto... neanche scende in gola, 'sto schifo!"

"Bene, Donovan sahib," sorrise Kubal, "Ben fatto. Ora io posso dirti che adesso tu starai per poco tempo molto male ma poi ti sentirai meravigliosamente bene!"

"Con questo che vuoi dire?", Donovan strabuzzò gli occhi, allarmato, "Ma che razza di veleno mi hai fatto ingoiare?"

"Non so esattamente neppure io", rispose con fare furbesco Kubal, "Un miscuglio di fango di fiume, principalmente, sangue caprino e altre cose..."

"Fango di fiume?", trasecolò Donovan, "Tu sei pazzo! Ci resterò secco, ho visto animali morti trasportati dalla corrente dei vostri sozzi fiumi sporchi, ma in che dannato posto siamo finiti? Io me ne voglio tornare al villaggio, ne ho abbastanza di tutto questo... questo... un momento. Che mi sta succedendo?"

Donovan si irrigidì, guardando nel vuoto. Ngaia pronunciò altre parole nella sua lingua dai toni quasi musicali, che Kubal tradusse subito: "Dice di lasciare Donovan sahib qui, seduto dietro la jeep, assieme all'autista, e di non preoccuparci per lui, presto starà bene. Vieni, Cellini sahib, scendiamo a terra".

Donovan li guardò saltare dal mezzo, con espressione spaventata: "Mi sento... mi sento... ehi, dove andate, voi? Aspettatemi... Oddio!". Fece appena in tempo a mettere piede sul suolo della savana quando di colpo si piegò in due, quasi l'avessero colpito in pieno nello stomaco. Crollò a ridosso di un pneumatico della jeep, in preda a violentissimi conati.

"Un momento, Kubal", si preoccupò Cellini, trattenendo il piccolo indiano, "Ma sei sicuro che dobbiamo lasciarlo qui? Non mi pare stia affatto bene".

"Ora sì, ma presto starà bene. Io ho già visto altre volte l'azione del fango rosso... fidati, Cellini sahib, il tuo amico si riprenderà presto. Resta qui con l'autista Ahmed, poi raggiunge noi. Vieni, guarda". L'indiano afferrò l'astronauta per la manica, inducendolo a voltarsi controvoglia. Ma lo spettacolo che si parò davanti agli occhi di Anthony Cellini era di tale portata da mozzare il fiato e assorbire tutta la sua ammirata attenzione.

Davanti a loro si estendeva la savana, la vera savana africana, sotto una volta azzurra senza nubi, una serie di pianure avvampanti di giallo e ocra, con rade boscaglie cespugliose di nyika, che probabilmente celavano gli elefanti stanziali, su cui svettavano imponenti baobab dalle gigantesche ramificazioni. In lontananza erano perfettamente visibili branchi di antilopi e di zebre in libertà, segno che non v'erano leoni nei paraggi, che verso l'orizzonte interrompevano i miraggi di pozze d'acqua e di onde di calore che si propagavano verso l'alto. Ma la visione più impressionante era quella del massiccio montuoso che si stagliava azzurro nell'azzurro, la colossale montagna dalla vetta brillante per i ghiacci eterni, lambiti da rade nuvole che si sfaldavano trasparenti, quasi agganciate da quella cima impervia di oltre seimila metri. Le due sommità, Mavenzi e Kibo, sfumavano nei colori del cielo, l'una meno marcata dell'altra, da sempre ricoperta di ghiaccio. Uno spettacolo indimenticabile, che colpiva di più all'alba e al tramonto, perché quella cima lontana e innevata riceveva prima di tutta l'immensa vastità della pianura africana i raggi di luce del sole, riflettendoli in mille giochi prismatici. Cellini sentì qualcosa di indefinito rimescolarglisi dentro, nel profondo. Quello scenario aveva un che di inesprimibile, che però riusciva a comunicare un messaggio antico, vitale, insistente. Un vulcano addormentato che vegliava sulla grande pianura in cui il tempo sembrava non scorrere con i suoi ineluttabili cambiamenti, dove vita e morte si rincorrevano alternandosi sin dall'alba dei tempi, giudice imparziale, indifferente, in grado però di suonare a sua volta nell'animo di chi lo contemplava note appena sussurrate ma dal significato fondamentale, se solo fosse stato possibile renderne a parole l'essenza.

"Mio Dio, Kubal...", mormorò, estasiato, "Non ho mai visto nulla del genere... neppure lassù, quand'ero nello spazio".

"Noi apparteniamo alla terra, Cellini sahib", commentò con filosofica tranquillità la guida indiana, "Questo è il nostro universo... il nostro splendido universo... il Kilima-njaro, la Montagna della Grandezza".

"Sì, è vero". L'astronauta colse il modo in cui gli indigeni pronunciavano quel nome, spezzandolo quasi in due parole, a differenza di ogni altro che lo menzionasse, poi sentì accanto a sé la silenziosa presenza dell'alto Masai, appoggiato alla sua lancia. Forse solo lui poteva comprendere tutta la maestosa saggezza di quell'antico, primitivo paesaggio, immutato attraverso i millenni, poiché, molto più dei due uomini in sua compagnia in quel momento, era profondamente legato alla sua terra, la terra che lo aveva generato, cresciuto, allevato e che lo avrebbe accolto nella morte. La Montagna della Grandezza rappresentava la continuità della sua esistenza, un messaggio cristallizzato nella terra, nella roccia e nel cielo.

"Kubal, vorrei tu ringraziassi ancora Ngaia per averci condotto qui e per avermi fatto ammirare questo scenario", disse Cellini, scrutando il fiero Masai, scolpito in un blocco di puro ebano. L'indiano tradusse la richiesta e Ngaia pronunciò alcune parole, rivolto all'astronauta.

"Ngaia dice che l'Africa è dentro all'uomo delle stelle, Cellini sahib".

2. Il dono dello sciamano

...quella grande chiave d'argento (...), nei suoi enigmatici arabeschi può darsi siano impersonati tutti gli scopi e i misteri di un cosmo ciecamente impersonale.

H. P. Lovecraft, The Silver Key


Ngaia il Masai. Anche tu parte di questo terribile arazzo d'orrore che è diventata la mia vita... tu che per primo sei riuscito in qualche modo a vedere nel futuro, nel mio futuro. Tu che, in virtù delle tue straordinarie facoltà divinatorie, non hai giudicato né processato l'uomo che avevi davanti, accettando i dati di fatto così come si sarebbero presentati, forse senza neppure comprenderli, tu che hai considerato gli eventi già determinati, già fissati negli anni a venire, senza compromessi, tu che hai fatto l'unica cosa possibile per l'uomo delle stelle che hai visto condannato nelle tue visioni... gli hai offerto il tuo aiuto, un aiuto vero. Il mezzo, l'oggetto per potermi liberare di quest'incubo. Grazie, Ngaia. L'uomo delle stelle ti ringrazia e ti considera per sempre suo fratello.


"Beh, ma è incredibile!", esclamò Michael Donovan, andando baldanzosamente incontro al trio che tornava verso la jeep, "Passato, tutto passato! Certo mi è sembrato per un momento di tirare le cuoia... quel fangaccio rosso andrebbe immediatamente registrato nell'elenco dei medicinali portentosi, battezzato con un bel nome e poi messo in circolazione. Ci si farebbero i miliardi!"

"Ehi, Mike", Cellini gli si avvicinò, scrutandone bene il viso, "Sicuro di esserti rimesso?"

"Del tutto, Tony, sparita la nausea, il malessere, l'intontimento della testa... mi sento proprio a posto. È uno stregone, questo signor Masai!"

"Non sbagli, Donovan sahib", intervenne il piccolo indiano col fez, "Ngaia, nonostante la sua giovane età, è considerato un valido sciamano nella sua tribù, come suo padre, e il padre di lui e in su così. Uomo molto importante e rispettato, le sue visioni, i suoi sogni... anticipano la realtà. Vero uomo medicina, come direste voi americani".

"Non stento a crederci", mormorò Donovan, fissando il nero Masai, le mani strette alla lunga lancia appoggiata sul terreno, "Ehm... come dovrei sdebitarmi con lui?"

"Ci vuole un regalo, tutto qui. Il tuo cappello che hai lascito sulle jeep, il coltello... qualunque cosa sarà da lui ben accetta", rispose Kubal, sorridendo.

"Ah, bene, allora... io gli darei il mio coltello, certo non lo userò in questa vacanza e forse lui potrà trarne qualche beneficio... ecco qui". Donovan slacciò il coltello con fodero che aveva alla cintura, un oggetto di qualche pregio acquistato in un negozio del villaggio-vacanza a prezzo non indifferente e lo porse a Ngaia, "Se può bastare..."

Il Masai accettò silenziosamente l'omaggio, inchinò quasi impercettibilmente il capo, mantenendo l'ombra del suo enigmatico sorriso. In quel momento un fenomenale barrito squarciò l'aria, proveniente dalla selva di nyika sopra la quale si levava la maestosa imponenza del Kilimanjaro. Il gruppo si voltò di scatto, giusto in tempo per vedere profilarsi dalla rada boscaglia la gigantesca sagoma di un elefante, la proboscide mobile in cerca di bacche commestibili, le zanne ricurve d'avorio infilate quasi tra i cespugli. Un esemplare colossale, anche in proporzione alla distanza, che fece sgranare gli occhi a Donovan: "Porca vacca! Chi è, il Tantor di Tarzan? Quello se ci carica rovescia l'intera jeep! Siamo al sicuro, qui?"

Tony Cellini contemplò senza alcuna apprensione l'elefante, padrone nel suo regno, che placidamente cercava il suo cibo, senza degnare più di tanto il gruppo di uomini. Le spiegazioni vennero da Kubal: "È un elefante stanziale, sahib, un maschio solitario che le vecchie femmine delle mandrie non consentono di avvicinarsi a loro, se non nella stagione dell'amore. Esse si sono spostate a nord, in cerca del frutto di palme mopani, che cade a terra e fermenta, una ghiottoneria per loro. Lui è restato tra i nyika, signore del suo territorio che non condivide con nessuno".

"E non ci vedrà mica come intrusi, vero? Cosa potrebbe fare, piombare all'improvviso su di noi?" chiese un po' irrequieto Donovan.

"Solo se sconfinerete in quel che considera il suo territorio..."

"Mike", disse lentamente Cellini, senza distogliere lo sguardo dal colosso grigio che si muoveva rumorosamente tra gli arbusti, "sali sulla jeep e prendi dalla rastrelliera il primo fucile da caccia, il calibro 377, svelto".

"Sì, sahib", concordò Kubal, annuendo, "Se c'è un momento giusto... è proprio questo".

Donovan tornò col fucile, che teneva in due mani, dato il peso: "E tu vorresti sparare con quest'arnese?", chiese, incredulo, "Sembra abbia cent'anni!"

"Vero", confermò Cellini, "È una copia perfettamente funzionante di un vecchio Express calibro 377, come quello che si usava alla fine dell'Ottocento... ci ho fatto solo aggiungere un micro-mirino laser per il puntamento, per il resto è uguale a quello usato per la caccia dagli inglesi del 1898".

"Farà solo un gran rumore, se non ti scoppierà in faccia! E come pensi di abbattere quell'animaletto?"

"Nell'unica maniera che si conosce, Mike", rispose placidamente Cellini, controllando nel frattempo le cartucce in canna e il puntamento, "Bisogna farlo caricare verso di noi, mirare il punto del cranio dove passa il nervo che controlla i quarantamila muscoli della proboscide, all'incirca tra i due occhi, e fare fuoco... una o due volte. Se lo centri casca giù".

"E se lo manchi?"

"Dattela a gambe finché puoi".

"Mi prendi in giro?"

"No di certo. Vai tu avanti per indurlo a caricare, Mike?"

"Ma te lo puoi proprio scordare... anzi, me ne salgo sulla dannata jeep e sto pronto a schizzare via di qui, e tu dovresti fare altrettanto!", Donovan indietreggiò, fermamente intenzionato a mettere in pratica il suo proposito. Cellini si rivolse allora a Kubal: "Bene, amico mio... suppongo che tocchi a me allora invadere il suo territorio".

"Sarò alle tue spalle, Cellini sahib", disse il piccolo indiano, seguendo l'astronauta verso i filari di nyika che separavano il pachiderma dagli intrusi umani già in piena savana.

"Che razza di pazzi incoscienti!", sentirono borbottare alle loro spalle Donovan, che aveva raggiunto l'autista di colore. Ngaia il Masai rimase fermo dov'era, sempre poggiato alla sua lunga lancia, quasi indifferente a quanto stava per accadere, si limitò a seguire con lo sguardo i due uomini che si avvicinavano all'elefante.

Giunti a circa centocinquanta metri dalla selva Cellini e Kubal si fermarono, senza perdere di vista il colosso intento a muoversi a brevi scatti nei pressi di un gigantesco baobab che svettava oltre i nyika. L'elefante non sembrava ancora degnarli di considerazione.

"Siamo fortunati, Cellini sahib", disse Kubal, aguzzando la vista, "Sembra che i confini del suo territorio corrispondano al limite dei nyika. Non ci attaccherà... ma nel caso dovesse farlo, dovrai sparare prima di lasciarlo giungere a cinquanta metri da noi. Se viene più vicino, voltiamoci e scappiamo mettendo distanza fra noi due". Sputò i resti di noce d'arecca, pulendosi le labbra macchiate di rosso. In quel momento l'elefante girò verso di loro il suo capo immenso, fissando la coppia di cacciatori con i suoi occhietti neri.

"Ottimo bersaglio, adesso", mormorò Cellini, puntando il fucile e prendendo accuratamente la mira, "La sua fronte è nell'esatto incrocio di linee..."

Il raggio laser del mirino, un tenue filo di luce rossastra, si piazzò esattamente e metà distanza tra gli occhi dell'elefante e allora un barrito possente e inaspettato squarciò l'aria calda della savana. L'animale si lanciò in avanti, sradicando i bassi nyika al suo passaggio, e in pochi istanti si ritrovò fuori dalla barriera cespugliosa, iniziando una carica che si propagò nel terreno con tonfi sordi sempre più accentuati. "Attento, Cellini sahib!", gridò Kubal, improvvisamente spaventato per la repentinità di movimento dell'elefante, per nulla intralciato dai nyika completamente travolti. Ma l'astronauta non fece una piega, continuando a tenere il fucile puntato sul bersaglio. Attese che il bestione incrementasse la sua avanzata, a testa bassa, permettendogli di avvicinarsi di circa cinquanta metri, poi fece compiere al 377 un movimento circolare della canna, in modo che la luce del mirino laser formasse un cerchio continuo davanti al colosso grigio. Il gioco di luce scarlatta originato dal mirino laser fece rallentare l'elefante, che comunque si avvicinava pericolosamente ai due uomini con suo pesante incedere. Cellini continuò a roteare il fucile fino a che l'elefante non si arrestò, dondolando lentamente la testa da un lato all'altro. Ormai era venuto a trovarsi a quasi cinquanta metri dall'astronauta e dalla atterrita guida, che non riusciva a comprendere quel comportamento: "Cellini sahib, cosa fai? Non permettergli di avvicinarsi oltre... spara!", esclamò, con voce rotta.

Ma l'astronauta non lo fece. Lentamente fermò il movimento del mirino laser, che tornò ad essere una macchia di luce puntiforme sulla fronte dell'elefante, poi sollevò la canna del fucile. Senza mai togliere lo sguardo dagli occhi dell'animale, che sembrava ricambiarlo, si acquattò su un ginocchio a terra, cercando con la mano libera un filo d'erba, che si portò in bocca. Per diversi minuti tutto sembrò immobilizzarsi in un quadro fisso. La savana, le piante nyika, il colossale pachiderma, i due uomini. L'elefante muoveva appena la proboscide tra le due splendide zanne ricurve, sollevando un po' di polvere quando la punta sfiorava il suolo.

"Non ho mai visto nulla di più bello", pensò Tony Cellini, "Non ho alcun diritto qui... non mi appartieni. Posso solo godere di questa indimenticabile immagine. Torna nel tuo regno, amico, lasciami solo il ricordo del nostro incontro".

Cellini sparò un colpo in aria e la detonazione dell'antico fucile si ripercosse in tutta la savana. All'orizzonte qualche antilope sollevò la testa, guardando in direzione dell'improvviso tuono, per poi tornare a riabbassarsi quando l'eco fu svanito. L'elefante sembrò non accorgersene nemmeno. Rimase ancora qualche momento immobile, poi, con solenne lentezza, impresse al suo gigantesco corpo massiccio una larga curva, muovendosi pesantemente verso il suo territorio oltre i nyika sradicati. Ripercorse quasi esattamente il tragitto compiuto per caricare e presto fu nascosto dalla selva da cui era uscito.

"Ah, Cellini sahib...", sorrise infine Kubal, sbuffando di sollievo, "Ngaia aveva ragione su di te... sei venuto qui solo per salutare l'elefante!"

"Esatto, Kubal. È stata un'esperienza indimenticabile. L'elefante non era mio... appartiene a Ngaia. Solo un pazzo potrebbe uccidere la bellezza... io mi limito a contemplarla. Torniamo indietro".

Raggiunsero la jeep in breve tempo. Donovan si fece loro incontro, agitando le braccia: "Bene, così avrei vomitato tutto il pomeriggio per niente!", esclamò, rivolto al compagno.

"No, non per niente... avresti dovuto essere lì, amico mio", Cellini gli consegnò il fucile, poi si rivolse all'alto Masai, ponendosi davanti a lui e poggiandogli le mani sulle spalle.

"Kubal mi ha detto che non saresti tornato indietro con noi, Ngaia. Voglio ringraziarti ancora per avermi concesso di essere qui...", attese che Kubal traducesse le sue parole, poi continuò: "... e voglio farti un dono speciale, affinché tu ti ricorda dell'uomo delle stelle".

Mise una mano in tasca e prese una liscia pietra grigiastra, dalle venature verdi, simile ad un piccolo uovo. Era una pietra selenita, finemente lavorata in un laboratorio della Base Lunare Alpha, che sorgeva nel cratere Platone del Mare delle Piogge, sul satellite terrestre.

"Questa pietra viene dalla Luna...", indicò il cielo privo di nubi, dove era perfettamente visibile la falce lunare, "... e mi ha portato fortuna una volta che sono finito nei guai, lassù. Tienila, è tua. Ashe naleng!" (1)

Kubal terminò di tradurre e il Masai accolse con devozione il dono nelle sue mani. Accarezzò la superficie della pietra con le sue lunghe dita affusolate, poi d'improvviso la strinse nel pugno chiuso, fissando intensamente l'astronauta. Con la mano libera prese la scure dal manico di pelle che portava al fianco e la porse a Cellini, poggiando la mano su quella dell'uomo che riceveva l'oggetto. Ngaia parlò a bassa voce, rivolto direttamente all'uomo delle stelle.

"Ngaia ti rende onore, Cellini sahib", tradusse ancora Kubal, "Vuole offrirti questa scure che lui stesso ha lavorato, perché un giorno di servirà per combattere... ehm, shaitan... come dite voi... un demone, quando ti troverai solo, lassù, tra le stelle. Questa devi usare... e il tuo grande coraggio. Molto coraggio e forza".

Cellini guardò con ammirazione quell'arma leggera ma letale, dalla lama allungata e con un acuminato spunzone su un lato. L'oggetto sembrò riscuotere in lui una vaga reminiscenza, quasi che le sue linee rimandassero ad una sorta di ricordo perduto del passato... o del futuro. In qualche modo Cellini avvertì subito che quell'arma era fatta apposta per lui, e per nessun altro. Si sentì piuttosto confuso da quello che sembrava a tutti gli effetti un vaticinio del Masai. "Ha detto davvero così? Come dovrei interpretare le sue parole?"

"Ngaia ha parlato. Lui è un grande sciamano, ricorda, Cellini sahib, può vedere dove lo sguardo degli altri non può giungere", concluse ancor più ambiguamente la guida indiana, "E queste sono state le sue parole".

Cellini annuì, e si infilò nella cintola la scure, cercando di dare nei suoi gesti la devozione richiesta per il dono ricevuto. Fissò sorridendo l'alto Masai, gli strinse ricambiato gli avambracci, poi gli sputò sul collo, subendone quindi lo stesso trattamento.

"Oddio, ecco che ci risiamo...", brontolò dietro di loro Donovan, portandosi una mano alla testa, "Ma è proprio necessario, Kubal?"

"Non vorrai comportarti scortesemente col tuo ospite, Donovan sahib?", rispose sorridendo il piccolo indiano, "L'educazione è una cosa tenuta in molto conto dalle tribù Masai... potrebbero scoppiare anche delle feroci guerre tra clan se uno non risponde adeguatamente ad omaggi o saluti".

"Ma sputarsi in faccia... E va bene, togliamoci questo pensiero", si rassegnò l'astronauta, apprestandosi a ripetere il rituale. Inaspettatamente, dopo il cerimoniale di saluto, Ngaia ebbe parole anche per lui.

"Donovan sahib, Ngaia dice che dovrai stare attento alla grande luce dorata nel buio... starci lontano, perché essa conduce alla morte. Queste le sue esatte parole".

"Ecco, ci mancava pure l'allegra predizione mortifera...", borbottò Donovan, a disagio, sottraendosi più che volentieri al tocco dello sciamano, "Ringrazialo da parte mia, assicuragli che starò molto attento".

Mentre i due astronauti riponevano con cura il fucile nella griglia sul retro della jeep, apprestandosi alla partenza e al ritorno al villaggio-vacanza nella terra Kikuyu oltre il fiume Tsavo, Cellini si accorse che Ngaia e Kubal stavano parlottando tra loro a poca distanza dal mezzo, chiedendosi quale fosse l'argomento del loro discorso. Infine Kubal salì sulla jeep, e i tre agitarono le braccia, salutando l'alto sciamano che restava immobile sullo sfondo della savana, aggrappato alla sua lancia, davvero simile ad un nero simulacro che pur rimpicciolendosi sembrava riempire l'immenso spazio piano sovrastato dal Kilimanjaro. La jeep era già molto distante da lui, quando in risposta ai saluti Ngaia sollevò la lancia, agitandola in ampi cerchi sulla sua testa. Cellini memorizzò quell'istante e non distolse lo sguardo dall'orizzonte fino a che il Masai non scomparve nello sterminato paesaggio africano, dove mandrie di antilopi, zebre ed invisibili creature serpeggianti continuavano l'eterno, selvaggio girotondo sempre in bilico tra vita e morte.


3. Notte di presagio

Provo una vaga e ansiosa aspettativa,
come il ricordo di remoti fasti
semisepolti nella mia memoria,
o di grandi avventure, immateriali,
ricche di incanto e libere alla stregua
d'un sogno ad occhi aperti.

H. P. Lovecraft, Fungi From Yuggoth, XXVIII


Ngaia, fratello mio, non ho scordato il tuo dono e le tue parole, ma purtroppo non le ho considerate quando è venuto il momento di pensarci davvero... e quel momento, infine, è giunto, come tu probabilmente avevi visto nelle tue visioni. Non avevo con me la scure che mi avevi regalato, non avrei potuto averla durante il mio viaggio nello spazio, così non ho potuto adeguatamente porre resistenza o attaccare con efficacia il mio nemico, ciò che Kubal ha definito con ragione shaitan, il demone, e tu, come l'indiano mi ha raccontato poi, Mbatian. Mi chiedo se invece avessi avuto con me questa scure come si sarebbero risolte le cose durante il mio primo incontro con quell'essere spaventoso... ma io so con assoluta certezza, e il tuo vaticinio né è la prova, che mi sarà data una seconda possibilità, in futuro, e che allora sarò armato degnamente. Hai detto che oltre al morso della lama di questa scure avrei avuto bisogno di forza e coraggio... la prima mi sta sostenendo anche ora, nell'attesa, durante le mie terrificanti notti, il secondo non mi verrà mai a mancare. Mi chiedo anche se tu sapessi esattamente quanto avrei avuto di nuovo a che fare con il mio incubo... se tu sapessi come si sarebbe risolto questo conflitto... perché non me lo hai rivelato? Il desiderio di tornare in Africa per cercarti dopo il fallimento della Missione Ultra è stato forte in me, ma è mancata sempre la possibilità di farlo. Volevo rivederti, amico mio, e parlare con te... ed ora non è più possibile farlo, perché la Terra è lontana, è perduta per sempre. Ma ti penso spesso, Ngaia, e il tuo dono è qui con me. Lo userò, quando verrà nuovamente il momento... combatterò shaitan per l'ultima volta con esso... che possa sporcarsi del suo sangue maledetto!

Mi auguro che la mia pietra lunare ti abbia portato fortuna, Ngaia, a te e alla tua tribù, laggiù in quel vasto territorio ai piedi della Montagna della Grandezza, come voi definite il Kilimanjaro, il più bel luogo che mi sia mai capitato di vedere... Anthony Cellini ti dice addio e spera di incontrarti nuovamente nella piatta savana, forse nei sogni... tuoi o miei.


Il Magic Tsavo era un nuovo villaggio-vacanza perfettamente attrezzato e sorgeva in una zona lussureggiante e ricca di piccoli laghetti ai confini dello Tsavo National Park, dove un tempo il fiume perenne Tsavo era alimentato dalle sorgenti Mzima, che raccoglievano le acque dei monti Chyulu, ad ovest, per poi congiungersi allo Stony Athy e giù fino alla costa. Era la terra degli antichi Wakamba e Kikuyu, che aveva cominciato a mutare nel suo eterno aspetto millenario quando la razza bianca aveva iniziato a costruire la lunga ferrovia che da Mombasa si spingeva verso il deserto di Taru e la terra dei nyika, per giungere a destinazione ancora sconosciuta sul momento della sua realizzazione nel 1898, nei pressi del lago Vittoria. Un'opera ambita dagli inglesi per motivi strettamente politici, in diretta concorrenza con la seconda linea ferroviaria quasi parallela dei tedeschi che partiva invece da Dar Es Salaam, per impedire alle truppe militari del Kaiser di conseguire il controllo dell'Uganda oltre a quello del Tanganica a sud, già sottoposto al loro potere. Ma ora quelle questioni appartenevano al passato ed entrambe le strade ferrate erano state abbandonate. Il progresso aveva trasformato quei territori, adattandoli all'uomo e respingendo all'interno la loro selvaggia desolazione.

Tony Cellini era seduto ad un tavolo piuttosto isolato rispetto agli altri nell'affollato piano-bar attorno alla piscina, dove facoltosi turisti ascoltavano musica, bevevano, chiacchieravano e pensavano a quali itinerari scegliere l'indomani per i loro safari guidati. Ma nessuno di loro avrebbe provato l'esperienza vissuta dall'astronauta nel pomeriggio, nella terra dei Masai sotto il Kilimanjaro, quella era stata una felice opportunità offerta solo ai due veri vip del Magic Tsavo, gli uomini delle stelle della World Space Commission. Tutti sapevano che Cellini e Donovan stavano trascorrendo le loro vacanze proprio lì, ed ogni momento era buono per avvicinare i due americani per un autografo o per sentire dalla loro voce le mirabolanti avventure vissute nello spazio, cosa che in particolare gradiva Donovan, ben propenso a spassarsela nel migliore dei modi con allegri gruppi di comitive in cui non mancava certo la presenza di splendide donne. Cellini lo aveva convinto ad accompagnarlo per la prima volta in Africa e almeno per le serate l'amico si era trovato perfettamente a suo agio, nonostante il fatto fosse invece proprio Cellini la personalità che veniva più cercata da flessuose ragazze di ogni colore, desiderose di intrattenersi con lui, che già da anni era considerato, assieme al collega e amico John Robert Koenig, il miglior astronauta del programma spaziale. Ma a Cellini sembrava interessare una sola cosa: l'Africa, la vera Africa selvaggia, che quel giorno aveva conosciuto come nessun altro, e che in quel momento gli faceva compagnia nel ricordo della giornata. Stava bevendo un bicchiere di vurella, godendosi un relativo fresco notturno dopo aver ottemperato al rituale della firma degli autografi e guardando distrattamente i riflessi blu dell'acqua della grande piscina giocare sui lucidi corpi curvilinei di giovani donne abbronzatissime nei loro ridotti bikini colorati, là dove effettivamente c'erano... e non in abbondanza, almeno per quanto riguardava il pezzo superiore.

"Ehi, Tony", la gioviale voce di Mike Donovan lo fece voltare. Il robusto collega si era rimesso completamente dal malessere del pomeriggio, a giudicare dal suo fare spacconesco con la sua attuale compagna, un'alta ragazza di discendenza Kikuyu, abbacinante nella sua bellezza d'ebano, che veniva addirittura esasperata dal contrasto tra il flessuoso e sodo corpo bruno e l'inconsistente costume arancione e oro, che rifulgeva di riflessi iridescenti. "Lascia che ti presenti Mwali... che fortuna, non parla una parola d'inglese, solo swahili! Ma che importa, meglio così... hai mica dietro comunque quel dizionarietto di base?"

Cellini annuì, stringendo la mano alla ragazza, che sfoggiò uno spettacolare sorriso dai denti bianchissimi: "Ci vogliono gli occhiali da sole, con questa..."

Estrasse da una tasca della sua giacca color kaki il piccolo dizionario di lingua inglese-swahili, porgendolo all'amico euforico per la recente conquista, che meritava senza alcun dubbio ogni ammirata considerazione da parte di chiunque. "Mi interessano solo due o tre parole, tipo letto, notte, noi due, sopra e sotto...", sghignazzò Donovan, facendo scivolare la mano dal fianco tornito della giovane al perfetto gluteo, che risuonò di uno schiocco secco.

"Hai già dimenticato l'avvertimento di Ngaia, Mike? Stai attento alla luce dorata... non ti sembra possa riferirsi a quel costumino iridescente?"

"Dici? Non ti preoccupare, sarà la prima cosa che le toglierò e lo butterò fuori dalla finestra del bungalow!", Donovan prese il libretto, salutando una coppia di ragazze che stavano passando dietro, evidentemente conquiste o conoscenze delle sere passate, "OK, ti lascio perché credo che stanotte mi ritirerò un po' presto... Oh, ecco che arriva il nostro amico Kubal".

Il piccolo indiano col fez giallo si avvicinò ai due astronauti, inchinandosi: "Buona serata, effendi. Ah, mio caro Donovan sahib... vedo che hai incontrato la bella Mwali... tu conosci, vero, il significato del suo nome?"

"Beh, no... quale sarebbe?"

"Significa sposa vergine".

Donovan scoppiò in una grassa risata: "Allora è meglio che la splendida fanciulla se lo cambi, perché domani non sarà più né una cosa né l'altra! Signori, vi lasciamo e auguriamo una buona continuazione". La coppia si diresse abbracciata verso la fila di bungalows oltre la piscina, concedendo all'indiano e all'astronauta seduto al tavolino il rimarchevole spettacolo dell'ondeggiante fondoschiena di Mwali, con il perizoma arancione iridescente che scompariva ammirevolmente tra le natiche rotonde.

"Mike questa notte sarà piacevolmente impegnato, Kubal", commentò divertito Cellini, sorseggiando la vurella.

"Certamente, Mwali è una delle migliori attrattive del Magic Tsavo, Cellini sahib", rispose Kubal, sedendosi accanto all'americano, che lo guardò stupito: "Vuoi dire che quella ragazza..."

"...non è esattamente una conquista di Donovan sahib", concluse ammiccando Kubal, "È compresa nel vostro pacchetto-vacanza, e mi dicono che sia piuttosto in gamba. Racimola un po' di soldi per gli studi e il resto lo conserva per la sua famiglia".

"Beh, spero che Mike abbia allora il buon cuore di darle un extra!", esclamò sorridendo l'astronauta e Kubal annuì veementemente: "Lo farà, lo farà, questo è certo, ne sarà proprio costretto!". Ambedue scoppiarono a ridere e Cellini ordinò da bere alla guida indiana.

"Cellini sahib", iniziò Kubal, tornando serio dopo aver bevuto il suo drink, "Posso chiederti una cosa?"

"Ovviamente... e lasciamo stare questo continuo Cellini sahib. Puoi chiamarmi Tony".

"Ah, bene. Ecco, Tony, tu non hai mai sentito parlare dei due leoni di Tsavo?"

"Uhm... ma certo. Fantasma e Tenebra, i due leoni che hanno fatto non so più quante vittime sul finire del secolo scorso tra gli indigeni che lavoravano al cantiere della ferrovia. È stato realizzato anche un film, recentemente".

"Più d'uno, in realtà. Tu ti riferisci a Spiriti delle tenebre (2) con Michael Douglas e Val Kilmer ma negli anni Cinquanta era già uscito Bwana Devil (3) con Robert Stack, ispirato allo stesso fatto. Comunque mediocri riduzioni, entrambe, l'una convenzionale, l'altra tutta computer-graphic..."

"Non male la tua cultura cinematografica, Kubal!"

"Ah, sì, io vado spesso al cinema, per imparare, e certe pellicole le proiettiamo spesso qui, per incrementare il richiamo turistico... ma io mi riferivo al fatto storico che sta alla base dei due film, quello che ha narrato nella sua autobiografia il maggiore John Patterson, colui che uccise i due leoni, dopo che essi avevano causato la morte di centotrenta operai Kikuyu nel 1896, proprio qui, in queste terre, alla confluenza dello Tsavo con lo Stony Ahti, lungo il ponte allora in costruzione..."

"Continua, Kubal, mi interessa".

"Bene, Tony", riprese l'indiano, giocherellando con una delle sue noci d'arecca, "I Kikuyu e i Wakamba, nel loro innato fatalismo, ritenevano che questi due leoni, due belve fuori dal comune per intelligenza e ferocia, nonostante la loro giovane età, fossero in realtà shaitan... demoni usciti dalla notte per divorarli. Per tre mesi i loro sanguinosi attacchi fermarono i lavori alla ferrovia e nessuno riusciva a sparargli, neppure i migliori cacciatori occidentali. Sembrava che i due leoni ipnotizzassero la loro vittima, che finiva quasi con l'abbandonarsi ai loro artigli... una morte orrenda, Tony, venire sbranati da un leone. Ti squarta e fa a pezzi in modo terribile. Comunque, tutti erano convinti che questi esseri fossero soprannaturali e che non si poteva combatterli o vincerli, perché sarebbero sempre tornati per divorare chi stava rubando la terra ai nativi, anche se si trattava di gente di colore che aiutava i bwana nel costruire la strada ferrata, il grande serpente... neppure l'uomo bianco avrebbe potuto sconfiggerli, a meno che non fosse diventato come loro, uno shaitan, un uomo-diavolo, affrontandoli non come cacciatore ma come guerriero".

"E quel John Patterson che riuscì a farli fuori...?"

"Fu una grande impresa, egli era un maggiore inglese con qualifica di ingegnere, li affrontò una notte da solo, armato di una carabina Martini e di un fucile calibro 377 come quello che hai usato oggi. I negri dello Tsavo lo salutarono come Mbarak, il liberatore. Oggi le carcasse imbalsamate di quelle belve sono custodite al Field Museum di Chicago. Ma non è di lui che ti volevo parlare, quanto degli stessi leoni, la cui aura leggendaria deriva loro in realtà da una tradizione Masai", Kubal si mise in bocca la noce, avvolta nel betel, cominciando a succhiarla, "I leoni di Tsavo", riprese, "erano chiamati non Fantasma e Tenebra, come nel film, bensì Mbatian e Nlian... questi erano i nomi di due valorosi capi guerrieri Masai, figli dello stesso padre, che riuscirono vittoriosamente a contrastare in battaglia la penetrazione dell'uomo bianco, combattendo anche le tribù Wakamba e Kikuyu. Mbatian, sconfitto poi dal grande Wakamba, ebbe una notte una visione e convinse la sua gente che quando l'uomo bianco fosse ritornato cavalcando il grande serpente, cioè il treno, tutti i suoi simili sarebbero stati in grave pericolo e avrebbero perso la loro terra. Ma questo non sarebbe mai successo, perché dopo la sua morte e quella del fratello Nlian, i loro spiriti sarebbero tornati entrambi dall'aldilà in forma di leoni e avrebbero combattuto contro l'invasore e chiunque lo aiutasse. Ecco perché i Kikuyu si lasciavano uccidere quasi passivamente dalle belve... come avrebbero potuto affrontare e vincere degli spiriti ultraterreni? Gli stessi anziani dei villaggi, i wazee, sapevamo che non era possibile fare nulla contro di loro".

"Una storia molto interessante, Kubal", disse Cellini, "Ma come mai hai sentito la necessità di parlarmene?"

"Per via di Ngaia e quanto ti ha detto oggi, dopo che gli hai regalato la pietra lunare", Kubal si agitò sulla sedia, irrequieto, masticando rumorosamente la noce d'arecca.

"La sua predizione... il fatto che secondo lui mi capiterà in futuro di affrontare uno shaitan?"

"Esatto. Mentre riponevate le armi sulla jeep, Ngaia ha parlato ancora. Ha detto che dovrai affrontare non uno shaitan generico ma lo stesso Mbatian... cioè sarai di fronte ad un essere che ti potrà privare dei sensi interiori, metterti in condizione di non poter reagire... dovrai essere molto forte e resistere ad un potere superiore, maligno, estraneo al nostro mondo. Non privarti mai del suo dono, di quella scure. Questo ha aggiunto lo sciamano Masai, con molta insistenza".

"Avanti, Kubal, dimmi la verità", Cellini si sporse verso la piccola guida indiana, "Tu credi davvero alle sue parole?"

Kubal non rispose subito, voltando leggermente il capo per sputare in un cespuglio il grumo di saliva rossastro: "Sì, Tony sahib, io credo nelle sue parole. Tu dovrai stare molto attento, amico mio, quando sarai solo lassù".

4. Chi è il migliore?

...e nessuno osava preferire l'uno all'altro, quanto a maestria. Tutti (...) si meravigliavano
che nessuna ombra di gelosia artistica raffreddasse il calore della loro fraterna amicizia.

H. P. Lovecraft, The Tree


Solo ora comprendo quanto avrei dovuto tenere a mente quelle parole... ma non serve a nulla ora chiedermi se quanto profetizzato da Ngaia avrebbe potuto mutare le cose, qualora ne avessi dato il giusto peso. Non era stata una profezia, evidentemente, qualcosa che avrei potuto evitare con un adeguato comportamento, ma un vaticinio, una visione del futuro che non poteva essere cambiata. Non avrei potuto scampare al mio destino, anche se ne fossi stato realmente consapevole. Ma quanto lo sciamano mi rivelò, poi, negli anni a seguire, mi avrebbe convinto della formazione di quel disegno che mi vedeva vettore portante, inducendomi a credere di stare percorrendo una via predeterminata. I cambiamenti che avrei potuto apportare di mia iniziativa non avrebbero avuto come risultato niente di diverso da quanto il Fato avesse già decretato. Tu lo sapevi, Ngaia. Tu lo sapevi.


Un improvviso baccano, che impedì all'americano di replicare all'osservazione, li raggiunse dalla grande sala illuminata all'ingresso, dove diversi villeggianti stavano guardando la TV satellitare. Nello schiamazzo generale, qualcuno chiamava a gran voce il nome di Tony Cellini e presto alcune ragazze che l'astronauta aveva avuto modo di conoscere nei giorni precedenti corsero da lui, afferrandolo per le braccia e spingendolo ad alzarsi.

"Ehi, che succede?", Cellini fu costretto a seguirle, poggiando sul tavolino il bicchiere di vurella che avevano fatto traboccare, "Vieni, Kubal".

Si diressero tutti nella luminosa hall, dove sembrava che l'eccitazione fosse giunta al culmine tra tutti gli spettatori. Sul maxi-schermo stava andando in onda un telegiornale della GTV e Cellini riconobbe subito le fattezze del professor Victor Bergman, un geniale scienziato interessato praticamente a tutti i rami del sapere, tra l'altro ispiratore della nuova navetta modulare Aquila, che aveva sostituito il vecchio shuttle STS nel programma spaziale della World Space Commission. Si trattava in realtà di immagini di repertorio, tratte da uno speciale in cui il professor Bergman illustrava tutte le fasi che lo avevano portato, anni prima, alla scoperta del favoloso decimo pianeta del Sistema Solare, il lontano Ultra, ormai realtà celeste ufficiale. Cellini conosceva quasi a memoria il contenuto di quel programma, che aveva rivisto più volte, ma fu il news-inserter scorrevole a fondo schermo ad attirare subito la sua attenzione, dato che rendeva nota una sensazionale notizia: la WSC aveva dato il via libera al Progetto Ultra, la prima missione umana spaziale al di fuori del Sistema di Sol... il nuovo traguardo, la conquista finale.

L'astronauta ebbe un tuffo al cuore per l'emozione: "Così presto?", pensò, sentendo i battiti accelerare, cercando di capire le parole dell'annunciatore televisivo tra il rumore che facevano i turisti, che erano scoppiati in un entusiastico applauso a lui diretto non appena lo avevano visto entrare nella sala. Qualcuno urlò di fare silenzio e le grida si affievolirono. Sullo schermo gigante apparve il noto viso di John Koenig, l'amico-rivale che con Cellini condivideva la fama di miglior astronauta, ripreso sullo sfondo del gigantesco palazzo della WSC a Houston. Quantomeno i turisti presenti al Magic Tsavo si rivelarono assolutamente al di sopra delle parti: nonostante la presenza di Cellini tra loro, tributarono un applauso anche a Koenig, tanto le vicende spaziali della formidabile coppia di astronauti avevano entusiasmato a livello generale il mondo.

"... capitano Koenig", stava dicendo l'intervistatore televisivo, "... a pochi mesi dalla scoperta di Ultra da parte del professor Bergman, una missione con uomini a bordo sarà preparata entro la fine dell'anno per raggiungere il pianeta. Se è fin troppo facile intuire che a comandare l'astronave sarà lei o il capitano Cellini, un po' meno è per l'appunto pronosticare chi dei due prenderà effettivamente il comando della nave. Che cosa può dirci in proposito?"

"Posso dirvi con sincerità che sarà una decisione difficile... non vorrei essere nei panni di chi dovrà stabilire chi tra me e Tony sarà il miglior candidato al ruolo di comandante della Missione Ultra", John Koenig guardava nella telecamera parlando con pacatezza ma nei suoi occhi si poteva scorgere fin da quel momento il vivo desiderio di salire a bordo della nave Ultra, "Certo, io sono un tipo abbastanza controllato mentre Tony è molto più impulsivo... se sceglieranno me, lui farà vedere i sorci verdi, e magari anche di qualche altro colore, ai vertici della WSC, senza dubbio!"

I turisti scoppiarono a ridere ma subito fu nuovamente richiesto il silenzio: "Battute a parte", continuò Koenig, molto serio, "Il comandante della nave Ultra dovrà rispondere a requisiti fisici, attitudinali e psicologici veramente straordinari, per un viaggio di tale durata. Mesi e mesi nello spazio potrebbero piegare anche il migliore degli astronauti, Non sarà una cosa facile, ci si dovrà impegnare al massimo. Sia io che Tony ci sentiamo all'altezza di sostenere questo compito. Finirà che tireremo la classica monetina per decidere chi siederà al posto di comando".

"Capitano Koenig, cosa troverete lassù, su Ultra?"

Koenig attese qualche istante prima di rispondere, trattenendo evidentemente un sorrisetto ironico rivolto al giornalista, giusto per fargli capire che la domanda non era certo delle più sensate in quel momento. Cellini sentì un istintivo moto di simpatia per l'amico a Houston... lui avrebbe certamente risposto con una battutaccia o un doppio senso.

"Mi auguro che troveremo il successo della missione... il resto non è possibile valutarlo ora".

"Bravo, John!", pensò Cellini, divertito.

"Avanti, capitano Koenig", incalzò l'insistente giornalista, "Chi andrà su Ultra? Chi è il miglior astronauta tra lei e il capitano Cellini?"

"Il migliore?", Koenig riportò lo sguardo alla telecamera, quasi sapesse bene che l'amico lo stava guardando dall'Africa e si rivolgesse direttamente a lui, ammiccando, "C'è un accordo, tra me e Tony. A chiunque gli chieda chi è il miglior astronauta, lui deve sempre rispondere facendo mio nome. La stessa cosa vale per me nei suoi confronti. Quindi... il miglior astronauta è Tony Cellini".

Un boato di applausi scosse la hall del Magic Tsavo e Cellini e Kubal si unirono sorridendo al battimani.

"Cosa gli dirà, se davvero Cellini dovesse partire al suo posto?"

"Ti invidio... ritorna", rispose asciutto Koenig, senza esitazione.

"E se invece partisse lei, capitano, cosa direbbe a Cellini, che resterà al Controllo Missione?"

"Tieni il tuo sguardo su di me, finché puoi".

La risposta del capitano Koenig suscitò la generale approvazione del pubblico di turisti del villaggio-vacanza, che rinnovarono fragorosi applausi. Non fu più possibile poter seguire quanto trasmetteva il GTV, perché tutti i villeggianti si erano fatti attorno a Cellini, congratulandosi con lui, battendogli delle pacche sulle spalle, quasi fosse già stato deciso che lui sarebbe stato il comandante della Missione Ultra. Cellini stesso, dopo aver nuovamente letto il news-inserter che confermava ufficialmente il varo del Progetto Ultra con la ratifica e il sigillo dell'Alto Commissario della WSC Farnsworth Dixon, non sentì più il bisogno di guardare lo speciale. Doveva assolutamente chiamare Koenig a Houston.

"Signori", fece un cenno alla folla che lo circondava, affinché si calmasse il franco entusiasmo, "Vi sono molto grato per il vostro affetto... lo ricorderò quando sarò ai comandi dell'astronave Ultra!". I turisti risero e applaudirono ancora: "Offro a tutti un drink al bar qui fuori, un brindisi alla missione e al nuovo pianeta!"

Non appena fu libero di muoversi, salutò con un cenno la guida indiana, che si diresse con gli altri al baretto, e cercò un angolo appartato lungo i sentierini tra le siepi che conducevano ai bungalows. Compose sul cellulare il numero del capitano Koenig, calcolando mentalmente il fuso orario ma decidendo nel contempo che non gli importava affatto di disturbarlo. Attese qualche secondo poi riuscì a prendere la linea: "John! Ciao, vecchio, sono Tony!"

"Tony? Ehi... hai saputo?" La voce di Koenig, dalla Florida, non riusciva a nascondere l'entusiasmo.

"Qui lo stanno trasmettendo ora. Allora è tutto confermato?"

"Sì, Tony, Dixon ha appena firmato l'autorizzazione a procedere con la missione. Temo che dovrai accorciare la tua vacanza... tra qualche giorno dovremo essere su Alpha per iniziare a fare la nostra parte".

"Perfetto, John... non riesco ancora a crederci. Andremo su Ultra!"

"Uno di noi andrà su Ultra, Tony. Spero che tu non abbia a prendertela troppo male".

"Così penso io di te, bello... ti manderò una cartolina a metà viaggio e una all'arrivo". Entrambi risero, ma il divertimento era forzato. Sapevano che presto o tardi avrebbero dovuto affrontare lo spiacevole momento della scelta finale. Uno andava, l'altro restava, nessun'altra alternativa. E tutti e due tenevano a quella missione sopra ogni altra cosa.

"OK, John, vado ad avvertire Donovan di fare le valigie... spero di vederti presto!"

"Anch'io, Tony. Avremo molto da fare qui. Arrivederci a Houston". Il capitano chiuse la comunicazione e Cellini restò qualche minuto immobile tra le alte siepi dei vialetti, lontano dalla folla rumorosa. Aveva il cervello turbinante e già sentiva il sangue ribollirgli dentro. La Missione Ultra. La più grande conquista dell'uomo fin dai tempi del primo allunaggio. Un mondo quasi extrasolare. Sentì il bisogno di bere qualcosa ma prima voleva dare la notizia a Donovan. Stava per dirigersi verso il bungalow dell'amico, quando vide vicino al piano-bar la piccola figura della guida indiana, che lo stava guardando. Kubal sollevò un bicchiere, in un brindisi silenzioso diretto all'astronauta. Cellini rispose con un gesto della mano e notò che stranamente Kubal non sorrideva, sembrava invece molto serio. Non ebbe modo di fare mente locale e ricordare la conversazione avuta qualche minuto prima con la guida dal fez giallo e dopo un attimo Kubal era sparito in mezzo agli altri turisti. Cellini non ci pensò più e corse al bungalow che divideva con Donovan, scorgendo a terra, sotto la finestra, il tanga e reggiseno color arancione-oro iridescente di Mwali. Evidentemente l'amico aveva preso in seria considerazione la profezia di Ngaia e la scherzosa osservazione di Cellini e aveva provveduto subito ad allontanare da sé l'eventuale minaccia. Spalancò la porta, che non era chiusa a chiave, senza bussare. La splendida amazzone d'ebano, completamente nuda, stava a cavallo sul corpo disteso di Donovan, la pelle lucidissima che rifletteva le luci soffuse della stanza. Entrambi voltarono di colpo la testa verso l'astronauta.

"To... Toooony", soffiò Donovan, scarmigliato, "Ma che diavolo ti salta in mente?"

"È ufficiale, Mike. Lo hanno appena trasmesso sul GTV. Si va su Ultra". Cellini sembrò non considerare minimamente la ragazza nuda e per niente imbarazzata dalla sua irruzione, rivolgendosi direttamente all'amico che teneva saldamente nelle mani a coppa il florido seno della giovane.

"Cosa? Tony, ti sei accorto che qui si sta... un momento. Cos'hai detto? Ultra?", Donovan afferrò i fianchi di Mwali e con uno strattone la rovesciò a lato sul letto. La ragazza mandò un gridolino divertito.

"Missione Ultra, Mike. Dixon ha autorizzato il via".

"Accidenti!", mormorò Donovan, sudato, alzandosi a mezzo per quanto gli permettevano le lunghe gambe nere della donna avvolte sulle sue, "Questa sì che è una notizia... comunque è ovvio che sarai tu, Tony, ad andare su Ultra. I miei complimenti, ragazzo!". Allungò la mano e strinse fermamente quella del collega al di sopra del corpo prono di Mwali, che gli stava accarezzando il torace villoso, poi gli scagliò addosso un cuscino: "E adesso, amico mio... fuori di qui!"


PARTE SECONDA


ULTRA

5. Bastione finale

Prima di tutto, andrò su Yuggoth: è un pianeta ai limiti del nostro Sistema Solare,
ancora sconosciuto agli astronomi, la luce del Sole vi arriva appena...

H. P. Lovecraft, The Whisperer in the Darkness


La missione del secolo, già, il primo tentativo di spingersi oltre il Sistema Solare, anche se, astronomicamente parlando, solo per affacciarsi al di là... il Programma Astro varato dalla WSC era stato un'altalenante serie di catastrofici disastri ed entusiasmanti successi. Astro Uno, la missione inaugurale del Programma che si svolse nel 1986, era stata preparata in fretta e furia, con ottimismo se non baldanza totalmente sconsiderati, godendo degli ultimi capitali a disposizione prima che scoppiasse la guerra nucleare destinata a cambiare il mondo. Nonostante il comando di uno degli astronauti più validi, il colonnello Jack Tanner, l'astronave Uranus era andata perduta durante una tempesta protonica oltre l'orbita del settimo pianeta. Le due sonde Voyager, senza equipaggio a bordo pur se attrezzate per poterlo ospitare, erano state lanciate a breve distanza l'una dall'altra tra il 1985 e il 1986 e per quanto la prima di esse fosse regolarmente uscita dal Sistema Solare nel suo infinito viaggio nello spazio, la seconda aveva causato più di duecento morti a causa di un errore nell'accensione della terribile Spinta di Queller. Astro Quattro, agli ordini del capitano Robert Addison, aveva portato per la prima volta un uomo su Venere ma la nave era andata distrutta in maniera misteriosa in fase di rientro. Le due missioni successive, coronate dal più grande successo, erano state affidate a me e a John Koenig e ci avevano garantito la fama. Assieme abbiamo raggiunto l'orbita di Giove nel 1991 e il sistema di Saturno nel 1993 e da queste due imprese compiute assieme è nata la mai risolta questione su chi dei due fosse il migliore astronauta. L'esplorazione profonda dei satelliti gioviani era il compito di Astro Sette, guidata da Lee Russell, ma la sonda apparentemente finì con il disintegrarsi tra i corpi celesti medicei. Infine Astro Otto, missione abortita per dei guasti a bordo, diretta all'esplorazione dei satelliti di Saturno... Vittorie eccezionali e sconfitte dolorose, con la morte di uomini coraggiosi ed insostituibili. Ora, con Astro Nove e il pianeta Ultra, si sarebbe compiuto il grande salto verso le stelle, al di là dei bastioni conosciuti, al di là del piccolo Plutone, finora considerato l'ultimo pianeta, si calava il sipario sulle esplorazioni intrasistemiche per aprire la via ad un nuovo capitolo di gloriose conquiste. Con la Missione Ultra un'era si chiudeva definitivamente e un'altra si apriva, poiché i nostri legami con la piccola frazione di universo conosciuto stavano per essere troncati: eravamo pronti ad avventurarci oltre ogni preconcetta esaltazione della mente umana verso una meravigliosa realtà. Eravamo bambini giunti sulla soglia di casa dopo esserci mossi incerti dentro di essa, pronti ad essere abbagliati dalla sconfinata grandezza del mondo esterno. Ancora un piccolo balzo... ma un balzo gigantesco per la mente dell'uomo. Un balzo che entrambi, io e John, volevamo essere i primi a fare. Perché ci saremmo finalmente affacciati oltre, a contemplare il vero infinito...


"Scusate, signori, temo di non seguirvi", confessò un po' a disagio Anton Ilic Gorski, ottavo comandante della base Alpha, mentre accompagnava gli astronauti Anthony Cellini e John Koenig all'alloggio dell'illustre professor Victor Bergman, scopritore del pianeta Ultra ed ora impegnato sulla colonia lunare negli ultimi preparativi scientifici della missione, "A cosa vi riferite esattamente quando citate la parolaYuggoth? È forse un termine ebraico?"

I due capitani nella semplice divisa alphana dalla manica arancione, colore che indicava la loro appartenenza al corpo astronautico della base lunare (così come il rosso fuoco connotava gli uomini della Main Mission, il marrone i tecnici, il giallo gli addetti ai servizi, il bianco i medici, il viola gli agenti di sicurezza e il nero il comandante della base), scoppiarono a ridere contemporaneamente.

"No, comandante Gorski", spiegò Cellini, con tono di scusa, "con Yuggoth ci stiamo semplicemente riferendo al pianeta Ultra... l'ultimo pianeta del Sistema Solare, così come lo intendeva lo scrittore H. P. Lovecraft nei suoi racconti fantastici, riferendosi allora a Plutone..."

"Già, un mondo oscuro che ospitava avamposti di terribili creature extra dimensionali pronte a riversarsi sul nostro pianeta", ricordò Koenig, "Lovecraft è sempre stata una lettura condivisa, ai tempi dell'accademia".

"E anche dopo... un autore in grado di comunicare un raggelante senso di un altrove non raccontabile, di cogliere il vero orrore cosmico e indicare implacabilmente una posizione dell'uomo nell'universo men che irrilevante e grottesca. Consigliabile la lettura".

Gorski scosse la testa, in fondo scarsamente interessato: "Non credo di conoscerlo, non mi sono mai piaciuti gli autori americani di fantascienza... li ho sempre trovati piuttosto noiosi e semplicistici. Nulla a che vedere con veri scrittori come il nostro Stanislaw Lem".(4)

"Ah, Lem, un grande, senza dubbio... ma era polacco, non russo. Forse lei intendeva riferirsi ai fratelli Boris e Arkadi Strugatski (5), vere e proprie pietre miliari della letteratura sovietica d'anticipazione", il tono di Cellini era ironicamente entusiasta, ma pericolosamente vicino allo sfottio. Koenig, senza farsi notare, lo toccò dentro con la punta dello stivaletto.

"Vedo che non le manca la cultura umanistica, Cellini", ribatté alquanto stizzito Gorski, "Comunque, signori, siamo arrivati".

La metropolitana della base lunare si fermò nel settore tecnico e Gorski si alzò, dando poco cavallerescamente le spalle ai due astronauti ed uscendo per primo dopo aver utilizzato il suo commlock (6) per aprire i portelli del mezzo. Cellini fece l'occhiolino a Koenig, riuscendo a sussurargli a mezza voce: "È un ignorante!"

"Tony, smettila!", lo redarguì l'amico, non riuscendo però a mascherare a sua volta un sorriso.

All'esterno, nella zona di ricevimento, vi era un gran viavai di persone dalla manica colorata, soprattutto gialla e marrone. L'alloggio di Victor Bergman era stato ricavato nei pressi dei laboratori scientifici, ed esso stesso ne era una sorta di prolungamento e consentiva di portare avanti tutta una serie di esperimenti di vario genere. I tre Alphani si diressero senza indugi nei quartieri del professore e una volta raggiunto il posto attesero che i portelli si aprissero dopo essersi annunciati. Il regno di Victor Bergman erano due vaste stanze dai pannelli illuminati di luce gialla e sembravano contenere testimonianza di ogni branca dello scibile scientifico. Su due grandi tavoli erano ammassati alla rinfusa gli oggetti più disparati: molti microscopi elettronici ad altissima risoluzione, modellini plastici di agglomerati chimici, la riproduzione in scala di un vettore Saturn V, marchingegni di non facile identificazione, carte riempite da entrambi i lati di fitti calcoli algebrici, quaderni e rotoli di appunti, più di un telescopio montato su treppiede ad ogni angolo della stanza, sia rifrattore che riflettore, carte astrali di ogni foggia abbandonate su poltrone e divanetti, strumentazioni elettroniche semismontate e ovunque libri su libri, accatastati in pile scarsamente in equilibrio su mobiletti, sul pavimento, sulle sedie. Alle pareti vi erano molti quadri di corpi celesti del Sistema Solare, ampi cartelloni bianchi in parte ricoperti di astruse formule matematiche, pannelli-lavagna trasparenti con diagrammi, grafici e schemi probabilmente comprensibili solo all'occupante dell'alloggio.

Victor Bergman emerse da dietro una consolle interamente occupata da pesanti strumenti elettronici in funzione, salutando giovialmente i nuovi venuti. Essendo ospite su Alpha, non accorpato a nessun servizio particolare, aveva la manica dell'uniforme grigia ma spesso preferiva indossare un comodo giubbotto azzurro con le insegne a strisce gialle, rosse e bianche della WSC sulle spalle e ai gomiti. Il comandante Gorski fece frettolosamente le presentazioni, poi si chiamò fuori, per tornare in Main Mission, dove lo attendevano numerose incombenze di comando.

Cellini e Koenig strinsero la mano dello scienziato dalle folte basette e i capelli neri lasciati crescere dietro la nuca per bilanciare l'incipiente calvizie. Per quanto Bergman fosse universalmente noto, non solo per la scoperta del pianeta Ultra ma anche per meriti non meno importanti in diversi altri campi del sapere, quella era la prima volta che i due capitani lo incontravano personalmente. Furono subito favorevolmente colpiti dalla sua personalità affascinante, dall'intelligenza acuta e sempre pronta a nuove sollecitazioni, da quell'aspetto bonario e in un certo senso quasi paterno, molto distante dalla tipica figura di scienziato freddo e razionale sopra ogni cosa. Discutere col professor Bergman era un'esperienza unica, in cui accanto all'immediata risoluzione di questioni o domande poste veniva solleticato e stimolato tutto un ulteriore meccanismo di interrogativi, intrigante nel suo evolversi.

"Spero di non aver offeso il comandante... visto come è scappato via?", esordì Cellini, dopo essersi accomodato su una poltroncina liberata dalle ingombranti carte astrali, "Mi è comunque sembrato molto freddo nei nostri confronti".

"Oh, non preoccupatevene", sorrise Bergman, spostando plichi e materiale elettronico da un'altra sedia per Koenig, "Gorski è sempre sospettoso nei confronti di chiunque gli sembri saperne più di lui, non importa in quale campo... e sovente deve fronteggiare con imbarazzo questa situazione di inferiorità culturale!"

"Tony lo ha freddato su certe questioni letterarie. Attento, amico mio, potrebbe anche costarti il posto di comando sulla Ultra!", scherzò Koenig.

"Il dramma dell'astronauta mancato... un fallimento che pesa molto a Gorski", continuò Bergman, sedendosi a sua volta, "Ma qualcosa deve pur contare anche lui, visto che è stato, e credo continui ad esserlo, il braccio destro dell'Alto Commissario Dixon".

"Altra bella pellaccia", soffiò Cellini, istintivamente mal disposto verso tutti i politici. Bergman annuì: "Sono d'accordo, ed io come voi non tollero molto una dipendenza troppo stretta da certe sfere... ma signori, veniamo a noi. Sono davvero felice di conoscere i migliori astronauti del momento, e ancor di più nel sapere che uno di voi... ah, purtroppo solo uno... sarà a capo della Missione Ultra".

"L'onore è tutto nostro, professore, per aver incontrato finalmente una personalità straordinaria come la sua", ribatte Koenig, con sincerità, "Tutto quel che ci toccherà, in futuro, lo si dovrà alla sua lungimiranza scientifica". Bergman si schermì con noncuranza, evidentemente lusingato.

"Professore", intervenne poi Cellini, "ho come il sospetto che Gorski abbia voluto questo incontro per motivi ben diversi dalla semplice conoscenza tra lo scopritore di Ultra e coloro che vi metteranno piede per la prima volta... mi corregga se sbaglio, ma sembra proprio che qui non si riesca a prendere la decisione finale. Chi di noi due salirà a bordo".

Bergman unì le dita delle mani, poggiando il mento sui due pollici congiunti: "Eh sì, caro capitano Cellini, le cose stanno proprio in questa maniera. Avete messo in grave difficoltà i grandi papaveri, nessuno se la sente di prendere questa decisione. Troppo in gamba, tutti e due, le vostre precedenti missioni congiunte vi collocano su un piano eccezionalmente paritario per prestazioni, capacità e carattere. E non è solo un problema umano... anche i computer non sono stati in grado di scegliere l'astronauta migliore".

Cellini sogghignò, divertito, ma Koenig avvertì che dietro quella situazione le difficoltà erano davvero di non poco conto. Era una vera fortuna, date le loro eccezionali capacità, che si potesse utilizzare uno di loro due al Controllo Missione mentre l'altro si lanciava alla volta di Ultra ma sembrava che nessuno fosse in grado di decidere chi fra i due capitani dovesse comandare l'astronave... senza scontentare irreparabilmente l'altro. Preferì cambiare per il momento argomento: "Ufficialmente Gorski ha voluto questo incontro perché lei ci raccontasse qualcosa di più sul nuovo mondo. In fin dei conti si è saputo pochissimo sulla sua natura".

"È vero, ma questo perché in effetti non v'è molto da riferire. Ma quel poco è straordinario. Guardate...", Bergman avvicinò a sé un pannello luminoso cui era attaccato una ricostruzione del Sistema Solare, con le sue propaggini più esterne e diverse zone di fitti corpuscoli al di là dell'orbita di Plutone, "... ecco qui, su questa carta possiamo davvero fare il punto esaustivo di tutto ciò che abbiamo appreso. Voi sapete che Plutone...", indicò il più piccolo dei pianeti, con la sua orbita eccentrica che finiva con l'intersecare quella di Nettuno, con scambio mutevole della posizione di corpo celeste più lontano dal Sole, "fu scoperto nel 1930 dall'astronomo Clyde Tombaugh su indicazione di Percival Lowell, che dopo seri studi sulle anomalie orbitali di Nettuno ipotizzò per primo l'esistenza di un nono mondo per il sistema di Sol...

"Continuo a pensare che il primo a supporne l'esistenza fosse stato Lovecraft", lo interruppe Cellini, stupendosi favorevolmente per la pronta risposta del professor Bergman.

"Yuggoth, vero? Anch'io la penso così. Lovecraft è stato fra gli scrittori di fantascienza, usando questo termine solo per comodità, più mirabilmente realistici e intriganti. Ho sempre ammirato la sua mentalità scientifica, oltre che filosofica. Sarebbe stato un astronomo professionista di immenso talento..."

Cellini sorrise, compiaciuto: "Professore, ho un motivo in più di credere che lei sia un personaggio di rara unicità!"

"Beh, qualche scienziato sa che la fantasia è comunque un mezzo molto importante per conseguire, se non veri e propri risultati, almeno capacità nel guardare nella direzione giusta. Come vi dicevo, alcuni ritenevano Plutone un satellite di Nettuno strappato alla sua orbita forse dal passaggio di una cometa a distanza ravvicinata o da altri sconvolgimenti cosmici, cosa che avrebbe giustificato le sue strane caratteristiche inerenti alla massa, densità e volume, poi la scoperta del suo unico satellite Caronte riportò in auge la tesi di una reale natura planetaria. In realtà...", il professore fece un largo gesto della mano, indicando la nube di corpuscoli che si estendeva tra le orbite dei due ultimi pianeti del sistema, "è probabile che Plutone non sia che uno dei planetoidi ghiacciati appartenenti alla Fascia di Kuiper, qui, oltre Nettuno, che comprende migliaia di corpuscoli di roccia e ghiaccio di piccole dimensioni, oggetti celesti antichissimi formati coi residui di materiale della congerie di gas che ha dato origine al Sistema Solare. Ricordate la recente scoperta di Sedna (7), poco più piccolo di Plutone, la cui orbita si estende fino alle parti più interne della Nube di Oort, il gigantesco serbatoio di comete latenti ma pronte a lanciarsi tra i pianeti al passaggio di qualche stella perturbatrice, che avviluppa il Sistema Solare con un raggio di quasi due anni-luce".

"Lei quindi ritiene che Plutone alla fine non sia che un rappresentante tra i più vicini di quelle migliaia di planetoidi ghiacciati che stazionano oltre Nettuno, non un vero e proprio pianeta", disse Koenig, tamburellando con un dito sul disegno della Fascia di Kuiper.

"Beh, vedete, grazie ai nuovi telescopi orbitali vi sarà ora una corsa alla scoperta di nuovi pianetini, che chiameremo planetesimi, in questa regione di spazio. Tutti dalle medesime caratteristiche, cioè diametro di poche centinaia di chilometri, temperatura attorno ai -240°, distanza dal Sole di oltre 4,5 miliardi di chilometri, grande eccentricità orbitale... ne avremo così tanti che non basteranno più tutte le divinità dei più noti cicli religiosi e mitici della storia dell'uomo a nominarli tutti! Ma siamo lontani dal parlare di un vero e proprio mondo, l'ultimo nato della corte solare", Bergman si grattò la fronte, ammiccando, "Gli astronomi del secolo scorso si sono affaticati alla ricerca di un pianeta fantasma, immaginato come un gigante molto più grande della Terra, ma alla fine si è proprio trattato di una vana speranza... nessun pianeta X è saltato fuori oltre gli anelli orbitali più esterni... finora".

"Veniamo ad Ultra", fece Cellini, impaziente.

"Ah, Ultra... tutto un altro discorso", Bergman si scompigliò i capelli, "È davvero un pianeta, con tutti i crismi. Una volta accettata l'esistenza della Fascia di Kuiper, con un numero stimato di corpi celesti pari ad oltre un miliardo di planetesimi, l'astronomia ufficiale ha abbandonato la sua ricerca del pianeta più lontano. La cosa si sarebbe complicata fino all'inverosimile. Io stesso non credevo più molto all'esistenza di questo famigerato ed elusivo mondo perduto, sebbene non mi abbia mai abbandonato la speranza di porterlo rintracciare. Un giorno, oziosamente, stavo compiendo ricerche proprio nella Fascia di Kuiper, solo per constatare se potesse esistere un oggetto di diametro maggiore... e allora lo vidi, o meglio, ne appurai l'esistenza. È stato davvero un caso, non avevo nessun giustificato motivo per studiare quella particolare regione di spazio. Oserei dire che Ultra sia comparso all'improvviso, come attraverso una deformazione spaziale. Prima non c'era, poi di colpo eccolo lì. Dopo le prime indagini approfondite cominciai a comprendere che c'era qualcosa di strano. Il pianeta non sembrava ruotare lungo un'orbita normale, per quanto eccentrica, piuttosto pareva muoversi con moto di avvicinamento verso il Sole. Sembra incredibile, ma pochi giorni dopo averlo individuato sono stato in grado di scorgerlo senza problemi al telescopio e col passare del tempo sempre più nitidamente, fino a che si è stabilizzato, fermato... abbastanza vicino perché potessero essere tratti i primi dati sulla sua costituzione. Dati pazzeschi: esistenza di una probabile atmosfera libera, cosa impossibile data la lontananza dal Sole, fattore questo che avrebbe dovuto causare il congelamento della medesima sulla superficie stessa del pianeta. E poi rilievi di gravità pari all'82% di quella terrestre e temperature straordinariamente miti, un indice albedico altamente luminoso nonostante la distanza, quasi fosse dovuto a cause artificiali... Insomma, una folle serie di informazioni certe e contraddittorie al tempo stesso. Ultra è indubbiamente il corpo celeste più misterioso del Sistema di Sol".

Koenig e Cellini si guardarono in silenzio, assorbendo il significato di quegli strani e per certi versi inammissibili ragguagli scientifici sulla natura del nuovo pianeta.

"Un mondo che sbuca dal nulla, che non rispetta la legge di gravitazione universale, che risulta dotato di atmosfera libera quando dovrebbe essere una palla di ghiaccio, che apparentemente si muove fino a fermarsi nello spazio... davvero non sembra condividere la natura del corteo planetario di Sol!" commentò Koenig, pensieroso.

"Mi chiedo se alla fine vi appartenga davvero, al Sistema di Sol...", rincarò Bergman, "Chi può dire, là fuori, quali leggi, quali regole fisiche predominano? Le nostre, quelle conosciute del nostro ristretto universo, o altre? E se una qualche forma di vita intelligente fosse la causa di tutte queste anomalie? Giustamente, capitano Cellini, ha citato Lovecraft... forse lui avrebbe potuto sbrogliare questa matassa".

"Professor Bergman", l'astronauta batté giovialmente il palmo della mano sul ginocchio dell'amico accanto, "Ultra è là fermo che ci aspetta, a quanto mi è parso di capire. Uno di noi due sbroglierà per lei la matassa, questo è certo. Resta solo da vedere chi lo farà".


6. La nave Ultra

Il sogno ci avvicina,
ma l'antica sapienza ci ripete
che l'uomo mai percorse quelle vie.

H. P. Lovecraft, Fungi From Yuggoth, XIII


Passammo quei giorni su Alpha in costante compagnia del professor Victor Bergman, a discutere di una varietà di argomenti che sembrava essere senza fine. La maggior parte legati ai molteplici aspetti della Missione Ultra, altri completamente distaccati. Bergman affrontava con infantile curiosità ogni branca del sapere ed era felicissimo quando trovava altri disposti a continuare le indagini con lui e a scambiare pareri. Finimmo subito col cementare una salda amicizia. Sulla base lunare erano nel frattempo giunti gli altri tre membri prescelti per far parte dell'equipaggio dell'astronave, e cioè l'astrofisico di bordo e secondo pilota dottor Darwin King, un allegro cinquantenne di Liverpool che avevo già conosciuto in precedenza, a suo agio sia davanti a colmi boccaloni di birra che ad astrusi calcoli einsteniani, l'esperta di radiazioni professoressa Juliet Mackie, fin troppo carina per una tale scelta di professione, la responsabile medica e psicologa dottoressa Monique Bouchere, una parigina dal carattere dolce e dagli svariati interessi umanistici.

Monique...

Istintivamente provai per lei un affetto immediato, sentendola molto vicina ai miei stessi interessi. Amava i libri, la poesia e lo sport, anche se solo a vederlo, e le piaceva discutere del contenuto di saggi e romanzi, sempre pronta a scambiare opinioni e a verificare quelle altrui, seguendo il consiglio di avventurarsi in letture tutte nuove. Per quanto non conoscessimo ancora approfonditamente i nostri tre compagni di viaggio, o meglio, i futuri compagni di viaggio di uno di noi, sia io che John ritenemmo subito che in ogni caso si sarebbe trattato di una squadra affidabile e affiatata. Ma intanto il tempo scorreva e si era ormai giunti al 3 giugno 1996, tre giorni prima del lancio. La decisione su chi sarebbe salito a bordo della nave come comandante non era stata ancora presa. Eravamo nell'alloggio del professor Bergman, che stava ascoltando una trasmissione di Space News da Houston. Interruppe la ricezione, voltandosi verso di noi e, con il suo solito fare bonario, finì col metterci alle strette, sollecitandoci a prendere una risoluzione. Era ovvio ormai che ce la saremmo dovuti sbrogliare da soli. Fu John alla fine a decidere per entrambi, suggerendo il classico lancio della monetina, in questo caso sostituita da una piccola e piatta componente elettronica quadrata a due colori che aveva trovato sul tavolo di lavoro. Non stava scherzando e d'improvviso, forse per la prima volta nella mia vita, sentii un brivido di timore percorrermi la spina dorsale... ce la saremmo giocata così, semplicemente, affidandoci al caso, l'unico elemento che un astronauta imparava subito a rifiutare a favore di rigide e immutabili leggi fisiche e matematiche. Avvertimmo entrambi la portata elettrizzante di quel momento e non nego che la cappa di apprensione che mi aveva avvolto mi indusse a non guardare affatto mentre John lanciava in aria il circuito stampato... invece fissavo falsamente controllato la carta astrale su cui stavo fingendo di lavorare, finendo col scarabocchiarla in inutili ghirigori. Avevo scelto nero e John giallo. L'improvvisata moneta roteò alle mie spalle, cadde sul palmo della mano di John, che la rovesciò sul dorso dell'altra mano con uno schiocco, un rumore che cancellò tutti gli altri, anche l'onnipresente brusio di apparati elettronici tipico di ogni settore di Alpha. Qualche secondo ancora, interminabile, poi John avrebbe scoperta la mano...

Tre giorni dopo io e il mio equipaggio salutavamo il capannello di Alphani che ci aspettava al Punto di Imbarco dell'Aquila che ci avrebbe condotto alla Stazione Orbitale Centauri, cui era attraccata la nave Ultra.


La Stazione Orbitale Centauri era stata assemblata nello spazio fin dagli anni Ottanta per decisione, e soprattutto fondi, dell'International Lunar Finance Committee, una branca della WSC cui spettava la parte esecutiva dei progetti relativi alla costruzione di mezzi spaziali e lunari, la stessa che si era occupata dell'autorizzazione al via per i lavori della nave Ultra, risalente al 14 febbraio 1995. La Stazione era formata da una doppia coppia di quattro cilindri inseriti ad angolo retto su un asse verticale formato da due grossi moduli, simili ai raggi di una gigantesca ruota. Dalle strutture tubolari si protraevano gli attracchi per i vecchi modelli di shuttle, sostituiti ora dalle Aquile, navi modulari multiuso di moderna concezione, che invece potevano comodamente planare sulla rotonda rampa di lancio che era stata costruita tempo dopo sul cilindro più piccolo. L'intero complesso poteva ospitare comodamente circa 200 persone e nella storia dell'astronautica occupava un posto di non poco conto: non solo era stato il bacino di lancio di tutta la serie di navi e sonde classe Astro ma praticamente ogni missione spaziale, lunare o diretta verso i pianeti esterni aveva come prima tappa di viaggio proprio la Stazione Centauri, che ruotava nel silenzio tra le orbite della Terra e della Luna.

L'equipaggio al completo della Missione Ultra era seduto nel modulo passeggeri dell'Aquila proveniente da Alpha. Tony Cellini, vicino al suo co-pilota Darwin King, ascoltava con un orecchio solo le battute dell'allegro astrofisico, che si incrociavano con quelle delle due donne sedute dietro di loro. Juliet Mackie e Monique Bouchere erano molto eccitate e la tensione trapelava abbastanza palesemente sia dalle loro parole che dalle loro risate un po' nervose. Ma Cellini aveva occhio solo per lo schermo davanti a lui, che inquadrava perfettamente il bacino Centauri in lento avvicinamento. C'era una sorta di solennità in quell'immagine, che per quanto mostrasse uno spettacolo tutt'altro che impressionante per uomini che lavoravano nello spazio, non mancava mai di colpire nel profondo. L'occhio esperto dell'astronauta si accorse subito di qualcosa che invece sfuggì ai suoi compagni. L'Aquila era leggermente fuori rotta, l'angolo di avvicinamento troppo accentuato. Cellini sorrise tra sé, perché sapeva perfettamente il motivo di quell'errore. Dipendeva volutamente dal pilota dell'Aquila, il suo amico Michael Donovan, che stava manovrando l'astronave in modo che l'approccio con la stazione avvenisse in maniera spettacolare, soprattutto permettesse che la rotazione del complesso consentisse una splendida e graduale entrata in scena della nave Ultra, ancorata ai piloni dei cilindri inferiori. Uno sforzo che il comandante apprezzò e ritenne dovessero goderne anche i suoi compagni di viaggio.

"Signori, guardate lo schermo, stiamo assistendo a qualcosa che non dimenticheremo".

Richiamata l'attenzione dell'equipaggio, che si strinse al comandante sporgendosi estasiato sul monitor, Cellini non ebbe occhi che per la sua nave, che andava occupando lo spazio visivo grazie alle dolci virate che Donovan imprimeva all'Aquila.

La nave Ultra, poiché il capitano e i suoi uomini preferivano chiamarla così piuttosto che con l'impersonale appellativo di "sonda", era un fuso metallico di oltre novanta metri, leggermente più rigonfio dietro al muso aguzzo, che era la replica più grande del modulo di comando delle Aquile, simile alla testa di una gigantesca mantide dagli occhi triangolari. Una fitta trama di tralicci metallici ricopriva interamente il lungo scafo cilindrico, una scheletrica ghiera di tubature che assicuravano sei giganteschi serbatoi di idrogeno compresso al corpo più massiccio della nave, con un'ulteriore serie di sei booster tutt'intorno al modulo terminale, direttamente collegato ai due motori a fissione atomica da cui sporgevano i coni degli ugelli di scarico. Lungo l'asse posteriore apparentemente fragile di intricati tralicci, che nella sua lunghezza teneva a distanza di sicurezza la sezione motori da quella abitata dall'equipaggio, si sporgevano i pannelli solari e la grande antenna parabolica per le comunicazioni. La nave, larga circa tredici metri e alta dodici, aveva una stazza di 2054 tonnellate e un'autonomia di 150 miliardi di miglia, garantita dalla coppia di motori atomici, serviti a loro volta da otto razzi di manovra a propellente chimico, disposti quattro e quattro sul fondo della nave e sul retro del modulo di comando, che all'occasione poteva diventare una scialuppa di salvataggio, e da quattro moduli RCT (8), due dei quali fissati su intelaiature che si protrudevano dai lati nella parte posteriore dello scafo e altrettanti sui fianchi della cabina di pilotaggio, disposti a croce con un razzo per ogni punto cardinale. La nave Ultra, in teoria e nella sua conformazione ultima, prevista per altre navi della stessa classe Astro non ancora assemblate, avrebbe potuto raggiungere la fantastica velocità di circa 135.000 km al secondo, cioè il 45% della velocità della luce. Un generatore nucleare le forniva tutta l'energia necessaria per il sostentamento vitale, luce, elettricità e per i processi di innesco della reazione termica che avrebbe trasformato l'idrogeno compresso contenuto nei dodici booster, stazionario a 255 gradi sottozero e repentinamente portato a più di 2200, in formidabili sfere di gas dilatato ed espulso nello spazio in grado di imprimere alla sonda una spinta iniziale di 325 km al secondo. L'equipaggio della Ultra occupava i due moduli principali, cioè l'ampia cabina di pilotaggio, il vano immediatamente seguente che faceva ancora parte delle strutture della navetta di salvataggio e il vero e proprio ambiente abitativo che corrispondeva alla sezione più larga dell'astronave, predisposta per accogliere comodamente quattro persone. In questo modulo ognuno poteva disporre di una cuccetta personale e di una zona riservata alle proprie esigenze. Tutto era stato calcolato per fornire il massimo comfort per i lunghi mesi di navigazione spaziale.

L'Aquila aveva permesso all'equipaggio della nave Ultra un approccio visivo privilegiato all'enorme mezzo spaziale, simile ad una gigantesca libellula priva di ali, grazie anche all'abilità nelle manovre di Donovan, ma era ora di rimettersi in rotta per iniziare la fase di attracco sulla piattaforma situata al di là del cilindro portante della Stazione Centauri.

"Bene, questa sarà casa nostra per i prossimi otto mesi, parlando solo dell'andata... all'esterno mi pare soddisfacente", commentò Darwin King, tornando a sedersi, "Ma ovviamente, per avere un giudizio definitivo, dovremo prima controllare per bene cucina e soprattutto bagni!".

I quattro scoppiarono a ridere, alleviando l'eccitazione e l'emozione che si era accumulata in loro dal decollo da Alpha. Cellini si mise in comunicazione con Donovan: "Ehi, Mike. Grazie per le evoluzioni, ti siamo tutti grati per lo spettacolo offerto. Suppongo ti abbiano già chiamato dalla stazione per rimproverarti l'iniziativa, visto che sei uscito di rotta".

"Giusto in questo momento", sorrise Donovan dallo schermo, "Ho assicurato loro che non eri tu alla guida dell'Aquila e che potevano stare tranquilli. Preparatevi, attracchiamo fra tre minuti".

Mentre l'Aquila iniziava la manovra di discesa sulla rampa circolare, King lasciò le ragazze a scambiarsi i loro commenti, sedendosi accanto al comandante della nave Ultra.

"Bene, Tony, allora ci siamo. È la missione del secolo, e ci sei tu a farci da guida. Ci avete tenuti col fiato sospeso fin quasi alla fine, eh?"

"Incredibile come neppure i computer siano stati in grado di scegliere l'astronauta migliore per questa missione, Darwin. Ci voleva proprio e solo il colpo di fortuna..."

"Come sarebbe a dire?", l'astrofisico dall'uniforme dalla manica marrone assunse un'espressione interrogativa, "Il colpo di fortuna?"

"Ce la siamo giocata, Darwin. Io e John abbiamo fatto a testa o croce".

"Non ci credo!", esclamò King, spalancando gli occhi per lo stupore, "Per tutti i pub della bassa Inghilterra, non mi raccontare una cosa del genere!"

"Sì, Darwin, lancio della monetina, o nel nostro caso di un circuito stampato a due colori. È uscito nero. Cellini va, Koenig resta".

King, ancora incredulo, si dette una pacca sulla gamba, passandosi una mano sulla calvizie incipiente: "Ma chi ha proposto quest'idea?"

"Proprio John, e ha lanciato lui il nostro equivalente di monetina".

"Mio Dio!", soffiò King, tormentandosi i baffetti, "E poi... come l'ha presa?"

Tony Cellini esitò a rispondere, riandando con la memoria a quei momenti: "Beh... deve essere stata come una pugnalata, quando ha scoperto che aveva perso, di sua iniziativa. L'ho visto fissare nel vuoto qualche secondo... poi mi ha stretto la mano, e ho sentito che tremava. Ha continuato a stringermela, fino a scaricare tutta la sua ansia... ma forse era energia, la sua energia interiore... il suo dono per il comandante della nave Ultra".

"Sei il solito poeta, Tony. Ma io credo che Koenig perderà il sonno maledicendosi mille volte per aver avuto quell'idea!"

"No, Darwin, ti sbagli", affermò con sicurezza l'astronauta, "John se ne sarà già fatto una ragione ed ora darà tutto se stesso per la missione, al controllo di volo giù su Alpha. Avremo i suoi occhi sui di noi, sarà il nostro angelo custode".

King scosse la testa, dubbioso, "Ma senti, Tony. Se avessi perso tu... come avresti reagito?"

"Lo avrei accettato, perché stavamo facendo sul serio, ed era logico e giusto che fossimo noi stessi a risolvere la questione, perché nessun altro poteva farlo al nostro posto. Comunque...", Cellini si volse a guardare il compagno, sorridendo, "... avrei anche fatto in modo che John si rompesse una gamba o qualcosa di simile qualche ora prima del lancio!"

King scoppiò a ridere: "Sì, lo avresti fatto! Speriamo che questa tua grande fortuna ci accompagni per tutto il viaggio verso Ultra!"

"La mia fortuna... e lo sguardo di John Koenig".

7. Commiato e partenza

Nell'immemore vuoto mi condusse
quel demone passando
i luminosi grappoli di stelle
che dello spazio segnano i confini.

H. P. Lovecraft, Fungi From Yuggoth, XXII


Rimanemmo alla stazione Centauri solo poche ore, giusto il tempo di evadere le ultime interviste della rappresentanza giornalistica dei più grandi network televisivi, sopravvivere alla continua calca di gente dalla manica colorata che ci circondava ovunque ci muovessimo, sorbirci il discorso dell'Alto Commissario Farnsworth Dixon, l'incarnazione vivente della WSC, ampolloso quel tanto che bastava da farsi dimenticare immediatamente, salutare gli ultimi conoscenti in servizio. Poi mi fu consegnata ufficialmente la cartella blu con tutte le autorizzazioni a procedere, i sigilli, le password ed i codici d'emergenza da utilizzare su mio ordine diretto per attivare i sistemi di sopravvivenza della nave in caso di gravissima situazione tale da compromettere l'esito della missione. La cartella conteneva la tessera magnetica per attivare i sistemi principali della nave Ultra, una volta che avessi preso posto in cabina di comando. Non che la cosa non potesse essere portata a termine anche dal Controllo Missione, ma quel gesto simbolico ufficializzava in modo efficace il via all'impresa ed era sempre un attimo emozionante e particolarmente sentito dagli spettatori che seguivano gli ultimi preparativi pre-partenza.

Cominciavo a diventare abbastanza impaziente per tutte le lungaggini che mi separavano ancora dall'accesso alla nave... avevo già salutato le persone che mi stavano a cuore sulla base Alpha. Ma infine giunse il momento di lasciarsi alle spalle il personale di Centauri e di avviarsi nella condotta telescopica che portava alla camera d'equilibrio della nave Ultra, a circa metà del cosiddetto modulo passeggeri. L'ultimo saluto a favore delle telecamere di tutto il mondo, l'apertura del portello dipinto di rosso con l'emblema della missione e i nostri cognomi, e finalmente ci fummo solo noi quattro, nell'ambiente che ci avrebbe ospitato, se tutto andava bene, per sedici mesi di viaggio. Erano le 22 esatte del 6 giugno 1996, quando c'isolammo all'interno dell'astronave.


Le aree abitative della nave Ultra, con i portelli delle varie sezioni aperti, potevano essere colte in un unico colpo d'occhio dal fondo del modulo passeggeri, con le spalle rivolte al portello che permetteva uno stretto passaggio lungo la coda della nave, da utilizzare solo per interventi manuali d'emergenza riguardanti la zona motori. I moduli riservati all'equipaggio erano vividamente illuminati da pannelli quadrati in serie di sette per sette sul piatto soffitto, separati da strutture e colonnine portanti ad esile V dipinte in arancione. Lungo le pareti, interrotte più o meno a metà modulo da due portelli esterni da entrambi i lati, vi erano un'ininterrotta serie di apparati elettronici ad armadietto, pannelli del computer centrale dal design simile a quello della stazione Centauri e della base Alpha, con unità estraibili a mano e banchi di memoria rettangolari, apparecchiature di ogni tipo, dalle telesonde ai laboratori mobili, indispensabili per lo studio a distanza del pianeta Ultra, postazioni e consolle per l'analisi dei dati, mensole elettroniche automatiche, schermi e quadri di rilevamento, anche questi per lo più automatici. Ogni anfratto lungo le pareti era occupato da un particolare tipo di apparato sensorio, in grado di funzionare autonomamente per l'85% delle sue funzioni. Lungo lo spazioso corridoio centrale che portava in cabina di comando, in cui ci si poteva muovere con tutta comodità nonostante le onnipresenti unità elettroniche mobili un po' dappertutto, sul cui pavimento erano dipinti quattro quadrati contenenti un vistoso numero rosso progressivo che corrispondeva a determinati settori soggetti a controllo periodico da parte del computer di bordo, si trovavano, quasi nascoste tra gli apparati, quattro vani disposti a due a due da un lato e dall'altro del modulo. Erano le cabine personali dell'equipaggio, minuscole (in lunghezza corrispondevano a poco più che lo spazio occupato da una cuccetta) ma dotatissime di ogni agio, che andavano da una serie di armadietti per gli effetti personali ad un fornito guardaroba. Volendo, potevano essere escluse tramite un pannello dall'ambiente comune del modulo, garantendo una certa qual privacy. Proseguendo verso il modulo di comando si incontrava la cucina automatica, fornita di svariati menù e combinazioni di piatti tali da non fare storcere la bocca per la loro ripetitività, l'infermeria, suddivisa in due settori, i servizi sanitari comprensivi di doccia, un'efficiente area attrezzata a palestra per la tonificazione dei muscoli, una vasta biblioteca con le letture più disparate, l'immancabile videoteca con varie centinaia film e brani musicali registrati su CD e DVD, che potevano essere trasmessi su uno schermo inserito nella parete. Vi era quindi il modulo di comando, che replicava in piccolo tutte le caratteristiche dell'area abitativa, dal momento che poteva diventare, separandosi dal corpo della nave Ultra, una navetta di salvataggio completamente autosufficiente. L'anticamera alla cabina di pilotaggio comprendeva perciò versioni ridotte ma pur sempre efficienti di laboratori, palestra, infermeria, cucina e area svago. La postazione di guida riservata al comandante della nave era comunque spaziosa, visto che poteva contenere tutto l'equipaggio, con quattro postazioni servite di poltroncine ergonomiche dall'imbottitura gialla, ma sembrava più raccolta, data l'illuminazione ridotta. Le pareti del muso aguzzo della nave Ultra era completamente ricoperte di apparati e strumentazione relativa al volo, una sorta di arcade dalle mille luci colorate, molto simile all'interno del modulo di comando di un'Aquila, sebbene più vasta. Gli schermi radar e i raccoglitori di immagini forniti dai sensori occupavano un posto di rilievo sul cruscotto di guida, circondando gli ampi finestroni triangolari del modulo. Fu proprio qui che si diresse Tony Cellini, per prendere immediatamente posto davanti alle consolle dal mormorio elettronico che l'aspettavano. Sedutosi sulla comoda poltroncina di pilotaggio, aprì subito la busta di plastica che conteneva la tessera magnetica d'attivazione, inserendola senza esitare nell'apposita unità centrale. Con un soddisfacente sospiro elettronico i sistemi principali dell'astronave entrarono in funzione, gli schermi si illuminarono e il modulo iniziò a vivere tutt'intorno a lui. Alle sue spalle, i suoi tre compagni applaudirono, così come tutto il personale della stazione Centauri, una volta raccolto il segnale di attivazione della sonda.

"Bravo, Tony!", esclamò Darwin King, "Un gesto che entrerà nella storia! Qualcuna di voi ragazze controlli se sono scattate le serrature per poter usufruire dei bagni!". Juliet e Monique ridacchiarono.

"È un chiodo fisso, il tuo!", replicò allegramente Cellini.

"Provati tu, a fare un viaggio di sedici mesi e usare un sacchettino di plastica quando ti scappa!"

Sul video principale apparve il volto del controllore di Centauri: "Qui Comando Centauri, tutti i sistemi della nave sono entrati regolarmente in funzione, verde su verde, inizio check-up pre-volo tra cinque minuti. Sarete collegati con il Controllo Missione di Alpha fra tre minuti".

"Roger, Centauri, stand-by confermato, in attesa del link con Alpha".

Nelle successive due ore i quattro componenti dell'equipaggio della nave Ultra sarebbero stati impegnati, ciascuno alla sua postazione, nell'ultimare una serie infinita di verifiche e controlli prevista dalla procedura di lancio, un esame approfondito di tutti i sistemi della sonda che aveva come referente lo specifico settore di Alpha di competenza. Per Cellini la Torre di Comando della base, per King il settore tecnico, per Mackie quello scientifico e per Bouchere quello medico. Un'attività che non avrebbe lasciato spazio ad altro, scrupolosamente pianificata, basata su un incessante quanto monotono scambio di richieste esecutive dal Controllo Missione e conferme dalla nave Ultra, che alla fine determinò il risultato che tutti si attendevano.

"Tony, confermo il segnale verde su verde, OK per tutti i sistemi", comunicò John Koenig da Alpha, sostituendosi al viso del controllore della base, "tra cinque minuti ti sganceremo dall'attracco di Centauri".

"Ehi, John", Cellini decise di riservarsi il tempo che restava prima del lancio per parlare con lo sfortunato amico-rivale, "Come va, vecchio mio?"

"Sono io a doverlo chiedere a te, Tony, sei tu sotto gli occhi di tutti".

"Al diavolo... ti sei mai chiesto come mai la celebre frase di Alan Shepard (9) sia l'unica cosa che venga in mente a ciascun comandante di astronave prima del lancio?"

"La famosa Preghiera di Shepard "Oh Signore, fa' che non mandi tutto a catafascio?"

"Lui l'aveva formulata in modo un po' diverso, John (10)", sorrise Cellini, "Beh, Darwin qui dice che non chiuderai occhio per tutto il tempo a venire e che maledirai l'idea che ti è venuta di tirare a sorte per il comando della nave".

"È molto vicino al vero... ma chissà perché riesco ugualmente a sentire una specie di moto d'orgoglio, sapendo che lì ci sei tu".

"John..., so che vorresti essere al mio posto", Cellini abbassò la voce, il suo sguardo risoluto si illuminò di una luce diversa, "Ma sono io che ho bisogno di sapere, costantemente, che tu sei al Controllo Missione. Niente battute ora... mi serve davvero avere la certezza della tua presenza e assistenza, anche se tra noi non potranno esservi contatti".

"Sarò qui e ti terrò d'occhio, capitano Cellini. Vedi di comportarti bene, lassù", rispose commosso Koenig, "Raccogli un sasso, quando sarai arrivato, e lancialo in aria per me".

"Lo farò, per prima cosa", assicurò l'astronauta, "Spero di portarti buone notizie, tra sedici mesi... vorrei che fossimo insieme, la prossima volta".

"Oh, non ti preoccupare. Vedrai che ne avremo l'occasione", Koenig dette un'occhiata al count-down, "Tony, meno tre minuti al distacco. Tutto regolare".

"Tutto regolare, ovviamente".

"In bocca al lupo, Tony. A presto".

"Ciao, John... veglia su di noi", questa volta fu il tono di voce di Cellini ad incrinarsi per un attimo ma subito si riprese, "Ci risentiremo fra tre ore circa".

I minuti si azzerarono sui timer della nave Ultra, del Comando Centauri e del Controllo Missione su Alpha. Le ganasce magnetiche che assicuravano la sonda al braccio di attracco della stazione si aprirono e la gigantesca libellula spaziale divenne un mondo a parte, totalmente autosufficiente. Galleggiò nel vuoto, mossa dai piccoli razzi direzionali che l'allontanarono a distanza di sicurezza da Centauri. A circa dieci chilometri dalla stazione orbitale, dopo aver raggiunto l'assetto necessario per non interferire con l'orbita del satellite artificiale, entrarono in funzione i razzi chimici, imprimendo all'astronave un'accelerazione iniziale di tre G, pari a ventinove metri al secondo. Dopo un solo minuto la velocità sarebbe stata già di quasi sessantamila chilometri all'ora. Tutta la fase di accelerazione iniziale prima dell'entrata in funzione dei motori nucleari sarebbe durata poco più di tre ore, portando la sonda ad oltre tre milioni e mezzo di chilometri lontana dalla rampa di lancio. Poi, il grande salto nell'infinito, lungo l'invisibile binario di onde elettromagnetiche rifratto dal pianeta Ultra, agganciato dal radar ad infrarossi della nave, un sentiero prestabilito ed immutabile, automaticamente corretto in caso di variazioni di rotta. Ulteriori controlli di volo avrebbero occupato l'equipaggio in quel lasso di tempo prima dell'innesco dei propulsori nucleari, che avrebbe reso inalterata la velocità massima della sonda, diretta alla sua destinazione oltre Plutone. Da lì in poi le comunicazioni con la Main Mission di Alpha sarebbero cessate e la nave Ultra sarebbe stata rintracciabile solo come puntino luminoso sui sensori radar-telescopici a lunghissima gittata.

Tony Cellini salutò per l'ultima volta il capitano Koenig, una volta raggiunto il punto di non ritorno, e declinò con un sorriso il suo invito a decidere se dovesse continuare o meno il viaggio, lanciandosi risolutamente oltre l'infinito con il suo equipaggio. Il rientro era previsto per il 20 novembre 1997. Sarebbe stato un appuntamento mancato.

8. La vera conquista

L'esile, nerochiomata Nathicana,
(...) labbra vermiglie, vaga Nathicana,
voce d'argento, dolce Nathicana,
biancovestita, amata Nathicana.

H. P. Lovecraft, Nathicana


Otto mesi di navigazione, il volo più regolare e privo di problemi della storia dell'astronautica. Neppure un inconveniente a bordo, un singolo difetto nelle apparecchiature, uno stupido programmatico guasto nel cucinino elettronico... anche i sistemi igienici, con grande soddisfazione di Darwin, funzionarono alla perfezione. Questa straordinaria situazione che sfidava ogni legge di Murphy rese nervoso il mio co-pilota, che si aspettava in ogni momento qualcosa che non andasse, addirittura sembrava sperarlo per tranquillizzarsi, ma i suoi timori risultarono fortunatamente sempre vani. L'astronave rispondeva perfettamente, docile e affidabile. Se dovevamo lamentarci di qualcosa, questa era la monotonia, la routine infinita e sempre uguale a se stessa che eravamo costretti a sopportare e che era stata ampiamente prevista da coloro che avevano organizzato la vita di bordo. Ogni istante della nostra giornata era stato scrupolosamente programmato a tavolino così che vi fosse sempre qualcosa da fare, a rotazione, in modo che toccasse tutti.

Ciascuno di noi doveva avere almeno un'infarinatura dei compiti specifici dell'altro, compresa la dimestichezza in alcune operazioni di volo. E certo il lavoro non mancava, man mano che la nave si inoltrava negli abissi cosmici. I suoi sensori captavano e registravano dati provenienti dall'esterno, li analizzavano e studiavano, archiviandoli, tutta una serie di esami scientifici impegnava sia Darwin che Juliet costantemente, mentre Monique non mancava di annotare le sue impressioni psicologiche su ciascun componente dell'equipaggio in quell'ambiente chiuso e a stretto contatto gli uni con gli altri in cui vivevamo. I momenti liberi, per ciascuno di noi, erano stati organizzati in modo da assumere una grande importanza sociale, al punto da desiderarne al più presto l'occorrenza, anche se alla fine si trattava solo di vedere un film tutti insieme, ascoltare musica, leggere, spesso a voce alta e a beneficio di tutti, distrarsi con giochi elettronici, curare un giardinetto idroponico allestito in una rientranza del modulo abitabile, esercitarsi nella piccola palestra di bordo e ovviamente vivere il momento conviviale per eccellenza, quello del pranzo e delle cene, che in particolare Darwin sapeva rendere sempre divertenti con una serie pressoché infinita di storielle comiche e barzellette che sembrava inventarsi di volta in volta.

La scelta dell'equipaggio della nave Ultra non poteva essere fatta in modo migliore: ci affiatammo subito, trovando interesse nelle reciproche persone, culture e sensibilità, sfuggendo alla noia nell'esplorare le nostre caratteristiche peculiari, imparando ad apprezzarle e a condividerle. Il viaggio della sonda non garantiva spettacolarità di incontri celesti, passaggio ravvicinato tra i pianeti del Sistema Solare, indimenticabili visioni siderali... gli unici momenti di fervore durante la prima fase del viaggio furono l'attraversata della cintura asteroidale tra Marte e Giove e l'analisi di alcuni frammenti di roccia e ghiaccio orbitanti, lo studio di un paio di comete di passaggio. Per godere di affascinanti panorami astronomici dovevano servirci del telescopio di bordo, esattamente come si faceva sulla Terra, su Alpha o sulle stazioni orbitali. Perciò, per molti mesi, la nostra unica e vera missione esplorativa fu quella che ci permise di conoscere bene noi stessi, quella che dette i suoi frutti migliori. Ho sempre creduto che una volta in volo non avrei fatto altro che rivolgere tutta la mia attenzione al mondo che ci apprestavamo a scoprire, senza farmi distogliere da nessun altro pensiero... mi sbagliavo.


Monique Bouchere entrò senza farsi notare nella cabina di pilotaggio, con una tazza di caffè per il comandante, che in quel momento era solo sulla poltroncina di guida. Darwin King si stava riposando in una cuccetta dopo un estenuante lavoro di ore sui dati registrati dai sensori di bordo mentre per Juliet Mackie era iniziata la settimana di sonno indotto artificialmente, che avrebbe permesso il risparmio dei consumi e alleviato in parte per lei il tedio del viaggio. Era un processo cui tutti si dovevano sottoporre periodicamente, secondo un ordine stabilito dal computer medico. Il sonno artificiale contribuiva anche a rinvigorire il fisico e corroborare il tessuto muscolare grazie ad un sistema di massaggio elettronico sottocutaneo. Per alcuni periodi, quindi, l'equipaggio attivo della nave Ultra si riduceva a tre elementi.

Monique restò a fissare, non vista, il capitano Cellini, intento a lavorare sulla consolle principale. Aveva le cuffie alle orecchie e quindi non poteva sentire i suoi movimenti. Poggiò il vassoio con la tazza fumante su un ripiano, addossandosi con le spalle e le braccia conserte al pannello di sinistra. Da qualche tempo a quella parte, si era accorta di apprezzare quei pochi minuti che passava con Tony Cellini nel modulo di pilotaggio quando gli serviva il caffè... e quando non c'era con lui Darwin King. Non si trattava che di pochi attimi di conversazione, spesso banale, ma che in un certo modo erano diventati... molto importanti per lei, al punto da scegliere l'occasione di portare la bevanda dopo aver visto Darwin uscire e iniziare una mansione che l'avrebbe tenuto impegnato altrove, cosa di cui lei si accertava coscienziosamente. Certo, il capitano Cellini era un bell'uomo, ancor giovane, dal fisico atletico, senza contare la fama di cui godeva... ma tutti sapevano che era sempre rimasto singolarmente scapolo, nonostante le evidenti possibilità in suo possesso di ottenere successo con le donne. Per molti era uno di quegli irriducibili individualisti totalmente versati nel proprio lavoro e con scarso tempo da perdere nei divertimenti, specie se questi minacciassero di diventare qualcosa di più in grado di intralciare con la loro professione. Un'altra voce che aveva colto nel periodo in cui era stata su Alpha voleva che Tony Cellini fosse stato così turbato dalla morte in un attentato terroristico della moglie di John Koenig, suo miglior amico e antagonista nella corsa allo spazio, da non volerne assolutamente sapere di unioni fisse o durature con rappresentanti dell'altro sesso... di contro erano anche note dicerie che lo volevano molto aperto nei rapporti occasionali e la stampa aveva più volte strombazzato suoi flirt con note personalità femminili del mondo del cinema, dello spettacolo e dello sport, senza che questi durassero più di qualche mese.

Monique si stupì di abbandonarsi a quei pensieri, riscuotendosi di colpo con una scrollata di testa ma non così velocemente da non provare una punta di invidia per tutte quelle conquiste, o presunte tali, di cui aveva letto o sentito sulla Terra e che avevano coinvolto Cellini. Per quanto avesse scacciato quei pensieri infantili, quasi vergognandosi di essersi permessa di darci peso, la dottoressa piombò immediatamente in un altro, e decisamente più gradevole, sogno ad occhi aperti, che vedeva questa volta protagonista lei, e solo lei, assieme al comandante della nave Ultra. Non si accorse quasi quando la sua mente le fornì l'immagine di un lungo e appassionato bacio tra loro due ma quell'attimo di godimento fu interrotto dalla più ovvia delle funzioni biologiche: il suo cuore aveva iniziato a batterle forsennatamente nel petto, sotto il tessuto della casacca d'ordinanza dalla manica bianca.

L'astronauta si era nel frattempo tolto le cuffie e appoggiato alla spalliera della poltroncina, lo sguardo sulle mille spie luminose del cruscotto e sugli schermi radar. La donna percepì un cambiamento improvviso nel suo aspetto, vide, quasi a fianco a lui, la sua ampia fronte corrucciarsi, gli occhi stringersi in fessure, come se nella sua mente stessero sviluppandosi pensieri poco allegri. Forse era solo la stanchezza, ma avvertì anche in sé crescere un moto di preoccupazione, che ebbe però l'effetto di farla sorridere incredula.

"Je suis amoureuse de lui? ", si chiese, divertita, ma ricacciò subito indietro il quesito. Il caffè si stava raffreddando.

"Capitano Cellini, servizio in cabina di pilotaggio", esordì, con voce un po' malferma. Il capitano trasalì, accorgendosi della presenza della ragazza ma il suo sorriso spontaneo spianò completamente le rughe della fronte.

"Ciao, Monique... ah, grazie, era proprio quello che ci voleva", prese il vassoio dalle mani della dottoressa, notando con stupore che nella tazzina c'era una zolletta di zucchero divisa a metà, esattamente come lui voleva, "Ehi, non mi dire che i nostri quadri psicologici indicano anche quelli che sono i nostri vizi? Come facevi a sapere della mezza zolletta di zucchero?"

"Beh, ho semplicemente notato che le altre volte rompevi a metà le zollette, utilizzandone solo una parte per il caffè e l'altra per dopo. Scienza della deduzione basata sull'osservazione".

"Bene, non sapevo che avessimo a bordo un'emula di Sherlock Holmes!"

"Adoravo i racconti di Arthur Conan Doyle, credo di averli letti tutti anni fa... e poi, in un ambiente circoscritto e limitato come il nostro, si fa in fretta a cogliere i particolari di comportamento nel tuo compagno".

"Hai ragione", per un attimo Cellini non seppe più cosa dire, colto da un momentaneo e ingiustificato imbarazzo che Monique riuscì a percepire chiaramente, con un pizzico di divertimento, "Come stanno Darwin e Juliet?"

"Oh, tout va bien. Il nostro nostalgico bevitore di birre scure è crollato vinto dal sonno e Juliet è in letargo indotto ormai da cinque giorni. Direi comunque che stiano entrambi ottimamente".

"Ah, bene, bene...", il capitano eseguì alcune operazioni sui comandi, totalmente superflue in quel momento, sotto lo sguardo attento di Monique, che cominciava a godersi l'impaccio dell'astronauta, soprattutto perché era lui a manifestarlo e non lei, come invece aveva previsto e temuto. Ma Cellini non era tipo da lasciare che un qualunque tipo di situazione, quale che ne fosse la sua reale natura, potesse metterlo in scacco per più di qualche secondo senza un'adeguata reazione. Interruppe a metà la presa su una leva del cruscotto, voltandosi a fissare intensamente la dottoressa, sorridendo. Il suo sguardo, che rivelava un palese apprezzamento, e il suo silenzio ribaltarono subito le parti e Monique si sentì in preda al tumulto, una piacevole agitazione interiore che la fece avvampare. A risolvere degnamente il tutto intervenne un provvidenziale crampo al collo, dovuto al troppo tempo passato seduta alla propria consolle medica, che la fece sussultare.

"Ah!", esclamò, portandosi istintivamente una mano sulla spalla.

"Che c'è?", Monique gradì molto la genuina preoccupazione subito mostrata dall'astronauta.

"Oh, ce n'est rien. Una piccola fitta, sai, dopo tutto quel catalogare i dati curva sul monitor..."

Cellini sganciò le cinture di sicurezza, che si arrotolarono ai lati della poltroncina, saltando giù dalla sua postazione ed invitando la dottoressa a prendere il suo posto: "Dai, siediti qui".

"Fai pilotare me? No, per favore, non mi trovo a mio agio neppure sulle auto..."

"Su, dottore, sdraiati su questo lettino". Monique sorrise, arrossendo, ma prese posizione sulla poltroncina che Cellini stava reclinando indietro. "Per questa volta ci scambieremo le parti, tu ai comandi, io in veste terapeutica. Comoda?"

"Uhm, la poltroncina di pilotaggio sì che è confortevole, non come le nostre di là", commentò Monique, allungando le gambe e rilassandosi, i soffici capelli neri adagiati indietro sul poggiatesta, "Cosa intendi con te in veste terapeutica?"

"Te lo mostro subito. Okay, se mi permetti...", la mano di Cellini, che si era posizionato dietro la poltroncina reclinata, si posò sulla lampo della manica bianca di Monique, giocherellando con il perno e muovendolo piano lungo la spalla, abbastanza lentamente da consentire l'eventuale rifiuto da parte della ragazza, che non venne. La cerniera si aprì quel tanto che bastava perché la mano dell'astronauta potesse scivolare sulla spalla nuda di Monique, "... ti sottoporrò ad un massaggio che dovrebbe risolvere il tuo problema".

Al primo contatto Monique ebbe un brivido e sobbalzò, inarcando la schiena e lasciandosi sfuggire un sospiro. Cellini, sorridendo non visto, accentuò delicatamente la presa, cominciando a massaggiarle molto lentamente la base del collo. La leggera frizione ottenne subito l'effetto di rilassare la donna, che chiuse gli occhi abbandonandosi completamente al tocco del comandante della nave Ultra.

"Avvertimi, quando ne avrai abbastanza", sussurrò Cellini, continuando a manipolare leggermente la pelle di velluto della dottoressa in sapienti arabeschi tattili, spostando di lato la massa di lunghi capelli.

"Averne abbastanza? Tony, è il paradiso... c'est super", mormorò languidamente Monique, "... ma dovrei essere io a farti un massaggio, saranno ore che non ti muovi da qui".

"Oh, beh... magari più tardi, se riproporrai l'invito, non lo rifiuterò di certo. Ma adesso rilassati e non pensare a nulla".

Il massaggio sulla spalla di Monique, che forniva allo stesso tempo eccitazione, relax e sonnolenza, si tramutò presto in una carezza di tutt'altro genere, pur se confinata nello stretto ambito consentito dall'apertura della lampo. La mente della donna ebbe tutto il tempo di visualizzare l'evoluzione futura di un simile trattamento, prima di ricordarsi che non poteva permettersi di esagerare. Già sentiva che il suo corpo cominciava a rispondere in sintonia con il massaggio, generando calore, e l'eccitazione non accennava certo a diminuire. La casacca d'ordinanza, molto aderente, avrebbe potuto rivelare ogni segno di turgore sui suoi seni, cosa che Cellini avrebbe potuto comodamente notare... ma alla fine Monique mandò al diavolo ogni precauzione. Voleva che Tony se ne accorgesse. Permise alla sua mano di risalire verso quella dell'astronauta, sulla sua spalla destra, ne strinse prima le dita, poi il palmo, poggiando la guancia su di essa e consentendo il massaggio solo sulla spalla sinistra. Non desiderava nient'altro... solo che quei momenti non finissero.

"Buongiorno a tutti. Ehi, che succede, un cambio di pilota non previsto dai regolamenti?", la voce allegra di Darwin King fece sobbalzare Monique, che si lasciò scappare un gridolino e abbandonò velocemente la mano del comandante, pronta a scattare in piedi. Ma la presa di Cellini su di lei si accentuò, costringendola a restare sdraiata sulla poltroncina. Lei ubbidì, il respiro mozzo, il petto ansante, agitatissima.

"Come va, Darwin?", Cellini salutò tranquillamente il suo co-pilota, continuando come se niente fosse a massaggiare le spalle della dottoressa.

"Uhm... a me un massaggio non l'hai mai fatto, comunque", constatò serio King, prendendo alcune cartellette da una consolle.

"Beh, lo so, ma avrebbe potuto anche piacerti, sai, non mi sembrava proprio il caso... ", replicò l'astronauta, e Monique scoppiò a ridere.

"Torno al lavoro di là... ne ho ancora molto da fare", mugugnò Darwin, dando una pacca sul fianco di Cellini e facendo una smorfia unita ad occhiolino che poteva essere interpretata benissimo come un virile apprezzamento di come credeva che stessero andando le cose. Quando l'astrofisico fu uscito dalla cabina di pilotaggio Monique si portò le mani sul viso: "Mio Dio, Tony..."

"Niente di male. Non preoccuparti di nulla, Monique. Vuoi che mi fermi?"

"No, no, continua", entrambe la mani della ragazza corsero nuovamente ad afferrare quelle del comandante, riportandole alle spalle... solo che la loro stretta si accentuò, ricambiata, impedendo che il massaggio proseguisse. Monique raccolse leggermente le gambe sulla poltroncina e si tenne avvinghiata alla calda e salda presa dell'astronauta, come se avesse paura di essere lasciata, come se temesse di perdere tutto quel che aveva guadagnato in quei momenti.

Tre membri su quattro della nave Ultra sapevano ora che per Anthony Cellini la vera conquista non sarebbe più stato l'ancora lontano decimo pianeta del Sistema Solare.

9. Adagio

...non rimpiango eccessivamente la perdita, in abissi inconcepibili, dei fogli di fitta scrittura, i quali soltanto avrebbero potuto spiegare la musica di Erich Zann.

H. P. Lovecraft, The Music of Erich Zann


Nessun suggestivo tramonto, per me e Monique, nessuna romantica passeggiata lungo viali alberati attorno a placidi specchi d'acqua o cena a lume di candela, niente fiori, rose o regali reciproci, nessun angolino riservato da poter ricordare, scambi di parole che dovevano essere il più delle volte controllati, impossibilità manifesta di lasciarsi andare o abbandonarsi al richiamo dei sensi... tutto ciò che avevamo per noi era l'interminabile viaggio nella notte stellata e pochi ma indimenticabili attimi, rubati ai nostri turni di riposo o al lavoro che dovevamo svolgere a bordo, in cui potevamo restare soli nella cabina di pilotaggio o altrove nell'area abitativa. La nave Ultra era l'immutevole e severo scenario dove è maturata la nostra relazione, tanto più profonda quanto apparentemente limitata da tutte quelle privazioni e mancanze che avrebbero potuto danneggiare una normale storia d'amore. Ma non sentivo la necessità di tutto questo, poiché semplicemente sarebbero state cose che avremmo avuto dopo, avanti nel futuro. Ora avevamo solo brevi attimi a nostra disposizione, tutti ugualmente preziosi e desiderati, mai simili tra loro nonostante il ripetersi della nostra programmata routine. Semplici parole, lunghi discorsi, scambio di opinioni su svariati argomenti, sguardi e piccole, impercettibili comunicazioni non verbali, gesti, ammiccamenti, sorrisi, vicinanza dei nostri corpi, mani che si sfioravano nel ristretto ambiente della nave... erano questi i nostri tesori.

Ricordo ogni singolo istante, ogni momento trascorso con lei, ogni parola pronunciata, ogni manifestazione d'affetto, tutto quanto è intercorso tra noi due ed è stato comunicato reciprocamente durante i restanti mesi di volo verso Ultra. E Monique, nonostante la sua timidezza, non mancava mai di esternare i propri sentimenti, comunicare il suo amore in ogni modo possibile, il che non era facile a bordo dell'astronave. Ricordo il nostro primo bacio, improvviso e inaspettato, quando i nostri due compagni di viaggio si trovavano lontani dal modulo di comando, l'ardore incontenibile e quasi violento che si riversò dalle sue labbra, quasi che in quel momento sapesse di dover godere al massimo dell'occasione... ricordo quando colsi l'invito di lasciare la poltroncina di pilotaggio a Darwin, solo per passare davanti al vano doccia occupato da Monique, che rese per pochi istanti trasparente il vetro opaco, in modo che potessi vedere per la prima volta il suo corpo nudo, lucido sotto l'acqua, le sue braccia strette al seno che lentamente scivolavano lungo i fianchi, il suo dolce sguardo sotto i lunghi capelli bagnati...

Darwin e Juliet, che ovviamente avevano compreso quel che stava succedendo, non interferirono minimamente, riuscendo in accordo tra loro a fare in modo che i momenti a nostra disposizione fossero sempre più lunghi e numerosi. L'ansia di raggiungere il nuovo mondo al più presto, che mi aveva letteralmente consumato all'inizio del viaggio, si affievolì gradualmente, sostituita da tutt'altro tipo di emozioni, condivise da Monique. I pensieri presero un altro corso ed una nuova serie di priorità si affiancò a quelle che fino a quel momento avevano assorbito tutta la mia concentrazione. Ora non era più Ultra il cuneo di volta di quella fase della mia esistenza, ridotto al ruolo di mero strumento per il conseguimento di una conquista molto più importante e duratura. Ora c'era Monique e il mio senso di responsabilità, rivolto al successo della missione, si accrebbe ulteriormente... per lei.


"Ogni tanto sembri colto qualche preoccupazione, Tony, il tuo sguardo si stringe e la fronte si corruga".

Monique era seduta a gambe incrociate alla postazione del co-pilota, alla sinistra di Cellini, il mento poggiato sul palmo della mano e il capo leggermente inclinato su una spalla. Il comandante si riscosse a quelle parole, sorridendo: "Devo ricordarmi che sei una psicologa e ogni nostro atteggiamento è tenuto da te sotto controllo... ma non preoccuparti, non è nulla. Mi capita a volte di pensare alle precedenti missioni Astro, a ciò che non deve aver funzionato, a come si sono comportati durante la crisi quegli uomini che non sono tornati sulla Terra..."

"Mmh... non sono certo bei pensieri. Sai, non so se sia stata una buona idea, la tua, di rifiutare la settimana di sonno indotto e non so nemmeno perché io te l'abbia consentito".

"Così ho più tempo per guardarti".

Monique arrossì, e si sentì rimescolare dentro: "La prossima però te la farai come tutti gli altri... così avrò più tempo per guardarti io, di là".

"Non riuscirei a dormire, sapendoti vicino. Mi verrebbe voglia di abbracciarti e..."

"Tony!", lo interruppe Monique, con finto pudore, "Non siamo soli!"

"Ma se siamo i quattro esseri umani più soli nell'universo!", rimarcò Cellini, apportando una leggera variazione di rotta sul quadro.

"Quattro sono sempre troppi per quel che hai in mente tu".

"Vuoi dire che tu non ci pensi mai?", la stuzzicò Cellini, voltandosi a guardarla.

"J'y pense toujours ", rispose la dottoressa, facendosi seria.

"Anch'io, Monique... vorrei si potesse..."

"No, no... non parlare di questo. Pensiamoci, sogniamolo... ma non parliamone. Può essere più difficile da sopportare, se ci permettiamo di toccare questo argomento. Non so quanto potrei resistere".

"Va bene, cherie".

Monique si alzò, dirigendosi verso il suo cubicolo nell'area abitativa: "Vorrei farti sentire una cosa, Tony, aspetta...", disse, scomparendo alle spalle dell'astronauta. Tornò subito con un CD musicale: "Seleziona il quarto brano, vuoi?"

"Che cos'è?", chiese il capitano, inserendo il CD in un vano del cruscotto.

"Una compilation di musica del barocco italiano. Contiene la mia composizione preferita, non mi stancherei mai di ascoltarla e adesso voglio farlo con te". La mano della dottoressa si posò sulla spalla di Cellini, accarezzandogli poi i corti capelli.

Nella cabina di comando della nave Ultra si diffusero le struggenti note dell'Adagio per archi e organo in G Minore di Tommaso Albinoni, nella limpida versione arrangiata da Allain Lombard, che si trasmise anche nel modulo passeggeri, interrompendo per qualche istante le attività in cui erano impegnati Darwin King e Juliet Mackie. La sinfonia pervase i loro animi e le loro menti, infiltrandosi profondamente nel loro intimo. Più di qualsiasi altra opera l'Adagio di Albinoni comunicò loro un vasto senso di maestosità universale e di segreta malinconia, che ben si adattava alla corsa silenziosa dell'astronave negli abissi cosmici. L'equipaggio della sonda ascoltò come rapito il brano, lasciandosi penetrare da quelle note che sottolineavano e mettevano in risalto l'inconoscibile quid che si celava oltre spazio e tempo, irraggiungibile per ogni mente umana, appena al di là della loro capacità immaginativa. V'era un qualcosa di ineluttabile in quella musica, qualcosa che dava la misura della inferiorità dell'uomo nel grande disegno della natura universale ma anche il senso della sua caparbia volontà di guardare oltre l'infinito. Per i quattro esseri umani ascoltare l'Adagio in quella particolare situazione fu come conoscerlo per la prima volta, un'esperienza indimenticabile e irripetibile, diversa e non più proponibile con quella intensità in alcun altro luogo che non fosse l'insondabile abisso spaziale in cui si trovavano. Alla fine, quando la musica scemò in calando, Tony e Monique si strinsero in un abbraccio, e quel desiderio così umano toccò anche Juliet e Darwin, senza però che potessero appagarlo tra loro. In un certo modo, quella musica riusciva a tenere lontano il terribile mistero del vasto universo, riconducendolo ad una sua misura umana.

"Mi ha veramente... scosso, Monique", dichiarò Cellini, dopo che Monique fermò il CD, e non esagerava, "La conoscevo già ma non ne ricordo il titolo".

"È il celeberrimo Adagio di Albinoni, un compositore veneziano vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento, amato da Bach ma di cui oggi ci rimane ben poco della sua opera. Paradossalmente, questa che è la sua opera più conosciuta probabilmente non è stata scritta da lui, ma da un moderno musicologo italiano, Remo Giazotto, che avrebbe trovato un frammento di Albinoni, cosa neppure certa, e avrebbe composto poi questo arrangiamento. Che cosa curiosa, non trovi? Albinoni stesso sembrava non aver poi troppo interesse per la musica, per quanto geniale dilettante e ottimo violinista. Ha composto solo quando si è trattato di tirare a campare, e poi, una volta arricchito, ha smesso".

"Però quest'opera, a prescindere da chi ne sia stato l'autore, è davvero... non mi viene neppure la parola ma ti giuro che ho ancora i brividi addosso. I pensieri congelati di un cervello divenuto polvere già da duecento anni..."

"Mais voilà Tony, tu es un vrai poète! È una definizione della musica bellissima!", esclamò Monique, colpita.

"Non è mia", ammise sinceramente Cellini, "né ricordo chi l'abbia detta o scritta (11)... ma rende l'idea. Dove l'avevo già sentito, quest'Adagio? Non è anche la colonna sonora di un film?"

"Di più d'uno... il più recente è Rollerball, (12) lo ricordi, quello con i gladiatori del futuro su pattini a rotelle che giocano mortali partite in un'arena per scaricare la violenza del pubblico".

"Ah, ecco! Sì, l'ho visto qualche anno fa a Houston e mi aveva impressionato, c'era un attore tra l'altro che assomigliava molto ad un mio collega astronauta, il tenente Dwayne Kelly (13)".

"E tu, ma non esaltarti, assomigli un po' a James Caan, l'attore protagonista... un uomo che non accetta di perdere anche quando ha tutto e tutti contro", la dottoressa Bouchere gli solleticò il collo, con affetto.

"Lusingato. Dev'essere il retaggio di sangue che è in me, l'ultimo dei discendenti di Benvenuto Cellini, (14) la testa calda più calda del Rinascimento italiano".

"Non mi dire adesso che il tuo albero genealogico risale fino a Benvenuto Cellini!", esclamò incredula Monique, "Certo, tutto si spiegherebbe..."

"È nero su bianco, ufficialmente convalidato dall'Ufficio Araldico di Firenze, Benvenuto era un mio antenato e buon sangue non mente..."

"Aspetta che lo racconti a Juliet! Ma avrei dovuto immaginarlo da sola!"

Cellini sorrise: "Che ne diresti di lasciare proseguire il CD? Un po' di buona musica è quello che ci vuole".

Ma per il resto del viaggio fu chiaro che la colonna sonora del volo dell'astronave Ultra sarebbe stata unicamente l'Adagio di Albinoni.

10. Sargassi cosmici

Da occulti avamposti spaventosi
allungano lo sguardo
su milioni di mondi nello spazio.

H. P. Lovecraft, The Outpost


Avevamo deciso di festeggiare degnamente dopo aver doppiato l'orbita di Plutone, una volta cioè che l'ultimo pianeta del Sistema Solare fosse rimasto alle nostre spalle e che la nave Ultra si fosse avventurata davvero là dove nessun uomo era giunto prima. Ma fu piuttosto un momento di raccoglimento interiore, ciascuno di noi immerso nei propri pensieri, consci del fatto che ora eravamo davvero soli e perduti nell'ignoto. Difficilmente si sarebbe potuto esternare a parole ciò che provavamo e quindi ciascuno di noi preferì valutare dentro di sé l'importanza di quell'evento. Il pianeta Ultra era finalmente visibile sui nostri schermi grazie al telescopio a lungo raggio: una sfera di un blu-verde intenso, curiosamente macchiata da sprazzi rossastri, luminescenti. Uno spettacolo in grado di assorbire tutta la nostra attenzione durante le ultime settimane di viaggio. E quando già la nave decelerava per l'ultima fase di approccio orbitale dell'interminabile crociera spaziale, con il nuovo mondo ormai così vicino per l'osservazione a vista, accadde qualcosa d'inaspettato, proprio come Darwin aveva sempre temuto. Nulla di particolarmente allarmante, ma certo di insolito. I sensori radar di un paio di sonde lanciate dalla Ultra in modo che entrassero in orbita prima di noi, captarono un fenomeno curioso, appena oltre la curvatura del pianeta: decine di corpuscoli metallici ammassati in orbita alta, stazionari e completamente inerti. Fui io a raccogliere il segnale, mettendo poi al corrente Darwin. Certo non potevano essere asteroidi, metallici e addirittura immobili in orbita, e perciò si restringeva alquanto la possibilità di fare ipotesi. Entrambi ci trovammo d'accordo nell'effettuare una variazione di rotta manuale e andare a dare un'occhiata, anche se ciò voleva dire la momentanea interruzione dei contatti telemetrici con Alpha a causa del volo sull'altra faccia del pianeta. La nave virò, con un supplemento di energia ai motori chimici, seguendo i segnali orbitali. Probabilmente né io né Darwin, a differenza delle ragazze, fummo troppo stupiti quando scoprimmo la natura di quei contatti, perché alla fine non poteva essere altrimenti, l'idea che si trattasse di mezzi artificiali si era già radicata in noi, anche se era difficile da accettare.

Astronavi. Erano astronavi. Di ogni foggia e dimensione, dei più disparati livelli tecnologici. Incrociatori di stazza impressionante e dalle linee affusolate e curve, piccoli carghi squadrati, insiemi di moduli cilindrici, snelli scafi modulari neppure troppo dissimili dalla nostra nave, salvo nelle misure, tronchi di cono assemblati in tutte le forme che sfidavano ogni capacità di comprensione umana. Non potevano appartenere ad una sola razza extraterrestre, le loro caratteristiche erano così eterogenee da far supporre l'esistenza di più tipologie biologiche dall'intelligenza e tecnologia diversa. Una fantastica flotta immobile nello spazio, quasi un colossale parcheggio cosmico per chissà quale straordinario convegno di tutte le popolazioni della galassia, come suggerì efficacemente Juliet. Ma l'idea che mi aveva subito colpito era un'altra, più inquietante... avevo l'impressione si trattasse più un cimitero spaziale. Mosche impigliate in un'invisibile ragnatela... e provai subito un senso di pericolo incombente. Certo quelle navi non potevano provenire da Ultra, da cui non ci veniva inviato alcun segnale indicante vita intelligente, ma da altrove e per qualche motivo erano finite tutte in orbita al pianeta. Navi fantasma, mute e sorde ai nostri tentativi di comunicazione. I sensori non registravano alcun segno di vita a bordo, su nessuna di loro, quasi che fossero state abbandonate alla rinfusa in orbita alta. Che ne era stato degli equipaggi? Non ero tranquillo e lo sbigottimento lasciò ben presto il posto all'inquietudine.


"Bene, parliamone un po' seriamente", esordì Darwin King, voltando la poltroncina girevole del co-pilota e attirando l'attenzione di Juliet e Monique, entrambe incantate davanti all'oblò del modulo di comando. Anche Tony si tolse le cuffie e si sporse dalla sua postazione.

"Insomma, ci troviamo di fronte ad un sogno che diventa realtà, no? Anzi...", King esitò, correggendosi mentre si passava una mano sulla calvizie incipiente, "... a più di un sogno, a voler essere precisi. Ora sappiano di non essere più soli in questo universo, che esistono altre civiltà tecnologicamente progredite... e già questa è una cosa che potrebbe rivoluzionare le cose come siamo abituati ad intenderle. Mandiamo in pensione chiunque si sia mai applicato nella fantascienza, dovremmo ora considerare cose come lo shock culturale che potrebbe derivare dal dover fare i conti da qui in avanti con altri esseri intelligenti oltre alla razza umana, potremmo riscrivere la storia sociale e scientifica dell'uomo, far perdere di significato l'ufologia o al contrario esaltarla a dismisura..."

"Rendere possibile ciò che fino ad oggi non sembrava attuabile", continuò per lui Cellini, "Poiché è ormai chiaro che quelle navi non vengono dal pianeta e certo non dal nostro Sistema Solare, bensì da altri mondi, abbiamo a portata di mano il segreto su come superare le distanze stellari. Potremmo davvero comprendere come poterci muovere nello spazio verso altri sistemi solari, liberarci definitivamente di una troppo ristretta concezione di universo locale".

"Vero. Abbiamo trovato il Sacro Graal, non siamo neppure in grado di valutare ora come ora la portata di una tale scoperta e le sue implicazioni. Come mai allora non ho tanta voglia di saltare in preda alla gioia, di ubriacarmi, di farmi uno spinello o di dare una pacca sul fondoschiena di Juliet?"

"Juliet probabilmente ti darebbe uno schiaffone... ma hai ragione. Non sono affatto tranquillo. C'è qualcosa di anomalo in quel...", Cellini indicò l'oblò con un dito, senza trovare la parola.

"Cimitero", concluse per lui King, "Sì, è l'impressione più giusta. Sembra un cimitero di navi".

"Sappiamo che quelle astronavi sono immobili nello spazio, pur dovendo orbitare attorno ad Ultra. Avrei forse capito una loro geostazionarietà, invece neppure quello. Quale forza può tenerle ferme nel vuoto? Nessun segnale, nessuna radiazione, nessun campo energetico registrato dai nostri strumenti. Qui sono già andate a carte e quarantotto un bel po' di convinzioni sulle leggi fisiche dell'universo che non eravamo abituati a discutere".

"Io penso...", mormorò Juliet, tornando a guardare fuori dall'oblò il fantastico scenario orbitante, "... che da qualche parte dovranno pur essere andati gli equipaggi di quelle navi. E l'unica ipotesi accettabile è che siano scesi su Ultra. Però cosa può averli spinti tutti qui? Quelle navi sono così diverse l'una dall'altra e senz'altro chi le ha costruite non corrisponderà ad un solo tipo biologico. Abbiamo una rappresentanza di varie razze che per qualche motivo si è radunata attorno ad Ultra. Perché?"

"È la domanda cardine", sentenziò King, "dal momento che anche noi ora siamo qui".

"E potremmo essere soggetti ad una potenziale situazione di pericolo", rincarò Cellini, "Il disordine in cui sono disposte quelle navi suggerisce che nessuna di loro avesse cognizione della presenza delle altre al proprio arrivo e verosimilmente qualunque cosa sia successa qui ha toccato indistintamente tutte loro. Dobbiamo essere molto prudenti. È ovvio che non consentirò alcun atterraggio su Ultra se prima non avremo scoperto qualcosa di più su questo mistero".

"Ricordate i primi velieri alla scoperta del nuovo continente, quanto tra le Azzorre e le Antille si imbattevano in quella distesa di alghe galleggianti che finivano con il bloccare addirittura le navi in mare?", chiese Monique, "Qui sembra lo stesso... un Mare dei Sargassi cosmico".

"Mi piacerebbe sapere cosa tiene ferme quelle navi, che tipo di invisibile sargasso scientifico", fece eco Darwin.

"Mare dei Sargassi, Triangolo delle Bermude, navi andate perse, scomparse nel nulla... un'analogia calzante e per niente rassicurante. Ribadisco la mia opinione di non tentare per ora l'atterraggio sul pianeta", esclamò Cellini, "Penso anzi che non sia affatto sicuro rimanere in questi paraggi".

"Sono d'accordo", disse King, annuendo pensieroso, "ma solo sul fatto di non atterrare. Forse, visto che i nostri strumenti non registrano alcuna minaccia per noi qui ed ora, potremmo agganciarne una".

Cellini fissò l'astrofisico in silenzio, all'apparenza tutt'altro che convinto dalla proposta di King. Il co-pilota insisté: "Beh, è l'unica cosa da fare, mi sembra. Non possiamo stare troppo da questa parte del pianeta, senza contatti con Alpha. Ci serve una risposta, che potremmo trovare a bordo di una di quelle navi".

"Potrebbe essere troppo pericoloso, Darwin. Se finissimo anche noi vittime di questo... invisibile sargasso?"

"Tony, per quel che ne sappiamo noi, e gli strumenti ce lo confermano, non è segnalato nessun tipo di forza o energia là in mezzo. Quelle navi potrebbero essere lì da secoli, e l'agente che ne ha provocato la stazionarietà potrebbe non essere più attivo. Insomma, qualcosa dovremmo pur fare, no? E l'unica cosa mi sembra possa essere attraccarne una".

"Darwin, Tony ha ragione ad essere prudente", interloquì Monique, "Navi da più sistemi stellari giungono qui e finiscono in questa maniera, senza che sia possibile dedurre cosa possa essere successo. Prova a chiederti cosa possa attirare razze così diverse nella sfera di interesse di Ultra, relativamente vicino alla Terra, senza che alcuno di questi equipaggi abbia mostrato interesse per il nostro pianeta. Perché nessuno ha raggiunto la Terra... si sono fermati tutti qui. Non trovi sia una cosa insolita? Se come noi qualcuna di queste razze si fosse mossa con intenti ricognitivi era più logico che proseguisse verso la Terra, anche da questa distanza una scansione sensoria l'avrebbe indicata come adatta alla vita. Su Ultra non abbiamo ancora registrato alcuna forma vivente, almeno per ora... ma quelle navi sono ferme qui".

"Non riesco a seguirti", confessò Darwin, incrociando le braccia.

"Io sì", disse invece Cellini, "Monique intende dire che quelle astronavi avrebbero potuto, forse dovuto, continuare il loro viaggio verso l'unico pianeta abitato del sistema, il nostro, invece qualcosa le ha attirate qui e da qui non si sono più mosse".

"Ma cosa le avrebbe attirate su Ultra?", si spazientì l'astrofisico.

"Una trappola", rispose semplicemente Monique e tutti si voltarono a guardarla, in silenzio. "Non so di che tipo né di che natura... ma una trappola ha adescato quelle navi. Una ragnatela invisibile in cui sono incappate e che le avvolge tuttora".

"Ma allora che facciamo?", King allargò le braccia, esasperato, "Consideriamo conclusa la missione e torniamo indietro?"

Inevitabilmente sei paia di occhi si rivolsero interrogativamente verso Tony Cellini, che aveva già preso la sua decisione.

"No, non torniamo indietro. Non abbiamo fatto tutta questa strada per niente e men che meno per tornare con ulteriori misteri. Per quanto la scoperta dell'esistenza di creature extraterrestri possa essere già considerata un inarrivabile successo, noi qui abbiamo del lavoro da svolgere e lo faremo. Adotteremo ogni precauzione e agganceremo una di quelle navi. Poi vedremo".

"Ah!", Darwin si sfregò le mani, soddisfatto, "Questo sì che è parlare! E allora prepariamoci. Juliet, vieni con me, avrò bisogno d'aiuto nel calibrare i sensori a dovere".

Uscirono dal modulo di comando, tornando alle loro postazioni nell'area abitativa. Monique restò accanto all'oblò, a braccia conserte. Per la prima volta, rimasta sola con il capitano della nave, non gli sorrise quando lui la guardò.

"Non preoccuparti, Monique. Non agiremo sconsideratamente. Non ho intenzione di rischiare l'integrità della nave e men che meno quella dell'equipaggio".

"Allora perché hai preso questa decisione, in contraddizione con quanto hai affermato tu per primo? Tu sai che qui c'è qualcosa che non va. Non mi sento sicura, Tony".

"Monique...", Cellini abbassò la voce, "Non permetterò che ti accada nulla di male, credimi. Solo, non possiamo lasciare tutto, non ora. Se anche, come dici, si trattasse di una sorta di trappola nessuno di noi si perdonerebbe di non aver indagato ulteriormente. Nondimeno, staremo molto attenti e al primo segnale di pericolo ci allontaneremo di qui a tutta velocità".

"E se non ne avessimo il tempo?"

"James Caan risolve sempre tutto a suo favore, cherie", sorrise Cellini. Ma la dottoressa Monique Bouchere si limitò ad annuire, cupa in viso, e il sorriso che Cellini avrebbe voluto vedere nascere sulle sue labbra non sbocciò mai, mentre la donna gli dava le spalle per rientrare nel modulo abitativo della nave Ultra.

11. Apriti, Sesamo

Morto non è ciò che in eterno giace,
e di eoni misteriosi anche la morte può morire.

H. P. Lovecraft, The Nameless City


La decisione sbagliata, il mio errore. Sì, alla fine c'è stata una mia precisa responsabilità in quanto accadde, ma non nel senso che ci si sarebbe potuto aspettare da una commissione di inchiesta. Se vì è stato un errore da imputarsi direttamente a me è quello di essere stato rigorosamente ligio ai regolamenti di bordo. E neppure avrei potuto fare altrimenti, era una questione di sistemi di sicurezza già programmati...

Decidere di attraccare una di quelle navi, nonostante l'obiezione di Monique, era un pensiero imprescindibile ormai nelle menti di tutti e quattro. Avremmo considerato fallimentare la missione, se avessimo deciso altrimenti. A che sarebbe servito arrivare fin su Ultra, per poi fare dietro-front dopo quell'incredibile scoperta? Il gioco valeva la candela e il fattore rischio doveva essere calcolato, pur nella carenza di indizi o segnali di pericolo, al di là di quell'inquietante panorama di navi abbandonate. Fu allora, durante la manovra di approccio ad una delle astronavi, che compresi di colpo quali gravi falli di progettazione mostrasse ora la sonda Ultra, evidentemente non pensata per un docking con un altro mezzo spaziale. Dopo l'aggancio, io non avrei potuto essere con gli altri nel modulo abitativo ma separato in cabina di comando, a portelli chiusi, da dove avrei ordinato l'apertura del condotto d'attracco. E non potevo fare niente per cambiare la situazione. Il mio unico errore... accettare, senza tentare di cambiare, il regolamento di bordo.


"Quella, Tony, seconda a destra di qualche grado", Darwin King indicò all'oblò un'imponente astronave formata da massicci cilindri uniti insieme circolarmente in modo da formare un unico, gigantesco cilindro, da cui si protendeva davanti un tozzo condotto tubolare che sfociava in una sorta di bulbo, evidentemente il modulo di comando. Nel settore che univa i due compartimenti quattro grossi condotti ad angolo retto tra loro, come gli assi di una gigantesca ruota, si allungavano dal corpo centrale, rendendo quella parte di nave molto simile alla Stazione Centauri con i suoi piloni di attracco.

"Perché proprio quella?", chiese Cellini, cominciando già ad apportare le correzioni di rotta.

"Perché non è esattamente al centro di questo parcheggio di navi spaziali ma più a margine, e in caso di bisogno potremo muoverci meglio sganciandola e allontanandoci. Inoltre, ad occhio e croce, il livello tecnologico mi pare quasi omologabile al nostro... una cabina di comando, un modulo abitativo, il settore motori, là dietro... e quella corona di condotti mi ricordano fin troppo gli approdi della vecchia Centauri, non ti pare? Sono senz'altro terminali di aggancio per altri mezzi o stazioni. Forse il suo equipaggio doveva essere composto da creature umanoidi, non troppo dissimili da noi".

"Sembra anche a me", concordò Cellini, "Va bene, ci porteremo lì. Sarà una buona occasione per verificare se il sistema universale di docking escogitato da Neill Cameron può funzionare anche con navi extraterrestri".

"Perché no? Se è universale..."

"Darwin, ti renderai conto che nella migliore delle ipotesi è giusto quel che potremo fare. Non conosciamo il sistema di penetrare all'interno di quella nave. Potremmo non riuscire ad andare oltre la nostra camera di compensazione", obiettò il capitano.

"Proviamo ugualmente. Nel caso valuteremo il da farsi. Juliet ha controllato per primo proprio l'ecoambiente interno di questa nave, i dati sono confermati: pressione, atmosfera e temperatura tollerabili per il fisico umano, anche se non nelle proporzioni ottimali. Non c'è neanche bisogno di indossare gli scafandri. Sembra non esservi alcun pericolo".

"Va bene. Iniziamo manovra di approccio. Darwin, estendi il raccordo telescopico della sonda. Creeremo perlomeno un passaggio che ci consenta di studiare i portelli di quella nave a distanza ravvicinata".

La nave Ultra si affiancò lentamente al colosso silenzioso, fermo nello spazio come tutti gli altri vascelli. Dall'intricata intelaiatura che divideva i serbatoi di propellente attorno allo scafo del settore abitativo si allungò la condotta di attracco, posizionandosi sul vertice del cilindro. Il sistema di docking spaziale Cameron adattò automaticamente le guarnizioni di gomma plastificata sui cardini del portello dell'astronave aliena, stringendosi poi come ganasce. Una fila di spie verdi si illuminò sul quadro comando di Cellini.

"Attracco effettuato, verde su verde", confermò Darwin, soddisfatto, "Così, nel bene o nel male, ora anche noi facciamo parte di questo fantastico cimitero spaziale... ", King si interruppe di colpo, "Oh, diavolo. Bella battuta da fare, vero?"

Ma Cellini non l'aveva neppure sentito, inseguendo un pensiero improvviso che gli aveva attraversato il cervello: "Darwin, mi accorgo ora di dover muovere qualche critica di tipo strutturale al gioiello che credevamo fosse la nave Ultra".

"Non capisco".

"I portelli della camera stagna della condotta possono essere aperti solo da qui, giusto? Io non potrò essere con voi là dietro quando avrete accesso al vano di transito. Non solo, ma i portelli del modulo comando saranno chiusi, perché il regolamento vuole che il pilota resti al suo posto, pronto ad agire di fronte ad ogni evenienza per salvare almeno tutti i dati di volo registrati nel computer della cabina di comando, che all'occorrenza può diventare una capsula di salvataggio. Se io non provvedessi prima alla chiusura dei portelli della cabina, un servomeccanismo lo farebbe automaticamente non appena ordinata l'apertura dei pannelli del condotto d'attracco, di là da voi. Capisci ora?"

"Mmh... già, in un modo o nell'altro tu non potrai essere presente nel momento dell'apertura dei portelli della condotta d'attracco. Ma sarà solo per alcuni minuti, potrai raggiungerci subito dopo. Non ci avventeremo dentro tutti e tre... precedenza al comandante".

"Non è questo, Darwin. Per pochi ma potenzialmente pericolosi istanti sarete alla mercé di quel che può esservi oltre i portelli della nave aliena ed io sarò separato da voi qui dentro. Non mi piace per niente. E per di più non ho alcun canale video con voi, potrò solo sentirvi dall'interfono".

"Tony, saremo semplicemente nella nostra condotta di transito e lì ti aspetteremo. Dubito che per quanto alieno un portello stagno, per di più chiuso, possa costituire un serio pericolo per noi. Non mi sembra il caso di preoccuparsi troppo. Certamente stilerò con te un rapporto per i tecnici sulle modifiche da fare alla Ultra una volta rientrati. In effetti, la mancanza di un monitor nel settore abitativo potrebbe essere un impiccio e non depone troppo sulla sicurezza della nave. Del resto, non era previsto che l'astronave si agganciasse a qualche altro mezzo spaziale".

Cellini non era ancora soddisfatto, il viso scuro, e Darwin cercò di rinfrancarlo: "Dai, Tony, non fare il muso, ora. Lo so che vorresti essere di là tu, ma regolamento e destino vogliono che sia l'astrofisico di bordo a dare la prima occhiata. Solo un'occhiatina, che sarà mai..."

"Okay, Darwin, stavolta starà a te. Effettuo qualche altro controllo, tu intanto raggiungi le ragazze di là. Fai attenzione, mi raccomando, e parlami sempre via radio". King batté sorridendo la mano sulla spalla del capitano, avviandosi allegramente nel modulo abitativo.

"Fanciulle, mettetevi alle mie spalle, se avanzo seguitemi, se indietreggio sparatemi!", esclamò giulivo raggiungendo Juliet e Monique davanti al portello.

Cellini iniziò la procedura di passaggio nel condotto telescopico che univa i due mezzi spaziali. I portelli della cabina di comando si chiusero alle sue spalle mentre un apposito servomeccanismo equilibrava la pressione nella camera stagna. Attivò le comunicazioni interne con il modulo abitativo: "Va bene, Darwin, mi senti?"

"Forte e chiaro", rispose l'astrofisico rivolgendosi poi alla professoressa Mackie, "Bisogna tranquillizzare il comandante, Juliet, dammi i tuoi dati per il raffronto... ah, ecco, Tony, li ricevi?"

"Sigilli d'attracco perfettamente funzionanti, atmosfera sicura", confermò Cellini dalla cabina, leggendo i dati sul suo schermo, "Temperatura 28 gradi, radiazioni zero. Beh, cosa volete di meglio?"

"E allora apriti, Sesamo", sollecitò l'astrofisico, impaziente.

"Un momento, Darwin, ancora un controllo... sono ansioso anch'io di essere di lì con voi". L'astronauta verificò tutta una serie di comandi e di spie sul suo cruscotto, che diedero responsi positivi. "Va bene. Ora apro".

Premette una leva e alcune luce davanti a sé confermarono che i battenti della nave Ultra si stavano spalancando sulla condotta di transito.

12. L'urlo di Shaitan

... la furia della bufera di vento era infernale, cacodemoniaca, e le sue voci erano terribili, con contenuta malvagità di eternità spopolate.

H. P. Lovecraft, The Nameless City


Compresi subito che stava succedendo qualcosa di imprevisto. I rumori... non avrebbero dovuto esservene. L'interno della nave Ultra era perfettamente equilibrato con la condotta telescopica che univa i due vascelli. Avrei solo dovuto sentire le parole di Darwin o delle ragazze, l'eventuale primo commento sull'ingresso dell'astronave aliena, che sarebbe stato visibile nel breve condotto. Invece percepii chiaramente, dopo il sibilo familiare del pannello che rientrava nei suoi alloggiamenti, come una furiosa emissione d'aria, accompagnata da un suono che non riuscii ad identificare. Istantaneamente pensai ad una falla, ad una perdita nella condotta... ma il suono in questo caso sarebbe stato diverso, un rimbombo subitaneo, mentre pareva invece si trattasse di un soffio in avvicinamento, da una certa distanza verso l'interno della nostra nave, in progressione sonora. Del resto, una perdita avrebbe ucciso istantaneamente i miei compagni. Invece dopo alcuni secondi l'interfono mi portò le grida delle ragazze e poi di Darwin che urlava di chiudere il portello. Eseguii immediatamente, isolando la camera di compensazione della condotta dalla nave Ultra. Eravamo nuovamente sigillati nel nostro piccolo ma sicuro universo. Chiesi subito cosa fosse successo, mentre contemporaneamente mi apprestavo a sganciarmi dalla poltroncina per raggiungere l'equipaggio nel modulo principale. Darwin fece in tempo a rispondermi con poche parole, comunicando che i portelli della nave aliena erano già aperti e che da essi si erano originati rumori, vento, luci... sembrava molto turbato. Non aveva ancora finito di parlare che nuovamente udii il suono misterioso, inesprimibile, che mi rimandò alla mente qualcosa in veloce rotazione... e ancora Darwin urlò di chiudere i portelli posteriori della nave. Credetti di non aver capito bene. I portelli posteriori? L'accesso al vano motori? Perché avrei dovuto chiuderlo? Contemporaneamente, sopra il misterioso frastuono, giunsero alle mie orecchie grida di puro terrore, riconobbi Monique che gridava fuori di sé. Qualcosa di estraneo era entrato nella nave. Abbassai la leva di chiusura del portello posteriore ma il quadro di comandi esplose all'improvviso in un mare di scintille, che inondarono il cruscotto. Mi riparai, constatando subito che i principali circuiti elettrici di servizio erano saltati. Gridai a Darwin di tentare con la leva manuale, che era a fianco del portello d'accesso. L'altoparlante mi portò dei nuovi rumori, inidentificabili, terrificanti... una specie di orrendo barrito amplificato, come un urlo elettronico, che si sovrappose alle grida forsennate di Juliet e Monique.

Non potei più aspettare, urlai all'interfono che stavo arrivando. Mi gettai sui comandi, cercando di bypassare i circuiti saltati e di ovviare al guasto. Corsi quindi al portello del modulo di comando, provando prima con la leva manuale, ma era grippata, e poi a mani nude, afferrando la svasatura del pannello, inutilmente. I portelli della cabina di pilotaggio restarono chiusi. Dall'altra parte Darwin sembrava lottare contro una forza sconosciuta, Monique stava urlando all'impazzata, terrorizzata. La cacofonia crebbe, gettandomi nel panico e nella frenesia mentre ero alle prese con i componenti bruciati del quadro comandi. Udii l'ultimo grido soffocato di Darwin, un forte rumore in crescendo tra poderose raffiche sibilanti di vento e ancora le urla di Juliet e Monique, se possibile ancor più spaventate. Poi, dopo qualche istante, perfettamente riconoscibile nel frastuono generale che rimbombava nel modulo, sentii il sibilo ripetuto di una pistola laser in funzione.

A chi diavolo stanno sparando, all'interno del modulo pressurizzato? L'idea stessa di un laser in funzione, altamente pericoloso in un ambiente a pressione controllata, avrebbe terrorizzato ogni comandante di nave. Ero tornato al cruscotto di comando, lottando furiosamente con i componenti del quadro, che avevo estratto dalla consolle nel tentativo di aggirare il corto circuito al loro posto, graffiandomi le mani a sangue nella foga di reinserirli nel loro vano. Il sistema d'emergenza entrò finalmente in funzione, corsi al pannello della cabina, azionandone l'apertura sul modulo principale.

Un fotogramma che rimarrà raggelato per sempre nella mia mente. I pannelli scivolarono di lato ed io vidi quel che stava accadendo. Restai di sasso solo per qualche secondo, quel tanto che bastava affinché l'immagine davanti ai miei occhi si fissasse definitivamente nei miei pensieri. L'avrei contemplata in tutta la sua pienezza ed il suo orrore nei ricordi, solo molto tempo dopo.

Sul fondo del modulo, tra i portelli posteriori che davano alla sala macchine, c'era quella cosa: una corona di centinaia di tentacoli impazziti attorno ad un occhio luminescente, abbagliante, raffiche di vento caldissimo e pestilenziale, rumori elettronici, getti di liquido catramoso che sprizzavano ovunque. Sul pavimento imbrattato, due corpi la cui vita era stata spremuta via, risucchiata da oscene ventose incandescenti, cosparsi di pece nera, fumanti, atrofizzati. Darwin, Juliet... andati. Alla mia sinistra Monique, aggrappata ad una rossa colonnina portante del modulo, la sua bianca uniforme insozzata di melma nerastra, ustionante, un tentacolo avvolto al collo... la creatura infernale si spingeva in avanti, facendo perno sui tentacoli avvolti alle colonnine della nave, avanzava verso di me... D'istinto afferrai il laser dalla rastrelliera e feci fuoco nella massa di pseudopodi, lanciandomi verso Monique, tentando di liberarla dalla presa. Potei solo afferrarla alle spalle, ma la forza dei tentacoli era tremenda... mi fu letteralmente strappata via. La vidi piombare davanti a me, a terra.... il tentacolo si ritrasse, lei riuscì ad alzarsi... restò ferma dandomi le spalle poi accadde qualcosa, come l'originarsi di una sorgente ipnotica che la ghermì... non potei credere a ciò che vedevo... Monique si lanciò volontariamente nel folto di quella corona mostruosa di tentacoli vibranti, la vidi scivolare urlando davanti a quel satanico occhio e finire risucchiata al di sotto della creatura, in una bocca invisibile. Sparai nuovamente, perché una parte di me mi diceva che non c'era più nulla da fare per lei, ma il raggio si insaccò innocuo in quel mulinare di arti limacciosi. L'orifizio putrescente del mostro si spalancò, sputando il corpo scarnificato di Monique, che scivolò sul pavimento fin quasi ai miei piedi. Non poteva essere una donna, quella cosa fagocitata, bruciata, annerita... non poteva essere Monique... Il mostro si avvicinava, il suo urlo elettronico mi feriva i timpani. Potevo solo fare una cosa. Solo una... la peggiore. Mi voltai e corsi verso la cabina di pilotaggio. Per un istante provai una strana sensazione: l'impellente esigenza di voltarmi, di fissare quell'occhio pulsante e di gettarmi tra quelle fauci nerastre. Come se ricevessi un inderogabile ordine telepatico, ipnotico, insinuante... vinsi quella forza diabolica mentre stavo ancora correndo, la mia adrenalina, o cosa per essa, sbrindellò l'imperioso comando mentale. Oltre il condotto stagno tentai di chiudere manualmente il portello della cabina do pilotaggio. Due tentacoli s'intrufolarono veloci nell'abitacolo, impedendo la chiusura dei battenti e spruzzando liquido ovunque. Mi spinsi a ridosso dell'armadietto degli attrezzi che si era spalancato, vidi cosa conteneva e afferrai un'accetta, solitamente usata per tagliare i grossi cavi idraulici in caso d'emergenza, e colpii ripetutamente i due tentacoli mulinanti davanti a me. Straordinariamente la lama d'acciaio sortì più effetto del laser. La creatura sembrò gridare dal dolore e gli arti si ritirarono nel modulo. Abbassai del tutto la leva manuale e il portello si chiuse ermeticamente. Dovevo fare una sola cosa ora... potevo fare solo una cosa. Mi legai saldamente alla poltroncina del pilota, sollevai il pannello di protezione dal sistema di Separazione Emergenza Modulo e tirai la leva. Subito udii i bulloni esplosivi che esplodevano, facendo vibrare la cabina, e attraverso gli oblò triangolari davanti a me scorsi il cimitero di astronavi cominciare a ruotare impazzito su se stesso... ma in realtà era la capsula a ruotare, separata dal grande corpo della nave Ultra, dalla tomba di Darwin King, Monique Bouchere e Juliet Mackie, che era diventata l'antro di quel mostro. Il dominio di quel... drago.


Tony Cellini escluse dalla sua mente tutto ciò di cui era stato testimone nel modulo abitativo della nave Ultra. Lo fece con quella peculiare caratteristica propria degli astronauti, la cui lucidità mentale nello spazio poteva essere determinante nelle questioni più gravi. Ora doveva affrontare un problema che gli avrebbe richiesto ogni sua energia, mentale e fisica: sopravvivere nello spazio a bordo della sua fragile scialuppa di salvataggio. Febbrilmente, abbassando in sé il tasso di adrenalina e riconquistando l'equilibrio interiore, rimise in assetto la capsula rotolante nel vuoto, operando delicate manovre sulla coppia di RCT collocati ai lati della sonda per impedire di entrare in collisione con uno dei vascelli orbitanti. Non appena si trovò fuori dalla ragnatela di navi, calcolò un'orbita più bassa attorno ad Ultra in modo da poter sfruttare al massimo l'effetto fionda gravitazionale del pianeta per poter essere rilanciato verso il Sole e la Terra, manovra che avrebbe ripetuto in prossimità di tutti i pianeti giganti, da Nettuno a Saturno a Giove... se fosse sopravvissuto tanto da raggiungerli. I potenti motori al plasma della nave Ultra avevano avuto bisogno di otto mesi per raggiungere il pianeta, i piccoli razzi chimici della navetta di salvataggio, utilizzati in opportuni momenti, avrebbero impiegato, salvo imprevisti, qualche anno solo per avvicinarsi alla Terra, probabilmente con un cadavere a bordo. Un solo, infinitesimale errore di calcolo nella programmazione del computer avrebbe portato ciò che restava della nave Ultra a perdersi nell'infinito. Una probabilità su un milione di farcela... per l'astronave. Molte meno per il suo solitario occupante.

Ma nessuno di questi pensieri sfiorava Cellini in quel momento, chino sui comandi. Ciò che gli interessava ora era l'immediato. Non poteva permettersi di perdersi in previsioni a lungo respiro futuro... i risultati di un simile agire sarebbero stati disastrosi, perché tutti negativi. Doveva compiere un passo alla volta. Il primo era stato eliminare dal suo cervello tutto quello che non gli occorreva in quel momento, soprattutto il ricordo di ciò che aveva visto, la spaventosa morte dei compagni, quella orribile piovra aliena... tutto come se non fosse esistito. Non c'era più alcun Darwin King, alcuna Monique Bouchere, alcuna Juliet Mackie. C'era solo lui, Tony Cellini. E doveva sopravvivere nello spazio. Nelle orecchie gli rimbombava ancora l'atroce urlo elettronico della creatura, ma non ci poteva badare. Si immerse in laboriosi calcoli per determinare il giusto angolo di incidenza con l'atmosfera del pianeta Ultra per usufruire della fionda gravitazionale che lo avrebbe rilanciato a velocità eccezionale sulla via del ritorno. Doveva economizzare al massimo l'energia della sonda e il suo propellente, da utilizzare solo quando doveva. Avrebbe sfruttato la gravitazione dei pianeti per guadagnare velocità ed energia meccanica senza usare i motori, vitali in determinate circostanze a venire, abbandonandosi all'assistenza gravitazionale offerta dai corpi celesti. Avrebbe allungato il viaggio per avvicinarsi ai giganti gassosi per potersi giovare dell'effetto fionda, attingendo energia cinetica. Dopo la spinta ottenuta dal pianeta Ultra, di per sé sufficiente a spedirlo attraverso l'abisso di vuoto che era la sua via del ritorno, Cellini iniziò il primo degli infiniti controlli capillari del suo piccolo guscio vitale. Doveva accertarsi della perfetta funzionalità di ogni singolo circuito, da cui poteva dipendere la sua vita. Doveva continuare a farlo, maniacalmente, senza mai tralasciare nulla. Approntò subito la bozza di un programma cui attenersi scrupolosamente, che andava dal controllo del volo e della traiettoria alla manutenzione della capsula, primarie attività nelle centinaia di giorni a venire che lo attendevano. Parte delle sua giornata sarebbe stata dedicata, con particolare dedizione, all'esercizio fisico per tonificare il corpo, per mantenerlo il più possibile efficiente, e alcuni giorni, verosimilmente tre per volta, a determinati intervalli, li avrebbe trascorsi completamente nel sonno indotto, dopo aver escogitato un sistema di sveglia computerizzata che sarebbe entrato in funzione al minimo segnale di avaria della capsula. Per tenere a bada i pensieri su quanto era accaduto dietro ad Ultra cominciò ad assumere regolarmente il lenoxtrol, un farmaco che produceva una sorta di "afa mentale", un intorpidimento cerebrale in grado di rendere la mente capace solo di operare meccanicamente, senza stimoli emotivi, potendo risolvere un'equazione ma non comporre una poesia. Riuscì a relegare la sua tragica avventura in un comparto del cervello che non avrebbe influito, se non di riflesso, sulla sua disperata corsa di ritorno, impedendosi di perdere il controllo o di veder diminuite le sue facoltà astronautiche. Ogni fibra del suo essere, ogni suo neurone, ogni grammo della sua forza doveva essere impiegato nella lotta della sopravvivenza nello spazio.

Il lenoxtrol gli permise di stilare un completo ed obiettivo rapporto su quanto era successo dopo che i contatti con Alpha si erano interrotti, un rapporto che purtroppo non poteva essere sostenuto da prove. La documentazione video e tutti i dati registrati da Darwin King dal momento in cui avevano avvistato il cimitero spaziale erano rimasti nel computer del modulo abitativo dell'astronave, senza che fosse stato possibile farne un back-up per quello del modulo comando. Solo la scatola nera avrebbe potuto confermare o screditare il racconto di Cellini. Della sua lotta contro i tentacoli penetrati nel modulo di comando non v'era rimasta traccia alcuna, il liquido oleoso emesso dal mostro era completamente evaporato, anche dalla sua uniforme, prima imbrattata di sostanza viscosa ed ora tornata del suo colore originale. L'unico danno subito dalla capsula era il corto circuito dei sistemi elettrici, ora riparato da Cellini. Il capitano si rendeva perfettamente conto che, se solo fosse sopravvissuto a quel viaggio senza speranza verso la Terra, laggiù avrebbe forse dovuto combattere la più grande battaglia della sua vita: dare forza e concretezza a quanto avrebbe raccontato, fare in modo di essere creduto. Doveva avvertire la Terra del pericolo, doveva narrare la sua storia, la sua straordinaria vicenda che provava l'esistenza di molte razze intelligenti nel cosmo, doveva convincere l'opinione pubblica ad inviare un'altra astronave su Ultra per debellare la minaccia, per impadronirsi dei segreti di quella tecnologia orbitale abbandonata a se stessa. Ma soprattutto doveva tornare per vendicarsi del mostro che aveva annientato il suo equipaggio. Fu questo pensiero a sostenerlo, nei molti momenti di crisi che avrebbe dovuto affrontare nel suo solitario volo nelle tenebre.

Per oltre un anno e mezzo la navetta di Tony Cellini solcò le distese dello spazio, con il suo pilota intento a calibrare gli strumenti, fare calcoli astrusi, riparare i danni, monitorare gli strumenti, razionare severamente cibo e acqua del survival pack, controllare costantemente il supporto vitale principale, ripetere le stesse operazioni ogni ora, riposarsi solo quando distrutto dalla fatica per riprendere tutto daccapo per giorni e giorni che assomigliavano sempre ad un unico giorno, un unico lunghissimo giorno buio, mentre infinite stanze di tenebra ammiccanti di deboli baluginii si gonfiavano ovunque attorno a lui... solo la musica di Albinoni lo aiutava a non perdere del tutto la testa, quell'Adagio che gli riportava alla mente il volto dolce di Monique Bouchere, un volto ora ridotto ad un informe massa bruciata di tessuti prosciugati di vita. Ma la sua immagine lo sostenne, assieme al desiderio di vendetta. Non poteva permettersi di pensare nella sua interezza a quanto era accaduto, poiché ogni sua stilla vitale, del corpo e della mente, era occupata a tenere materialmente insieme la propria integrità fisica e quella della navetta. Tony Cellini sopravvisse, alternando momenti di veglia e di attività a momenti di sonno indotto, riuscì a vincere la grande incognita tutto intorno a lui, quelle tenebre silenziose che cercavano di aggredirlo, soffocarlo e disperderlo nel nulla. Il suo corpo deperiva sempre più ma la mente restava lucida e affilata, capace di combattere ancora contro gli incubi, di soggiogarli e di tenere saldamente sotto controllo la sua navetta, quell'estensione artificiale del suo essere, quel fragile guscio che poteva ospitare e proteggere dal vuoto siderale una parvenza di vita. L'uomo riuscì nell'impresa impossibile, vinse le probabilità e le certezze, vinse la morte stessa, vinse contro un destino che sembrava e doveva essere immutabile e stabilito. Vinse perché doveva farlo... e lo fece. Mancò all'appuntamento del 1997 con i suoi simili... ma riuscì a non mancare al successivo, un anno dopo.

Tony Cellini ebbe fortuna... poiché un solo uomo non si era scordato di lui, non aveva accettato il fallimento della Missione Ultra anche mesi dopo che la WSC aveva archiviato l'intera storia, dando la nave per dispersa a seguito di chissà quale catastrofico disastro a bordo. Quell'uomo era John Koenig, che si lanciava nel profondo dello spazio con il nuovo modello di Aquila a grande autonomia, seguendo la rotta originale della nave Ultra fin dove poteva, alla vana ricerca di qualche segnale. E fu durante uno di questi ostinati voli che la capsula, ormai priva di autonomia, fu avvistata alla deriva nel vuoto, lungo una traiettoria che l'avrebbe portata irrimediabilmente a perdersi nello spazio, ora che era praticamente giunta a destinazione. Una mancata correzione di rotta di pochi gradi, dovuta al crollo del suo occupante ormai in punto di morte, avrebbe condannato ciò che restava della nave Ultra a slittare oltre l'orbita lunare e finire all'altro capo del Sistema Solare, fuori della portata di ogni mezzo e senza che nessuno potesse saperne nulla. Ma John Koenig era lì, al momento giusto, e le leggi immutabili ed inconoscibili del cosmo, quasi fossero davvero regolate alla fine da una ineffabile volontà demiurgica, come credeva il professor Victor Bergman, riconsegnarono dalle tenebre più profonde quel baccello metallico che custodiva la scintilla della vita, lo sospinsero docilmente incontro all'astronave di John Koenig, che allibito ed incredulo, vide il modulo Ultra scivolare verso di lui, finendogli praticamente in grembo. Lui e un giovane astronauta australiano, Alan Carter, che gli faceva da secondo pilota, agganciarono il relitto spaziale e si lanciarono nella condotta che univa i due vascelli. All'interno del modulo di comando della nave Ultra, dopo essere stati investiti dall'atroce lezzo della consunzione, fu trovato un corpo emaciato, distrutto, irriconoscibile, provato oltre ogni resistenza umana ma ancora pulsante...

"L'occhio ardente dai molti bulbi...", era l'unica frase che riusciva a mormorare con ossessione la parvenza d'uomo in uniforme dalla manica gialla riverso sui comandi.

Ma Tony Cellini era vivo, aveva vinto caparbiamente la morte ed era tornato indietro per raccontare la sua storia.


PARTE TERZA


HOUSTON


13. La via del silenzio

Io non sono più che l'ombra, ormai, di un'ombra che si contorce in mani che non sono mani, che rotea cieca oltre le spettrali notti di una creazione putrescente.

H. P. Lovecraft, Nyarlatothep


Restai tra la vita e la morte per due mesi, ricoverato nell'ospedale della Base Lunare Alpha, dove ero stato trasportato immediatamente dopo il recupero della sonda da parte di John. Se sono sopravvissuto, oltre alla fede di John che ha continuato a cercarmi nello spazio, lo devo alle cure del dottor Robert Mathias, che mi assistette per tutta la durata della mia permanenza al Centro Medico. Il mio corpo fu rimesso a nuovo, riportato in funzione, ristorato, rigenerato. La mia mente... per molti invece non sarebbe stata più recuperata. Potei parlare solo all'inizio del secondo mese e lo feci esclusivamente con John. Fu lui, assieme al professor Bergman, ad apprendere per primo cos'era accaduto dietro Ultra, nonostante l'ordine di silenzio prima di una commissione preliminare da parte della WSC. Avevo sempre saputo che anche se la scatola nera avesse confermato il mio racconto, per quanto poteva, in generale non sarei stato creduto e molto probabilmente l'Alto Commissario Dixon avrebbe impedito che il mio rapporto raggiungesse i mass-media. Sarebbe stato il modo migliore di affossare il programma spaziale. Un tragico fallimento, e a sua giustificazione un'incredibile storia di mostri spaziali. No, non avrebbe retto. Per questo, durante il periodo in cui ancora avevo forze e potevo muovermi a bordo della capsula, duplicai una copia del rapporto nel piccolo computer contenuto nel mio commlock personale, criptandola. Chiesi a John di recuperarlo, fornendogli anche codice e chiave di accesso al file, cosicché potesse inviarlo segretamente alle testate giornalistiche senza che la WSC potesse impedirglielo, durante la Commissione di Inchiesta. Nessuno seppe mai cos'era successo, chi avesse fatto filtrare le notizie... ma in breve tutto il mondo conobbe quel che avevo passato dopo l'avvistamento del cimitero spaziale. Sono assolutamente consapevole che un gesto simile potrebbe essere considerato la causa effettiva dell'affossamento del Programma Astro... ma non potevo tollerare che la verità fosse taciuta, e John fu d'accordo con me, rischiando a sua volta di compromettere la sua carriera nell'accettare e portare a termine le mie disposizioni. Mi chiedo se poi se ne fosse pentito... La WSC avrebbe nascosto la storia del mostro, enfatizzato il mio miracoloso rientro dallo spazio salvo poi farmi "sparire" dalla scena dell'astronautica per evidenti turbe mentali conseguenti all'impresa, il tutto per giocarsi la carta di un'eventuale nuova missione... e forse ce l'avrebbe anche fatta. Ma non avrei mai permesso lo facesse a scapito mio e dei miei compagni morti, infangando con la menzogna il loro nome. Così Dixon decise di fare rotolare un'unica testa, la mia, e gli fu ancor più facile farlo, quando la scatola nera non fornì praticamente alcun dato a suffragio di quanto dicevo. Aveva registrato un contatto tra la nave Ultra e un altro corpo, questo sì, ma nient'altro per i restanti quattro minuti e quarantacinque secondi, "bruciati" da interferenze di natura sconosciuta. Quattro minuti e quarantacinque secondi, tanto tempo era bastato perché il mostro annientasse il mio equipaggio. Dopo, la registrazione di dati riprendeva normalmente dalla separazione del modulo di comando dal resto della nave... No, non mi avrebbero mai creduto. Avrebbero potuto insinuare che io stesso avessi alterato i dati per renderli inintelleggibili e nascondere così un mio grave errore causa del disastro, in modo da potermi inventare poi ogni cosa. Avevo fallito, questo solo importava loro. Avevo fallito nella mia impresa, la missione più importante del genere umano. Persa la nave, perso l'equipaggio... e per portare indietro una storia assurda. Le prove... nessuna prova, neppure una. Ero vivo, ero stato un eroe poiché ero sopravvissuto al ritorno, un fatto eccezionale, un'impresa incredibile già di per sé. Ma l'aver raccontato quella storia, a tutto il mondo, faceva di me un povero demente. Fine del programma di esplorazione spaziale esterna, fallimento, disastro. La quarta e più importante missione spaziale con equipaggio, dispersa come le altre tre... ma stavolta con la certezza, decretata dalla WSC, che la causa era da imputarsi ad un errore umano. Avevo chiuso, e non solo io, mi ero portato dietro la credibilità di tutto il programma spaziale e della World Space Commission. Avevo percorso la via del silenzio, nel riportare alla base la capsula di salvataggio, ma questo era niente a paragone della via del silenzio che avrei dovuto affrontare sulla Terra. Ero solo. Avrei dovuto mentire? Assumermi la responsabilità e la colpa della catastrofe? Ammettere che si era trattato di un mio errore? Decompressione improvvisa durante la fase di attracco, esplosione, equipaggio ucciso. Avrei pagato solo io e il programma spaziale non sarebbe stato cancellato. No. No, non potevo farlo, perché lui era vero, esisteva, non era un parto della mia mente malata... ed era ancora là. Dietro al pianeta, nella nave Ultra. Era là e aspettava... in qualche modo io sarei tornato lassù e lo avrei affrontato nuovamente. Lo avrei affrontato e distrutto!


La notizia del rientro sulla Terra raggiunse Tony Cellini mentre si trovava nel grande hangar delle Aquile sulla Base Alpha, al di sotto della Rampa Quattro, dove era stato ricoverato il modulo di comando della nave Ultra, che per quasi due anni e mezzo era stato il suo piccolo universo vitale e a cui si sentiva comunque molto legato, addirittura considerando quel baccello dal muso aguzzo come un'estensione artificiale della propria persona. Anche ciò che rimaneva della grande astronave sarebbe presto tornato sulla Terra, probabilmente esposto nel museo statico di Houston, assieme a tanti altri mezzi spaziali storici. Ormai tutte le analisi compiute a bordo erano terminate, con risultati negativi per quanto riguardava la conferma della storia narrata da Cellini. L'ex comandante della Missione Ultra guardò per l'ultima volta, con sincera commozione, la sonda, seminascosta da tutta una serie di impalcature metalliche e di tralicci. Era stata una buona nave, un'ottima nave. La parte più importante della sua vita si era svolta nel suo interno, nel bene e nel male, ora quel ridotto ambiente artificiale che aveva impedito che potesse essere divorato dalle tenebre del cosmo sarebbe sempre rimasto in qualche modo legato a lui, in un inscindibile connubio uomo-macchina. Gli spiacque pensare che forse non l'avrebbe rivista più.

L'astronauta sapeva bene cosa lo aspettava, dopo le precedenti tre commissioni di inchiesta avvenute su Alpha a porte chiuse e non si faceva illusioni sull'esito finale della procedura, anche se erano in programma per lui ulteriori esami medici condotti a Houston dalla dottoressa Helena Russell. Tutti i suoi pensieri erano invece rivolti ad altro, ai sogni terribili che faceva ogni notte, iniziati già a bordo della sonda quando veniva a cessare l'effetto del lenoxtrol e poi man mano sempre più intrusivi.

Cominciavano sempre allo stesso modo, sempre, puntuali ogni notte. Come un film tridimensionale, di cui lui era protagonista. Un film da cui era impossibile sfuggire, che andava visto e vissuto fino alla fine, una ciclica, ripetitiva sequenza di orrore. Si trovava ad invidiare i primi astronauti degli anni Sessanta: specialisti di volo, piloti eccezionali privi di fantasia, refrattari a tutto ciò che li allontanasse dal mero dato tecnico-scientifico. Ma lui era sempre stato diverso: grande atleta amatoriale, poeta, il migliore astronauta della sua generazione e degli anni Novanta. Aveva fantasia ed ora questo aveva sempre costituito per lui un grave problema. Ma ormai tutto era finito. Restava solo quell'incubo ipnotico, onnipresente. Quell'incubo che lo attanagliava violentemente una volta chiusi gli occhi ma che per uno strano caso non lo debilitava, atterriva o indeboliva più... Stranamente, anzi, gli dava più forza, lo corazzava interiormente. Non era un incubo da cui volersi allontanare con la fuga: al contrario, voleva andargli incontro, affrontarlo una volta per tutte e porvi fine. Per quanto irrazionale e folle potesse essere un pensiero del genere, egli credeva che presto, un giorno, gli sarebbe stata resa giustizia. Avrebbe finalmente provato la verità delle sue parole, anche se l'intera faccenda fosse allora caduta nel dimenticatoio, avrebbe rivisto quell'orrore davanti a sé, lo avrebbe combattuto per la seconda volta. Lo avrebbe vinto, distrutto... o sarebbe morto nel tentativo.

La prima immagine che gli tornava alla mente, il prologo dell'orrore, era una sfera blu cobalto, con grandi macchie rosse. Il pianeta, Ultra, perso nell'infinito vuoto oltre il Sistema Solare, quel pianeta impossibile scoperto dal grande scienziato Victor Bergman nel 1994, quel pianeta che aveva fornito dati inammissibili sulla sua natura. Un evento eccezionale, un mondo che sbucava all'improvviso ai confini esterni dell'universo locale, come sputato fuori da un'altra dimensione, da un altro continuum spaziotempo, strappato da chissà quale lontano reame fantastico ed inconoscibile.

Poi all'improvviso la sfera cambiava colore e si rimpiccioliva, si duplicava in due occhi dolci e scuri e lui vedeva il viso di Monique, sorridente, sentiva il calore della sua presenza, ricordava la profondità del sentimento nato in quei primi otto mesi di viaggio spaziale. La ricordava bellissima, assorta ed in silenzio mentre guardava dall'oblò di sinistra della nave, illuminata di una morbida luce azzurra, le stelle all'esterno che si riflettevano nei suoi occhi castani, ricordava la riluttanza a lasciare la cabina di pilotaggio a Darwin, allo scoccare del suo turno, trasformatasi poi in ansia per uscirne quando aveva saputo che lei lo aspettava, in fondo al modulo, scoprendosi a guardare l'orologio incastrato tra gli strumenti con più impazienza, in attesa del cambio. Monique gli aveva promesso di portarlo a Les Chats Noires, quel locale francese in Bretannia che le piaceva tanto, al loro ritorno sulla Terra, dove avrebbero gustato le coquille Saint-Jacques. Ma lei non era tornata...

Ancor più repentinamente, lo sguardo intenso della dottoressa Monique Bouchere mutava in un'altra sequenza di immagini. Il castano scuro dei suoi occhi impallidiva, fondendosi in un'unica grande pupilla luminosa, accecante, bianca. Sentiva allora quello spaventoso urlo elettronico, avvertiva la furiosa raffica di vento maleodorante, il bruciore sulla pelle di sostanze catramose, semiliquide... aveva l'orribile ma veloce visione del cadavere di Monique, ridotta ad una forma scarnificata ricoperta di melma nerastra che le penetrava in bocca, nelle cavità in cui un tempo avevano brillato i suoi occhi sereni, mentre scivolava accanto a due altre forme simili sul pavimento del modulo lordo di sozzura fumante...e poi vedeva i tentacoli mulinare tutt'intorno al ciclopico occhio luminoso e urlante.

L'occhio ardente dai molti bulbi!

Lo conosceva, oh sì, lo conosceva sin da ragazzo, quando aveva letto quel racconto di Lovecraft che lo aveva impressionato vivamente e quell'immagine terrificante gli era rimasta scolpita nella mente: "Yog-Sothoth, l'occhio ardente dai molti bulbi" (15). Era lui. E si trovava laggiù, oltre Plutone, proprio come scrisse l'autore di incubi di Providence... L'occhio ardente dai molti bulbi. L'occhio ardente... e ricordava allora anche la profezia di Ngaia, lo sciamano Masai, che lo metteva in guardia e lo avvisava che avrebbe incontrato shaitan, il demone Mbatian, lassù tra le stelle, e che lo avrebbe combattuto quasi a mani nude... con un'accetta, simile al dono che il guerriero nero gli aveva fatto nella pianura kenyota...

Quando non si svegliava gridando a quel punto (ma non di paura, piuttosto di rabbia, d'ira impotente dovuta alla frustrazione di non potere affrontare il suo nemico), coperto di sudore e tremante, le immagini del sogno che presto si sarebbe tramutato in un incubo proseguivano... ma Cellini non aveva più la forza di affrontarle, perché anche il suo indomito coraggio doveva retrocedere davanti all'orrore assoluto che queste comportavano. Non ne aveva mai parlato a nessuno, neppure con Koenig, facevano parte di una sfera d'incubo che riservava solo a se stesso, incapace addirittura di comunicarla ad altri, un orrore che, come aveva scritto un tempo Edgar Allan Poe, er lasst sich nicht lesen, non si lasciava leggere. (16)

La riunione con l'Alto Commissario della WSC Farnsworth Dixon avvenne nel suo ufficio una settimana dopo il previsto, in modo che potesse essere inoltrata la documentazione clinica finale di Tony Cellini a seguito degli ultimi esami condotti dalla dottoressa Russell. Erano presenti anche il capitano John Koenig e il professor Victor Bergman e dall'espressione di Dixon, quando entrò con gli occhi puntati sui documenti che stringeva in mano, fu chiaro quale sarebbe stato l'esito dell'incontro. In meno di dieci minuti il volo della nave Ultra, nonostante l'impressionante mole di inestimabili dati inviati su Alpha che accertavano la possibilità di sopravvivenza dell'uomo nello spazio, fu dichiarato un fallimento, un costoso fallimento, il comandante Cellini fu esonerato da ogni incarico di tipo astronautico e destinato ad un'ulteriore serie di esami clinici, che era un modo molto asettico per dire che la sua storia era indubbiamente il parto di una mente disturbata e che non poteva essere creduta, Koenig e Bergman, vanificato ogni loro tentativo di analisi obiettiva dei fatti e di richiesta di invio di un'altra nave per constatare se effettivamente la prima avesse fallito, furono sollevati dai loro incarichi attuali e destinati ad altre mansioni. Di fatto, un punto di arresto per il programma spaziale che minacciava di essere definitivo. A Cellini non solo non fu perdonato di essere ritornato con una storia assurda, ma anche e soprattutto di avere fatto in modo che tutto il mondo la conoscesse, contro il volere della WSC.

La Missione Ultra era stata un fiasco, l'equipaggio e la nave erano andati perduti, la giustificazione dell'insuccesso non era accettabile, almeno non di fronte agli esorbitanti costi sostenuti dal programma di esplorazione spaziale... e come se non bastasse, il tutto accadeva in una delicata congiuntura politica che vedeva uno dei problemi più gravi del XX secolo stringere le sue maglie proprio ai vertici della WSC: quello dello smaltimento delle scorie atomiche prodotte sulla Terra. L'Alto Commissario Dixon aveva proposto il piano della dispersione definitiva dei rimasugli nucleari nello spazio a bordo di navette a perdere, l'opposizione nel consiglio della Commissione Spaziale aveva invece previsto la possibilità di depositarle in aree sotto controllo nel sottosuolo lunare (per giustificare tra l'altro una buona fetta di budget da parte dei contribuenti rivolto al perfezionamento della Base Lunare Alpha, da cui sarebbe dipeso il monitoraggio dei siti nucleari). Il partito di Dixon aveva incassato un brutto colpo con il fallimento della Missione Ultra ed ora la parte a lui avversa, guidata dall'intrigante consigliere Gerald Simmonds, gli soffiava sul collo. Fu presto chiaro a Koenig e a Bergman che ufficializzare lo stop all'esplorazione spaziale con l'archiviazione della Missione Ultra avrebbe posto Dixon in una spiacevolissima situazione politica, che avrebbe chiaramente affrettato la sua caduta. Entrambi si sarebbero aspettati da Tony Cellini una furiosa reazione al suo brutale allontanamento dal corpo astronautico con la palese accusa di disturbi mentali, ma l'ex comandante della nave Ultra sembrò non fare una piega, uscendo dall'ufficio di Dixon.

Aveva compiuto a bordo della sonda un incredibile viaggio attraverso la via del silenzio, ora tutto quel che voleva era che il silenzio e l'oblio lo sottraessero definitivamente dall'attenzione di tutti.

14. Rivelazioni allo Shooting Star

Ormai soltanto il sonno della notte
porta a me la perduta Nathicana,
la pallida, la pura Nathicana,
che svanisce davanti al sognatore.

H. P. Lovecraft, Nathicana


Avevo fatto quanto potevo. Ero sopravvissuto... avevo riportato la sonda Ultra sulla Terra, vincendo i calcoli probabilistici che mi vedevano sconfitto, perso, inghiottito dall'universo. Ma avevo raccontato una favola che risultava banale anche alle orecchie dei bambini. Il mostro tentacolato e putrescente che viene dallo spazio e distrugge gli astronauti... più facile credere a Babbo Natale. L'eroe Tony Cellini, novello Ulisse, che era riuscito in un'impresa impossibile, è poi diventato l'accusato Tony Cellini, causa del disastro della Missione Ultra. Pensavo davvero che avrebbero potuto credermi? Non avrei avuto più amici né alleati, il sangue dei miei compagni morti era ricaduto sulla mia testa. Monique! Cosa dovevo fare? Chi poteva credere alla mia storia? Lui, il mostro, ora era dentro di me, lo sentivo, da quando aveva fissato su di me il suo occhio ipnotico, inducendomi a voltarmi e a gettarmi tra le sue spire... Mi richiamava ad affrontarlo. Non mi avrebbe abbandonato. Era il mio Nemico, ed io sarei tornato per distruggerlo anche se non avessero appoggiato un'altra missione. Bergman e Koenig si erano esposti fin troppo nel perorare la mia causa... inutilmente. Il rapporto medico finale della dottoressa Helena Russell, vedova del mio amico e collega Lee, era un'aperta condanna contro di me. Il profilo psicologico mi bollava come psicotico. Dixon fu costretto a chiudere l'inchiesta nell'unica maniera possibile... dimenticare l'accaduto.

John Koenig... solo lui aveva creduto fino all'ultimo che non potessi essere morto lassù, nell'abisso cosmico. Aveva continuato a cercarmi testardamente quando nessuno più nutriva alcuna speranza per l'equipaggio della Missione Ultra, perso per sempre come il sogno, l'ambizione, la nave... lui mi aveva strappato agli artigli della notte eterna, se non fosse stato per lui sarei sfuggito alla portata dei sensori periferici di profondo spazio e l'oblio mi avrebbe inghiottito. C'eri lui, quel giorno, a vegliare, lui mi hai davvero sottratto alla morte. Era stata la sola persona che mi era rimasta vicino. Ed io avrei avuto ancora bisogno di lui.


Il locale bar della Cittadella degli Astronauti, lo Shooting Star, a ridosso degli edifici della WSC, era un ambiente pregno di tradizione e storia dell'astronautica, ogni suo tavolo a muro, separato dagli altri da curvilinee volute in legno, recava alla parete le testimonianze fotografiche della conquista umana nello spazio. Quadri pittorici degli uomini dei Progetti Mercury, Gemini e Apollo, raffigurazioni delle prime rudimentali capsule monoposto, composizioni con missili vettori e oggetti celesti, panoramiche lunari con i primi, goffi conquistatori terrestri infagottati nelle loro ingombranti tute spaziali bianche, stupende fotografie realizzate dai telescopi orbitali, da Hubble in poi, intensi ritratti di celebri personaggi della storia del volo spaziale cui era dedicata ogni postazione a sedere, identificata con loro nome. C'erano i tavoli Gagarin, Shepard, Glenn, Armstrong, Russell, Tanner... uomini ancora viventi o deceduti fissavano intensamente gli avventori stagliandosi su opere pittoriche o fotografiche che spesso raffiguravano la loro conquista, o alludevano alla loro tragica morte, senza soluzione di continuità: il trio Grissom, White e Chaffe, scomparso nell'esplosione di Apollo Uno, gli equipaggi delle navette perdute Challenger e Columbia, i componenti delle missioni Astro Sette ed Uranus... e infine anche quelli della Missione Ultra. Ma nell'alcova corrispondente, solitamente poco sfruttata da chi frequentava locale tra astronauti, piloti o personale amministrativo, non era raro vedere il comandante Tony Cellini in persona, immerso silenziosamente nei suoi pensieri, tra le mani un bicchiere di vurella che quasi mai veniva consumato tutto. Ben pochi si degnavano di rivolgergli la parola, quasi volessero ostentatamente evitarlo, quasi fossero delusi della sua presenza lì, sotto l'immagine dei morti della Missione Ultra... il capitano superstite e tornato sulla Terra senza l'equipaggio, con la sua assurda storia, sembrava offuscare e in un certo modo tradire il ricordo dei compagni scomparsi.

John Koenig entrò nell'ampio locale circolare e individuò subito l'amico, senza essere da lui notato. La solitudine di Tony Cellini era qualcosa di palpabile e vederlo in quello stato, davanti alla raffigurazione alle sue spalle dell'astronave Ultra con il ritratto sorridente di King, Mackie, Bouchere e dello stesso Cellini, non era cosa da lasciare indifferenti. L'uomo sembrava incarnare un senso di tragedia cosmica che però ben pochi erano disposti a riconoscere. Koenig era invece uno di questi, e avvertì un senso di desolata apprensione e commozione nel rivedere l'antico compagno ridotto all'ombra di se stesso. Lo raggiunse velocemente.

"Tony", mormorò, stringendogli una spalla. Cellini parve quasi non accorgersi del tocco, il suo sguardo ero fisso negli occhi del suo perduto equipaggio... o forse, in particolare, in quello di Monique Bouchere, in primo piano rispetto agli altri e ad altezza occhi. "Tony, vecchio mio..."

Cellini sussultò appena, voltandosi, strappato a fatica dai suoi pensieri. Focalizzò il volto di Koenig e un vago sorriso apparve sul suo viso tirato: "John". La sua mano corse su quella dell'amico, la strinse. Una stretta ferma, salda, priva di tremiti. Cellini si alzò, il suo sorriso svanì e per qualche secondo fissò Koenig. "John", disse a bassa voce, "Ti ringrazio per avermi tirato fuori da quell'abisso..." Inaspettatamente il comandante della Missione Ultra si alzò e abbracciò in una franca stretta l'ex rivale, che, sorpreso, rispose in egual modo. I due presero poi posto al tavolo, entrambi turbati. "Non avevo avuto modo di farlo come si deve, quand'ero in ospedale. John, ho realizzato solo molto tempo dopo che ti dovevo la vita", si spiegò Cellini.

"Lascia stare, Tony", si schermì Koenig, sorridendo, ma evidentemente colpito nel profondo, "Evitiamo i soliti luoghi comuni, del tipo tu avresti fatto lo stesso per me..."

"No, John!", protestò con irruenza Cellini, "Non è cosa da prendere alla leggera! Qui... ed ora... tu sei l'unica persona in cui ripongo fiducia... anche al di là del fatto che mi hai ritrovato, che mi hai cercato. Io... per tutto il tempo che sono stato là fuori, dopo quel che è successo... sapevo che ci saresti stato solo tu, sulla Terra, disposto a comprendere. John, ti sto dicendo che uno dei motivi per cui ho resistito, fin quasi allo stremo, lo devo a te. Cerca di comprendere... ho bisogno del tuo aiuto, John!"

Koenig annuì, confuso. Cellini sembrava lucido e nel pieno delle sue facoltà, una cosa che sembravano rivelare i suoi occhi, ma troppe volte quell'apparente controllo si era trasformato poi in furia nervosa, sovente così violenta da ricorrere all'utilizzo di sedativi. "Va bene, Tony", sospirò l'astronauta, "Ora siamo qui, lontani dall'ospedale, lontani dai sistemi di sorveglianza... ora possiamo parlare tranquillamente".

"Sì, John. Perché ci sono delle cose che devi sapere... che solo tu saprai ora".

Koenig trasalì: "Hai tenuto nascosto qualcosa di quanto ti è accaduto durante gli interrogatori ufficiali?"

Cellini fece una smorfia, quasi un ghigno: "Tranquillo. Quel che ho da dirti è la conferma della veridicità delle miei parole, semplicemente però non potevo esternarlo né davanti alla commissione medica né davanti a quella della WSC... avrei solo peggiorato la mia situazione. Ma tu devi sapere".

Cellini fece cenno ad una cameriera di avvicinarsi: "Vurella?"

Koenig sorrise apertamente: "Ah, no, lo sai bene... un Martini, molto secco". Fatta l'ordinazione la ragazza si allontanò, senza preoccuparsi di nascondere il disagio dovuto alla presenza di Tony Cellini, che fece finta di nulla. In attesa del drink e del discorso dell'amico, Koenig squadrò con i suoi limpidi occhi azzurri il comandante dell'archiviata Missione Ultra, che sostenne lo sguardo fermamente: "Tony, dimmi come stai", iniziò Koenig, per sondare superficialmente lo stato emotivo del compagno.

"Bene", rispose l'astronauta, "Ora sto bene. Ho dovuto... ricompormi un po'. Vedo le cose con più chiarezza... ma continuo a vederle a modo mio, che in questo caso corrisponde alla realtà".

"Le terapie cui stai sottoponendoti ..."

"Al diavolo, John", l'interruppe infastidito Cellini, "Non servono a nulla, lo sai bene, ho dovuto cercare dentro di me l'autocontrollo".

"Hai devastato per ben due volte la tua stanza d'ospedale", fece notare Koenig.

"È neppure per l'ultima volta...", Cellini si concesse un breve sorriso, "Ma confermerai che ho fatto la stessa cosa quella volta che sembrava dovesse saltare l'intero Programma Astro, proprio qui al bar... in tempi non sospetti".

I due astronauti scoppiarono a ridere, ma Cellini tornò subito serio. Koenig assaggiò appena il suo Martini, nel frattempo arrivato: "Okay, Tony", disse, "Parlami".

"Vi sono due cose che voglio che tu sappia, John", iniziò serio l'ex comandante, "col presupposto che ogni singola parola da me pronunciata sotto giuramento riguardo ciò che è successo dietro Ultra è vera. Ogni singola parola. Non ho tolto o aggiunto nulla alla verità. John, ho lottato corpo a corpo con quell'essere... quel mostro che ha annientato il mio equipaggio... ", per un istante una preoccupante luce di follia si accese nel suo sguardo, subito sedata, ma non prima che Koenig la percepisse chiaramente, "... ma ecco quel che devi sapere".

Tony Cellini si appoggiò con la schiena al comodo divanetto, giocherellando con il suo bicchiere, attese qualche istante prima di riprendere a parlare.

"Durante il volo, nei primi mesi di viaggio... tra me e Monique Bouchere si è instaurata, quasi senza che ce ne accorgessimo subito... una relazione. Una cosa che ha finito col diventare seria, o quantomeno, aveva tutti i presupposti per diventarlo in futuro e in un altro luogo. Certo l'astronave Ultra non poteva garantirci l'intimità richiesta, quindi... diciamo che l'amicizia tra noi si è tramutata in affetto profondo ma entrambi sapevamo...", Cellini si interruppe, il suo sguardo corse all'immagine della dottoressa Bouchere, al suo radioso sorriso, e i suoi tratti si tesero, "... sapevamo che la nostra storia sarebbe diventata vera, che saremmo stati insieme una volta tornati a casa".

Koenig ascoltava attentamente, comprendendo di colpo come quell'insospettato risvolto della situazione potesse aver contribuito a dilaniare ulteriormente lo spirito dell'amico. Una simile rivelazione durante gli interrogatori medici e ufficiali avrebbe potuto portare a conseguenze ancor più definitive e tutte contro la versione fornita a suo tempo dal capitano. Il coinvolgimento amoroso tra due membri dell'equipaggio si sarebbe subito tradotto in un abbassamento delle facoltà necessarie per mantenere il giusto comportamento durante il volo, con la nascita di una sensibilità affettiva che avrebbe potuto avere la meglio sulla necessaria freddezza di requisiti indispensabile per garantire l'esito positivo della missione. Fin troppo facile sarebbe stato da parte dei membri che conducevano l'indagine accusare Cellini di leggerezza in situazione critica dovuta a partecipazione emotiva, che avrebbe offuscato i sensi del capitano inducendolo a compiere un errore fatale. L'astronauta aveva fatto bene a tacere in commissione su quell'argomento, anche se gli esiti dell'inchiesta non erano stati differenti.

"Non Ultra, John, ma Monique è stata la mia vera conquista", continuò l'ex capitano, "e sia Darwin che Juliet avevano compreso la cosa, concedendoci per quanto potevano, dati i ristretti ambienti della nave, molti momenti di intimità. Il modulo di comando diventava spesso il nostro angolino d'amore, ben poco romantico, a parte le stelle all'esterno... In verità, Darwin aveva fatto qualche pensierino su Juliet, ma lei aveva già qualcuno che l'aspettava sulla Terra..."

"Quello che voglio dirti, John, " riprese Cellini con calore dopo un istante di silenzio, "è che, al contrario di quel che si potrebbe pensare, l'amore per Monique non ha offuscato i miei riflessi di astronauta, non mi ha fatto diventare meno vigile per quanto riguardava la missione, non mi ha ottenebrato al punto da inficiare le mie capacità di astronauta pilota, da portarmi a commettere qualsivoglia tipo di errore... al contrario! Mi ha responsabilizzato ancor di più, mi ha indotto a stare ancora più attento a tutto quel che succedeva nella Ultra, perché ciò che davvero volevo non si trovava più all'esterno, nello spazio, ma lì accanto a me! Capisci?", Cellini stava perdendo la calma, le mano spasmodicamente strette sull'orlo del tavolo, il bicchiere di vurella traballante, "L'ho vista morire! È morta in un modo orribile, John, ero là e non ho potuto fare nulla per salvarla, perché quel mostro me l'ha strappata dalle braccia... l'ha divorata! Le ha... le ha risucchiato la vita! E quell'idiota di Dixon, maledetto mille volte, con la storia della decompressione della nave dovuta ad un mio errore... ma quale errore? Non c'è stato nessun errore! Non poteva esserci nessun errore da parte mia!"

"Tony, calmati!", esclamò Koenig, ma Cellini era ormai fuori di sé. Con un gesto improvviso scaraventò il bicchiere in mezzo alla sala, dove si infranse fragorosamente sul pavimento. Gli avventori del locale nei paraggi si ritrassero istintivamente davanti a quello scoppio di furore, che attirò subito l'attenzione di due agenti di sicurezza al bancone centrale. Koenig afferrò per un braccio l'amico, stringendolo con forza per farlo ritornare alla calma. Sentì sotto le sue dita una forza nervosa a fior di pelle a stento contenibile. "Tony, maledizione, sta' calmo! Finirai per tornare in ospedale sotto sedativi!"

I due agenti di sicurezza si mossero verso il tavolo dei due astronauti, circospetti, le mani pericolosamente vicine alle pistole laser d'ordinanza. Cellini, sudato, tremante, era tornato a sedersi, respirando affannosamente.

"Che succede, qui?", chiese con voce priva d'intonazione uno degli agenti.

"Va tutto bene", ingiunse Koenig, con voce ferma, "Nessun problema".

"Non ci sembra proprio", disse il secondo agente, squadrando lo spossato Cellini, "Qualche bicchiere di troppo?"

"No, il capitano Cellini ora sta meglio... vero Tony?", l'astronauta non rispose, pallido in viso, limitandosi ad annuire con la testa.

"Ah, il capitano Cellini...", il primo agente lo riconobbe, con sguardo critico, scuotendo il capo, "Capisco. Dato che si tratta di lei chiuderemo un occhio... ma ora sarebbe meglio che andaste da qualche altra parte, tutti e due. Ci sono dei grandi papaveri della WSC nella sala adiacente, con quello che dovrebbe probabilmente diventare il nuovo Commissario, e non è il caso di provocare incidenti. Mi sono spiegato?"

"Perfettamente. Andiamo, Tony", Koenig prese risolutamente sottobraccio Cellini, inducendolo ad alzarsi. "Grazie", mormorò, rivolto ai due agenti che restarono a fissarli finché non uscirono dal locale. Nell'atrio del piano bar si fermarono un istante, addossandosi ad una parete, nascosti da una riproduzione in vetroresina del vettore Saturno V.

"È tutto okay, Tony?", chiese Koenig, scrutando con apprensione il compagno. Cellini annuì. La crisi sembrava passata. "Mi spiace, amico mio", continuò Koenig, "Mi spiace per Monique... non potrò mai dirti che capisco cosa stai passando ma..."

"John", lo interruppe Cellini, la voce ferma, lo sguardo fisso negli occhi dell'amico, "C'è dell'altro. È importante che tu mi ascolti. Ora sono troppo stanco, vorrei tornare al mio alloggio... ma più tardi, questa notte, raggiungimi. Devo parlarti."

"D'accordo, lo farò, ma cerca di controllarti, va bene?". Cellini diede segno di aver inteso, ormai tornato alla tranquillità. Strinse d'impeto il polso dell'astronauta.

"Sei sempre dalla mia parte?", chiese, con voce sommessa.

"Sempre. Tony, io credo a quanto hai raccontato... sono forse l'unico in tutto il mondo a farlo, e lo credo ancor di più adesso, ora che so di te e Monique. Se posso sembrarti inquisitivo come gli altri, quando parli del tuo mostro, non è perché ne rifiuti l'esistenza, ma è solo per poter capire, per potere aiutarti. Non hai fatto alcun errore fatale, lassù, lo so bene! L'uomo che ha riportato la sonda Ultra sulla Terra non avrebbe potuto mai averne commessi. È successo qualcosa, là nello spazio, è evidente, qualcosa che ora sta sopraffacendoti nonostante sia passato... ma ora sei qui. Quell'incubo è finito, chiuso adesso".

"Ti sbagli", sussurrò Cellini, "Non è finito... non per me".

15. L'abitatore del buio

Yog-Sothoth, salvami... l'occhio ardente dai tre bulbi!

H. P. Lovecraft, The Haunter of the Dark


John doveva sapere la verità. Solo rivelandogli ciò che avevo tenuto nascosto a tutti avrebbe potuto davvero essermi d'aiuto. Ma era una dura prova da sostenere, questo era evidente. Solo il fatto che abbia creduto al mio rapporto, appoggiandomi anche davanti alla Commissione di Inchiesta, opponendosi ai grandi papaveri, lo collocava su un livello privilegiato... non che avessi mai dubitato di lui. Ma adesso che avevo deciso di metterlo al corrente anche dell'altra cosa, come avrebbe potuto reagire? Mi mettevo nei suoi panni e sentivo che al suo posto non avrei potuto credere ad una storia simile, che questa ulteriore rivelazione avrebbe potuto anche indurlo a perdere la fiducia che mi aveva concesso finora. Non bisognava essere uno psichiatra per comprendere come quest'ultima confessione potesse portare indiscutibilmente a dubitare della mia sanità mentale... se solo avessi accennato la cosa durante l'inchiesta non avrei fatto altro che accelerare il giudizio finale su di me, aggravandolo probabilmente sul versante clinico. Se ora si pensava che avevo compiuto involontariamente un errore fatale che aveva condotto alla morte i miei compagni e perso l'astronave, mascherato sotto la storia del mostro, aggiungere il resto non avrebbe potuto che bollarmi come pazzo senza speranza. Al grande Tony Cellini è dato di volta il cervello nei lunghi mesi di navigazione, ha maturato una follia che è sfociata poi nel disastro della Missione Ultra... a nessuno sarebbe importato più come fossi riuscito a tornare sulla Terra, che era poi l'unico motivo per cui i miei inquisitori non avessero già formulato un giudizio di insania mentale nei miei riguardi. Brillante manovra, lucidità senza pari del pilota nel pianificare la rotta e piegare il tempo a suo favore, resistenza nel vuoto cosmico, capacità ineguagliabile di sopravvivenza... avrebbero potuto trasformarsi di colpo in elementi a mio svantaggio e confermare addirittura la mia pazzia. Quindi, dovevo rivelare tutto solo a John e pregarlo di tenere quanto avrebbe sentito solo per sé. Trovare il modo giusto di parlargli, impedirmi di perdere il mio unico alleato, la sola persona che avrebbe potuto veramente aiutarmi a mettere fine a questo incubo. E ancora una volta, nessuna prova a mio favore, se non la mia parola... John, ti ho pregato di ascoltarmi e di credere in me, e penso che tu lo abbia fatto.


Il doppio cicalino d'ingresso dell'alloggio di Tony Cellini emise il suo suono, strappando il capitano ai suoi pensieri. Guardò nel monitor del commlock, dove si profilò il viso di John Koenig, e aprì i battenti scorrevoli inviando l'impulso elettrico dal segnalatore. Gli alloggi della Cittadella degli Astronauti erano piccoli ma confortevoli e seguivano il design adottato dalla WSC per praticamente ogni area abitabile dell'Organizzazione Spaziale, sia che fossero sulla Terra che sulla Luna, dove sorgeva il vasto complesso della base Alpha. Una stanza centrale che fungeva da sala e soggiorno, illuminata da pannelli bianchi alle pareti, una camera da letto e servizi sullo stesso stile. Forse il tutto era un po' asettico ma decisamente funzionale e servito di tutti i comfort di base. Ogni inquilino, solitamente, provvedeva ad abbellire i locali secondo i propri gusti personali. L'appartamento di Cellini rivelava uno spiccato interesse per l'Africa: sui pannelli vi erano riproduzioni pittoriche e fotografiche di savane, flora e fauna del Continente Nero, panoplie di lance, daghe e scudi multicolori indigeni, alcuni dei quali originali di tribù africane, miniature di leoni ed altri animali della savana e un posto privilegiato occupava in una nicchia la scure Masai che gli aveva donato Ngaia, durante la sua vacanza in Kenya con Mike Donovan. Una piccola biblioteca su una mensola, formata da veri libri e non da dischetti per computer, raccoglieva volumi dedicati all'esplorazione ottocentesca dell'Africa, con monografie su Richard Burton, John Speke, David Livingstone, Henry Stanley e non mancavano anche romanzi avventurosi ambientati nelle zone selvagge africane, opera di autori che spaziavano da Wilbur Smith a H. Rider Haggard, da Jules Verne ad Emilio Salgari.

Cellini fece accomodare il vecchio amico, indicandogli uno dei comodi divanetti. "Siediti, John, e scusa per la scena di poco fa...". L'astronauta prese due lattine di birra da un piccolo frigorifero, offrendone una a Koenig.

"Grazie. Tony, mi ha davvero addolorato apprendere di Monique... almeno in questo caso, so cosa voglia dire perdere la donna che si ama".

Cellini annuì. Erano passati ormai dieci anni dalla morte in un attentato siriano in Svizzera di Jean Stevens, moglie di Koenig, ma non era quello il momento di abbandonarsi ai ricordi. I due astronauti aprirono le loro birre, sorseggiandole in silenzio.

"John", iniziò Cellini, sporgendosi verso l'amico, "La tua fiducia in me è totale? Non provi alcun dubbio su quanto ho raccontato, sulla storia del mio mostro? Ti sei esposto anche fin troppo al ridicolo tentando di perorare la mia versione dei fatti... possibile che davvero tu mi creda senza riserve?"

"Hai motivi per dubitarne, forse?", sorrise Koenig ma tornò subito serio, "Tony, parliamoci chiaro. Non credo tu abbia mentito, non credo tu sia un visionario, non credo tu abbia commesso un errore tale da portare al fallimento la missione. Non posso crederlo. Trovo al di là di ogni dubbio che qualunque cosa sia successa, lassù su Ultra, deve essere stata terrificante... ma non al punto da indurmi a pensare che tu ne sia stato sconvolto in modo tale da perdere la testa. A questo non credo, Tony! E non mi importa sapere che non esista alcuna prova a tuo favore... dopotutto, non ne esistono neppure contro. E comunque, non ti reputo tanto ingenuo da inventare una storia da film di fantascienza di terz'ordine a prova di buon senso per scagionarti da un eventuale errore come quella che hai riferito, a meno che non si tratti proprio della verità".

Cellini tirò un profondo sospiro, poi sembrò cambiare improvvisamente discorso: "Ti ricordi in Accademia, quando frequentavano il corso di allievi piloti, c'era stata quella festa di compleanno che tua moglie aveva organizzato per me allo Shooting Star..."

"Ricordo benissimo... ti eri ubriacato e hai fatto il cascamorto con lei per tutta la serata..."

Cellini sembrò non udire il commento, continuando: "... Jean mi aveva regalato un libro di racconti, una rara edizione originale dell'Arkham House di tutte le opere di Lovecraft. Diceva che era l'unico autore del fantastico che fosse stato in grado di percepire la reale natura dell'universo, qualcosa di così al di là della comprensione umana da vanificare ogni nostra ridicola filosofia di bene e male... e la posizione dell'uomo nei confronti degli abissi cosmici era di una pietosa labilità, neanche fosse un semplice incidente naturale, in balia di forze così aliene che soltanto mistificandole in grottesche immagini di mostri se ne poteva avere un seppur pallido riflesso, tale da poterne parlare..."

"Conosco bene l'opera di Lovecraft. Non passammo un'intera serata a discuterne i veri contenuti, che andavano ben oltre il semplice racconto del terrore?"

"Sì, è vero. Lovecraft aveva intuito qual era il vero volto del creato, come fosse così estraneo ed indifferente alle sorti umane e come il mondo stesso dell'uomo non si riducesse a null'altro che una placida isola di ignoranza di fronte all'orrore infinito di un universo totalmente sconosciuto. Non ho portato con me in volo quel libro, perché troppo prezioso, ma comunque avevo un'antologia di Lovecraft a bordo, che feci leggere anche a Monique... Ricordi in particolare quel racconto, L'abitatore del buio?"

"Certamente, fu uno dei suoi ultimi lavori, e uno dei migliori, secondo me, anche se a lui non sembrava tale. Parlava di quello scrittore che evoca involontariamente una mostruosa entità nascosta nel campanile di una chiesa, che finisce col distruggerlo".

"Quell'entità non è mai descritta, come solitamente accadeva nella prosa di Lovecraft... non sto divagando, John, capirai presto a cosa voglio arrivare, e so che stenterai a credere a quello che ti dirò, questa volta. Ma ti prego ugualmente di ascoltarmi, perché quanto ti devo rivelare ti metterà in una posizione molto scomoda e poco invidiabile: dovrai decidere se Tony Cellini è veramente pazzo... oppure no, e in questo caso non mi basterà più avere solo il tuo appoggio morale".

"Non capisco, Tony", Koenig allargò le braccia, appoggiandosi allo schienale del divanetto.

"Capirai. Per favore, fai ora mente locale e cerca di rammentarti come finisce quel racconto di Lovecraft..."

Koenig corrugò la fronte, nel tentativo di ricordare: "Mah, è da parecchio che non ho più modo di leggere Lovecraft... mi pare che la minaccia di quella creatura viene sventata dopo la morte dello scrittore, c'era una specie di pietra che viene gettata in mare, era forse il tramite attraverso cui il protagonista aveva evocato l'essere..."

"Lo scrittore aveva fissato quella pietra nella guglia del campanile, e ciò era bastato per permettere alla creatura di giungere nel nostro mondo", precisò Cellini, "Ma il vero finale del racconto narra che in qualche modo, fissando quell'oggetto, tra lo scrittore e l'entità si crea un legame profondo, al punto che l'uomo, ad un certo momento, percepisce le cose come se fosse egli stesso quella creatura, diventando egli stesso il mostro che aveva evocato".

"È vero, il racconto finisce così, e per questo ha fatto parlare molto di sé, la critica ha visto un tentativo di Lovecraft di esplorare il profondo della psiche umana, individuando il rimosso che torna a galla, l'Ombra che nasce dalle radici stesse del creato, che l'uomo si porta dentro sempre... non era una delle tematiche tipiche di Lovecraft, tra l'altro, individuare un grado di parentela tra gli esseri umani e le sue creature preternaturali?"

"John, ascoltami bene ora", il tono di Cellini si fece sommesso, ignorando come quei repentini cambi di discorso potessero insospettire l'amico sulla reale condizione del suo cervello, "Tu hai letto il mio rapporto, ascoltato la mia deposizione ma lascia che ti ripeta quanto è successo sulla nave Ultra. Quando ho fatto irruzione nel modulo di servizio l'essere era lì, incastonato tra i due pannelli del portello che dava sul vano motori. Aveva già fagocitato Darwin e appena risputato il corpo scarnificato di Juliet... io avrò perso solo un paio di secondi, trovandomi davanti quella mostruosità, quell'occhio incandescente... Monique era alla mia sinistra, si teneva stretta alla colonnina portante, urlando. L'ho afferrata alle spalle, facendo contemporaneamente fuoco col laser. Nessun effetto apparente, i raggi si sono spenti innocui nella corona di tentacoli mulinanti. Poi uno di essi, che già aveva stretto il corpo di Monique, me l'ha strappata dalle braccia, con forza spaventosa, attirandola verso il mostro... ma non è stata divorata subito". Cellini stava sudando e Koenig cominciò a pensare che l'amico fosse sul punto di perdere nuovamente il controllo. "È rotolata a terra, sul pavimento della sonda, a circa tre metri dalla creatura. Ho visto bene, John... ho visto bene. Monique dava le spalle al mostro, il suo viso era rivolto verso di me. Mio Dio, stava gridando in preda al terrore solo un attimo prima... ora invece i suoi lineamenti avevano perso ogni espressione, i suoi occhi si erano fatti vacui. Poteva ancora alzarsi e tentare di allontanarsi, perché il tentacolo che l'avvinghiava si era ritirato, nessun tentacolo la teneva, poteva portarsi verso di me... ma non lo ha fatto!"

Cellini non fissava più Koenig ma un punto tra l'amico e il centro del salottino, le mani tremanti protese, come se davanti agli occhi rivedesse quelle terribili immagini, come se stesse rivivendo la tragica esperienza. Koenig notò la mano destra contratta, il pollice piegato che si abbassava, nell'atto di fare fuoco con il laser.

"Tony, cosa stai cercando di dire?"

"Monique si è alzata lentamente", riprese l'astronauta, "senza più guardare nella mia direzione, si è girata verso la creatura e il suo corpo ha coperto il riverbero di quell'occhio infernale... ho visto tutto, John... la donna che amavo ferma davanti a quell'orrore, calma, immobile per qualche secondo... poi si è mossa, un passo dopo l'altro, si è avvicinata come spinta da una volontà più forte della sua... una marionetta soggiogata da fili invisibili... non potevo neppure fare fuoco, Monique copriva la mia visuale... ha alzato le braccia, quasi volesse... quasi volesse..."

A Cellini mancarono le parole, il fiato gli fece strozzare in gola ciò che voleva dire. Con uno sforzo riuscì a completare la frase: "Quasi volesse... abbracciare quella massa disgustosa di tentacoli... quasi volesse... essere ghermita dal mostro, di sua volontà! Si è gettata verso l'occhio pulsante, i tentacoli l'hanno avvolta e senza più alcuna resistenza è stata attirata al di sotto della creatura, in un invisibile orifizio... è scomparsa, senza un grido, senza un lamento... in quella cacofonia di ruggiti elettronici ho avvertito come il rumore di pancetta che sfrigola in padella, amplificato, poi una contrazione in quella folle congerie di tentacoli... l'ha sputata fuori. Ha rigettato qualcosa che non poteva essere stato un corpo umano... è scivolata sul pavimento fino ai miei piedi, un'orribile massa putrescente e fumante... Monique!" L'ultima parola fu un grido strozzato. Cellini si alzò senza più controllo, si lanciò verso la colonnina del commpost, afferrandone gli angoli. Koenig scattò a sua volta, trattenendo l'amico scosso da tremiti simili a convulsioni: "Tony!"

L'astronauta si aggrappò al braccio dell'amico, balbettando incoerentemente: "L'ha avuta... l'ha avuta così..."

"Calmati, Tony, siediti", Koenig riuscì a riportare Cellini sul divanetto, inginocchiandosi davanti a lui. "Sono fuggito verso il modulo di comando", lo sguardo di Cellini tornò a focalizzarsi su Koenig e il suo corpo parve rilassarsi quel tanto che bastava perché l'amico ritenesse superata la crisi, "ma sull'ingresso, ho avvertito, in forma senz'altro minore, perché altrimenti mi avrebbe sopraffatto, un impulso che non poteva che originarsi dal mostro... che mi ordinava di voltarmi e tornare sui miei passi, verso di lui, perché potesse completare la sua opera di distruzione... forse l'adrenalina che sentivo scorrere in me è riuscita in qualche modo a contrastarne l'effetto, a neutralizzarlo, e mi sono liberato da quel comando mentale... ma non Monique, non Juliet e neppure Darwin..."

"Secondo te la creatura aveva messo in atto una fascinazione ipnotica", commentò Koenig.

"Qualcosa di simile ma molto più forte", confermò Cellini, ormai padrone di sé. Si portò le mani alla fronte, respirando profondamente e Koenig tornò a sedersi, scosso. Non riusciva a capire. Cellini gli aveva narrato con molti più particolari raccapriccianti la morte di Monique Bouchere, ma l'effetto ipnotico suscitato dal mostro era già stato valutato nella sua deposizione e non era una novità. Cosa voleva davvero dirgli l'astronauta, che non fosse già a conoscenza delle autorità giudiziarie della WSC? Attese che l'amico tornasse a parlare, Tony invece si alzò e si diresse verso un mobiletto, da cui estrasse un libro avvolto da una confezione di plastica, tornano poi a sedersi davanti a lui.

"Eccolo qui, te lo ricordi? Il regalo di tua moglie", disse, liberando il volume dalla custodia, "Edizione originale pubblicata dall'Arkham House nel 1939, The Outsider and Others, di Howard Phillips Lovecraft... ", sfogliò delicatamente il prezioso volume, cercando una pagina particolare e cominciando a leggere, "Dal racconto L'abitatore del buio, nel finale: ... la cosa si sta impadronendo della mia mente... disturbi alla memoria. Vedo cose mai conosciute prima. Altri mondi e altre galassie... buio... la luce sembra tenebra, la tenebra sembra luce... ricordo Yuggoth e il più remoto Shaggai, e lo spazio estremo dei pianeti neri... posso vedere tutto con un senso mostruoso che non è la vista fisica... la cosa si agita, brancica nella torre... io sono lei e lei è me... devo fuggire e raccogliere le forze... sa dove sono... la vedo, sta venendo... vento infernale... visione titanica... ali nere... Yog-Sothoth, salvami... l'occhio ardente dai molti bulbi..."

Koenig trasalì nel sentire l'ultima frase del racconto. Era la frase spezzata che Tony Cellini continuava a ripetere quando egli stesso lo trovò assieme ad Alan Carter sulla sonda Ultra, di ritorno dal suo tragico viaggio. Ecco perché fin da quella prima volta gli era suonata così familiare.

Cellini chiuse piano il volume, poggiandolo sul tavolo: "Si direbbe quasi che Lovecraft abbia immaginato perfettamente quanto ho provato io nei lunghi mesi di volo verso la Terra, John".

"Aspetta, Tony, comincio a non seguirti più. Cosa c'entra questo racconto con quanto hai passato..."

"John", il tono dell'astronauta era fermo e posato, perfettamente sicuro di quanto stava dicendo, "È proprio questo quello che voglio spiegarti. Quando ho fissato quell'occhio accecante... si è creato un legame tra me e quella cosa. Sì, come nel racconto di Lovecraft. Non so spiegarti il come e il perché, non me lo chiedere... ma nei mesi trascorsi a bordo della sonda Ultra, quando crollavo vinto dalla fatica sulla mia cuccetta e il sonno era solo un pio desiderio... dopo gli incubi che ogni volta mi assalivano, che mi riportavano in quel teatro dell'orrore e mi costringevano a rivedere la morte dei miei compagni... arrivava poi dell'altro, direttamente nella mia mente! Visioni terrificanti, che non potevano essere mie, che non potevo partorire io spontaneamente! Ci deve essere stato... uno scambio tra me e la creatura... uno scambio di tipo eidetico, non onirico. Ho visto con gli occhi della mente oscuri universi spalancarsi, dove neri pianeti ruotano senza meta, dove ruotano nell'orrore invisibile, privi di consapevolezza, splendore o nome... sì, come ha scritto Lovecraft! John... sono certo di aver contemplato il luogo da dove proviene quell'abominio!"

L'astronauta si alzò, cercando di visualizzare, o così parve a Koenig, ciò che tentava di descrivere: "Sono sprazzi di immagini, molto frammentarie... panorami immersi in crepuscoli o luci sanguigne, scarlatte, distese rocciose senza confini, pianure desolate e prive di vita... o se la vita c'è, neppure mi è possibile distinguerla... ho pensato potesse trattarsi della superficie di Ultra stesso... ma non ne sono sicuro... i rimandi astronomici sono sfuggenti, potrebbe trattarsi di un pianeta orbitante attorno ad una supergigante rossa... l'affastellarsi di quei alieni panorami ingenera sempre in me un senso di nausea... sono certo però di aver contemplato il mondo di quella cosa e sono convinto che comunque si tratti di un altro continuum spazio-temporale, un luogo così alieno da sfuggire ad ogni nostro punto di riferimento!"

Koenig rimase in silenzio, allibito. Per quanto fosse fantastico il racconto di Cellini, per quanto fosse scosso lo stesso astronauta nel narrarlo, sembrava davvero che l'amico credesse in quanto raccontava, che non fosse il parto di una mente malata... o c'era qualcosa di errato nelle convinzioni dello stesso Koenig, una troppo marcata fiducia in un uomo che si era costruito una fama sulla convinzione di essere infallibile? L'affacciarsi di questo dubbio, per la prima volta, alla sua mente turbò il mancato comandante della Missione Ultra che tuttavia tornò a concentrarsi subito su quanto Cellini gli stava rivelando.

"Non appartiene a questo universo. Viene da un posto dove le cose non sono come qui..."

"Ancora un rimando lovecraftiano! (17)", pensò Koenig, ma non permise che il nascente germe di un terribile sospetto sbocciasse ora nella sua mente... dopo, quando avrebbe potuto riflettere da solo, lo avrebbe affrontato.

"... e forse la sua presenza nel nostro spaziotempo è solo accidentale", continuò Cellini, senza accorgersi del progressivo accigliarsi dell'amico, "O forse no... no, potrebbe essere deliberatamente voluta... Dio, è tutto così confuso..."

"La sua prima ammissione di incertezza!", un brivido percorse la spina dorsale di Koenig, riflettendo su questo fatto, su quell'apparente crepa nelle ferree convinzioni di Cellini, che poteva andare ad avvallare il giudizio medico espresso nei confronti dell'astronauta al suo ritorno, dopo aver narrato la sua terribile avventura: disorientamento, allucinazioni, fissazioni monomaniache. Ma Cellini si riprese subito: "Invece è tutto chiaro, è solo che io stesso ho timore nell'affrontare la realtà. John, ho davvero paura a mettere in correlazione tutto quanto so, tutto quanto ho visto in quella sorta di comunicazione a distanza con quell'essere..."

"Tony, stai parlando di telepatia, forse?", l'interruppe Koenig, "Il mostro è in comunicazione attiva con te?"

Cellini scosse la testa: "Non credo. Piuttosto mi ha lasciato dentro qualcosa, una sorta di nodulo mentale di immagini, non attive ma latenti... neppure riesco ad interpretarle nella giusta misura, secondo parametri umani. Sono... intraducibili, appartengono ad un diverso piano di esistenza... ma qualcosa di chiaro ho potuto carpire, con assoluta certezza".

"Cosa?", sollecitò Koenig, avvinto da quelle rivelazioni ma anche segretamente in lotta con se stesso per non permettere che i dubbi maturati dentro di lui venissero a galla... non per il momento, ancora.

"Il pianeta Ultra... ", iniziò l'astronauta, lentamente, "... ah, forse Bergman avrebbe dovuto chiamarlo davvero Yuggoth, in onore di Lovecraft... è apparso nei nostri cieli all'improvviso, totalmente insospettato. No, John, abbiamo sbagliato tutti, anche se Bergman qualche sospetto l'avesse avuto ... non è il vero decimo pianeta del Sistema Solare, non c'è sempre stato, nell'orbita più esterna. Vi è comparso di colpo, ma non appartiene al nostro universo, e non vi rimarrà a lungo. Questo so, con assoluta certezza!"

Il silenzio cadde fra i due ma Cellini ormai voleva vuotare completamente il sacco, né poteva più fare altrimenti.

"John, rifletti. Qual è stata una delle obiezioni più forti al mio racconto da parte di Dixon e degli altri inquirenti, a cui sono stato costretto a rispondere riconoscendo la mia ignoranza durante l'inchiesta?"

"Il cimitero di astronavi attorno ad Ultra", rispose prontamente Koenig, "A tutti è sembrato impossibile che tante navi appartenenti a razze extraterrestri anche diverse tra loro, come tu hai narrato, potessero convergere attorno ad Ultra, che è in termini astronomici relativamente vicino alla Terra. Un tale traffico di civiltà aliene nei nostri immediati dintorni, senza neppure un contatto con l'uomo, è parso un elemento quantomeno inattendibile".

"E non poteva essere altrimenti", concordò Cellini, "Abbiamo discusso a lungo, io e Darwin, a questo proposito, e siamo giunti a formulare gli stessi dubbi al riguardo. L'idea è di per sé inaccettabile, e il dubbio sarebbe sorto anche se avessi potuto riportare i filmati del cimitero di navi registrati dalla sonda Ultra, rimasti purtroppo nel computer di bordo. Ma la verità è chiara per me, John. Ultra è un pianeta... errante, attraverso il continuum spazio-temporale!"

L'affermazione di Cellini sbalordì completamente Koenig ma il capitano della Missione Ultra non gli diede il tempo di controbattere: "Appare periodicamente, ai confini di sistemi stellari abitati, negli anelli orbitali esterni e attende... attende che qualcuno invii una nave in esplorazione e una volta che questa entra in orbita... il suo equipaggio viene distrutto, proprio come il mio. John, Ultra è un pianeta trappola!"

"Tony... anche ipotizzando che tu abbia ragione, perché tutto questo?", sbottò Koenig, allargando le braccia e suscitando la veemente reazione dell'amico: "Perché quella maledetta creatura ha fame!", gridò Cellini, "Una fame insaziabile, che non può appagare nell'universo da cui proviene! Qui sì, invece! Lo ha fatto, e continuerà a farlo! Non ti sto parlando di una fame come potremmo intenderla noi, la soddisfazione di uno stimolo naturale in mancanza del quale moriremmo d'inedia... è qualcosa di diverso, qualcosa che non riesco a spiegare. Non ha bisogno di corpi fisici, che espelle senza averli consumati... ma di energia vitale, di ciò che innesca il processo della vita, che ci anima e rende funzionali come esseri viventi... di quel quid che la scienza ha sempre cercato di individuare, il principio unico, la fonte dell'esistenza, quel qualcosa che ci è individualmente proprio e non replicabile..."

"L'anima?", il tono di Koenig non riuscì a mascherare il suo scetticismo.

"Se vuoi, John... l'anima. Ma intesa come fonte di energia. Quella creatura risucchia l'essenza vitale delle sue vittime, di esseri che non esistono dall'universo da cui è scaturita, a cui non vuole tornare... perché il suo territorio di caccia ormai è qui!"

"Queste sono... tue ipotesi, Tony?", chiese con cautela Koenig.

"No, John. Questo è quanto ho appreso dalle immagini che affastellano il mio cervello, quelle che ho potuto... decodificare", rispose Cellini, "E uno dei dubbi atroci che mi rimorde dentro è che se io, fissando quell'occhio luminescente, sono stato in grado di entrare in contatto mentale con quell'essere, e usiamo questo concetto solo per analogia, non può essere possibile che anche il mostro abbia potuto fare la stessa cosa con me? Che possa aver a sua volta contemplato immagini del nostro mondo? Una fonte pressoché illimitata di vittime, per Dio! E se avesse la possibilità in qualche modo di raggiungere la Terra, cosa succederebbe, John?"

"Andiamo, ora ti stai spingendo troppo oltre...", tentò di ammansirlo Koenig ma fu interrotto brutalmente dall'amico.

"Davvero? Decine e decine di astronavi aliene di razze differenti, tutte cadute nella tela del ragno, tutti gli equipaggi annientati da quel mostro, nonostante il diverso grado di tecnologia a loro disposizione! Possibile che nessuno abbia potuto fronteggiarlo, combatterlo, vincerlo? La nave Ultra che guarda caso attracca proprio il relitto dove la creatura si nasconde... una coincidenza? Potevamo sceglierne una marea d'altre, invece proprio quella infestata! E se poi non vi fosse una sola creatura? Se ve ne fossero centinaia d'altre? Se vi fosse un esercito di quei mostri? Se potessero, in qualche modo a noi sconosciuto, guidare le nostre azioni anche a distanza, in virtù di quel loro potere ammaliante? Forse l'attracco a quella nave è stato indotto, John! Ti rendi conto in quale pericolo potremmo venirci a trovare? L'uomo ridotto a bestia sacrificale, impossibilitato a difendersi perché non più in grado di avvalersi delle proprie capacità, un inerme animale da macello di fronte a quel moloch infernale!", Cellini stava ormai urlando, in preda all'agitazione, "Maledizione! Erano questi gli interrogativi che la Commissione doveva porsi, invece di tentare di demolire la mia deposizione!"

"E va bene, Tony!", anche Koenig cominciò a riscaldarsi, "Ma ora sforzati di metterti davvero nei panni di chi ti ascolta! Un mostro tentacolato nascosto in un cimitero di astronavi che uccide l'equipaggio di ogni nave in avvicinamento, un pianeta fantasma in grado di spostarsi attraverso la galassia, visioni di panorami alieni, poteri soprannaturali in azione... e nessuno straccio di prova! Tu stesso come potresti reagire di fronte a una storia del genere? Come puoi biasimare chi ti ha giudicato? Rispondimi cercando di metterti al di sopra delle parti. Abbiamo perduto la nostra migliore astronave, un disastro che è venuto a seguito di altre catastrofiche missioni spaziali risolte in altrettanti fallimenti, la WSC è al di sotto di ogni credibilità, ormai!"

"John!", Cellini si rivoltò iroso, gli occhi fiammeggianti, "Ma cosa vuoi che me ne importi? Cosa vuoi che me ne freghi del programma spaziale, quando io, Tony Cellini, io che ho affrontato quel mostro, io che sono sopravvissuto e che non ho trovato nessuno tranne te disposto ad ascoltarmi, so quale gigantesco pericolo si profila per l'umanità, quale immane catastrofe sta per abbattersi su di noi! Mettiti tu nei miei panni, tu che mi conosci meglio di ogni altro! Avrei dato la vita, come te, per il programma spaziale, per la Missione Ultra, per l'esplorazione del cosmo... ed ora ti dico che non me ne importa più nulla! C'è dell'altro in gioco, ora, ne va della sopravvivenza del genere umano! Siamo in pericolo, John, tutti! Perché non capite?"

Koenig tacque, portandosi una mano alla fronte. Sentiva un incipiente mal di testa pulsargli dentro: "Il dado è tratto, ormai. Abbiamo le mani legate. Il programma spaziale è fermo e noi non possiamo farci nulla. Tutta l'attenzione è ora rivolta allo stoccaggio delle scorie atomiche sulla Luna e l'esplorazione dello spazio può dirsi bell'e conclusa. Non possiamo cambiare le cose, né tu né io. E la Missione Ultra è un argomento archiviato, chiuso".

"Non per me", sentenziò Cellini, dando le spalle all'amico, fissando senza in realtà vedere l'ordinata fila di libri di argomento africano sulla mensola a muro. Koenig sentì che era tempo di andarsene ma Cellini si voltò ancora verso di lui.

"John", iniziò, stavolta con tono pacato, "Lassù, nel cimitero di astronavi, c'è una sola di quelle creature. Ne ho la certezza assoluta. Un solo mostro che ha distrutto tutti quegli equipaggi. Forse è semplicemente... lo scout della sua razza, l'esploratore. O un reietto, un esule, un disperso. Forze che sfuggono alla nostra ragione sono in atto, forze in grado di spostare un intero pianeta attraverso lo spazio... forse, come acutamente hai detto tu, Ultra neppure è un vero pianeta ma un fantasma... un'esca. Vuoi una prova, John, una prova per abbandonare il dubbio residuo che tu hai ancora adesso nei miei confronti, dubbio legittimo, amico mio. Te la darò: John, il pianeta Ultra scomparirà presto. Molto presto. Nessuno può saperlo, ora, tranne te e me. Non vi sarà da attendere molto".

"E come puoi dire una cosa del genere?"

"Perché almeno questo è una cosa che ho potuto comprendere nelle mie visioni notturne... Ultra scivolerà in un altro sistema, forse in un altro continuum... lo perderemo".

"Perché non l'hai detto davanti alla Commissione?"

"Posso dirlo solo a chi nutre fiducia a priori, John. Avrei peggiorato le cose davanti ad una Commissione che mi aveva già giudicato."

Koenig rifletté, ricordando un particolare: "Quando ho perorato l'invio di un'altra nave su Ultra, per accertare la verità della tua storia ma anche perché l'esistenza di una tecnologia extraterrestre abbandonata verosimilmente in grado di vincere le distanze interstellari ci avrebbe permesso di risolvere appunto questo insuperabile problema... tu non hai fatto una piega, Tony, non ti sei unito a me nel chiedere un'altra missione all'Alto Commissario Dixon. Perché?"

"Perché so che Ultra sparirà. Si sposterà altrove, in un altro settore cosmico".

"Quindi la minaccia che paventi è destinata a svanire?"

Cellini scosse il capo, abbozzando uno spento sorriso: "No, John. Ho detto che Ultra si sposterà. Non il mostro. Lui resterà qui, nel nostro universo".

Di fronte all'espressione interrogativa dell'amico, Cellini prese il libro di Lovecraft rimasto sul tavolino, lo strinse in mano: "Per la prima volta, qualcuno è riuscito a sfuggirgli, qualcuno che ora sa della sua esistenza. John, il mostro rimarrà per me. È il mio nemico, ho un conto da saldare con lui... lui mi vuole, io lo voglio. Mi aspetta, lassù nel cimitero di navi. E ci incontreremo ancora... per l'ultima volta".

Cellini sedette su una poltrona girevole, senza più curarsi del suo ospite e dandogli le spalle, lo sguardo fosco puntato in alto, oltre le pareti dell'alloggio, oltre i regni conosciuti dall'uomo. Koenig sospirò, poi lasciò l'appartamento dell'ex comandante della Missione Ultra.

16. La stoffa giusta

Prendere la via nessuno l'aveva scorto
né ritornare all'alba,
né sulla carne aveva segno alcuno
di quanto aveva visto nelle tenebre
del luogo maledetto:
ma dal suo sonno ogni pace è svanita.

H. P. Lovecraft, The Outpost


Forse avevo sbagliato. Avrei dovuto aspettare a parlare con John, dovevo calmarmi... avevo perso il controllo una seconda volta a distanza di neppure un'ora dalla scenata nel bar! Era evidente che John si trovava al limite estremo di comprensione nei miei confronti. Le mie rivelazioni potevano aver fatto traboccare il vaso del credito che mi aveva sempre concesso. Avrei dovuto... prepararmi meglio! Ora rischiavo di perdere anche lui, e sarei stato davvero solo. John mi serviva! Ma per fortuna non ero andato troppo oltre... non avevo finito di raccontargli tutto ciò che avevo tenuto nascosto alla Commissione. No, avevo fatto bene, almeno in questo... non potevo aspettarmi di essere creduto anche nel resto, neppure da John. Non sapevo come avrebbe valutato quanto aveva appreso ora, se avrebbe mantenuto la sua fiducia in me, se nelle mie stesse parole avrebbe trovato elementi che sarebbero potuti essere usati come prove per invalidare ulteriormente la mia storia... ma gli dovevo almeno questa parte di confessione. Il resto... quel che gli avevo taciuto... quel che avevo taciuto a tutti... sarebbe stato troppo per chiunque. Questa mia... connessione mentale con il mostro, questo collegamento indotto che trasformava, se poteva essere possibile, le mie notti in incubi spaventosi, intollerabili, più potenti di qualsiasi sedativo o droga calmante, le immagini che vedevo di panorami alieni e terrificanti, quel poco che pietosamente riuscivo a "decifrare"... dovevo resistere a tutto questo, non dovevo lasciarmi sopraffare, non dovevo lasciarmi distruggere interiormente! Ma non sapevo per quanto ancora avrei avuto la forza... Maledetto! Maledetto! Se eri tu che facevi in modo di torturarmi con queste immagini, se questo era il tuo richiamo, allora io sarò nuovamente alla tua corte, non mi tirerò indietro, ti affronterò nel tuo regno e colpirò a fondo, per distruggerti! Troverò il modo di tornare da te... ti annienterò! Voglio che tu senta tutta la mia sete di vendetta e di morte, la tua morte, così come io percepisco ciò che mi trasmetti, l'orrore inimmaginabile di ciò che sento e vedo dopo le visioni, e che proviene da te!

Ma ecco un'altra notte da trascorrere, un'altra notte di incubi... fossero solo questi! John, come avrei potuto dirti, senza farti perdere quel poco di fiducia che forse ancora nutrivi nei miei confronti, che cosa dovevo affrontare ogni volta che mi si chiudono gli occhi? Quale abissale orrore mi aspettava dopo aver rivissuto ogni singola immagine del viaggio verso Ultra, della distruzione del mio equipaggio, degli spettrali e vasti panorami estranei generati dal mostro stesso? Con quale parole avrei potuto renderti partecipe dell'abominevole tortura cui ero e sono sottoposto ogni notte?

L'occhio ardente dai molti bulbi...

Io vedo gli abissi che lui ha contemplato e che forse lo hanno generato, lui vede le immagini del nostro universo carpite dalla mia mente... con un senso mostruoso che non è la vista fisica... ma poi la visione non è più oggettiva, di colpo diventa soggettiva... Lovecraft ne aveva intuito tutto il tragico e spietato orrore cercando di descriverlo a frasi smozzicate nel suo racconto con l'innominabile creatura del campanile... io sono lei e lei è me... Ma Dio mio, non così, non così! Non posso più tollerare tutto questo!

Perché di colpo, dopo le angoscianti visioni aliene, io non sono più Anthony Cellini, astronauta del pianeta Terra, comandante della Missione Ultra... io sono la creatura, il mostro che ha annientato il mio equipaggio! Vedo attraverso i suoi sensi distorti, non ho più il minimo sentore del mio retaggio umano... io sono lei e lei è me! Io... io... vedo Monique Bouchere davanti a me, che si rialza lentamente dal pavimento, si volta verso il mio occhio incandescente, io la chiamo, io la voglio, e dietro di lei vedo Tony Cellini paralizzato dal terrore... Monique si avvicina a me, solleva le braccia per ricevere il mio abbraccio... avanti, ancora, così... ti aspetta il mio bacio... si getta verso di me ed io la stringo coi miei tentacoli, brucio il tessuto del suo vestito con l'acido che secernano le ventose e la risucchio nella mia bocca... la ingoio... quale inebriante sensazione!... ora la possiedo interamente, ora è mia, la sua pelle, la sua carne avvampa, crepita e si fonde, si sfibra e decompone e così posso arrivare allo squisito e succulento frutto del profondo, la sua energia vitale, che assorbo impazzito dal piacere, suggendola completamente... voluttà inestinguibile... via, ora, liberiamoci dei resti amorfi, dell'inutile involucro bruciato che non contiene più il succo che è per me la vita... ora l'altro, ora l'ultimo qui davanti a me... vieni, non scappare, vieni... non chiudere il portello, non senti che sono già penetrato in te, nel tuo cervello, che ti possiedo, che sei mio... cosa stai facendo, non puoi fuggire... vieni, vieni...

E poi la terribile fitta di dolore, un freddo morso lancinante, quando l'acciaio dell'accetta di emergenza colpisce il tentacolo, che deve ritrarsi, e quel dolore ristabilisce le parti ed io sono ancora io, al di là del portello che si chiude nascondendo l'orribile occhio ardente, celando alla vista ciò che resta del mio equipaggio, della mia Monique... fuggire, ora, fuggire, manovra di espulsione, via, via, via!

Monique, amore mio, perdonami! Sono io che ti uccido, che ti ho ucciso, che continuo ad ucciderti ogni maledetta notte, all'infinito... in quel modo! In quell'orribile modo!


John Koenig era uscito dall'alloggio di Tony Cellini in preda ad una forte emozione. I nuovi particolari appresi dall'astronauta lo avevano colpito profondamente ma questa volta non provava più il senso di solidarietà che sempre aveva suscitato in lui l'amico-rivale, così provato dalla tragica esperienza che era stata la Missione Ultra. Una morsa gli serrava lo stomaco, addirittura sentiva le gambe tremare... perché, per la prima volta, qualcosa che era molto di più che una legittima ombra di dubbio nel sentire il racconto di Cellini aveva minato l'incrollabile fiducia che aveva sempre concesso all'ex capitano. Ora gli pareva che le tessere di un mosaico diverso da quello prospettatogli da Cellini andassero inesorabilmente a formare un disegno differente, forse molto più credibile, molto più in sintonia con le accuse mosse dalla Commissione Spazio. Come ogni volta in cui una verità dolorosa tendeva a scalzare in modo inoppugnabile convinzioni forse dettate solo dall'emotività, dal senso di amicizia, dal cuore che prevaleva sulla mente, Koenig si sforzò di tenerla a bada, rifiutandosi di analizzarla compiutamente in ogni sua accezione.

"No, Tony Cellini non può avere mentito su tutto, non può avere imbastito la sua assurda storia a copertura di un suo fantomatico errore... neppure considerando queste sue ultime rivelazioni e ciò che mi ha indotto a far vacillare la mia fede in lui! ", rifletté l'astronauta, ma avvertiva chiaramente che il tarlo del sospetto si faceva strada nel suo cervello, inarrestabile. Tanto valeva affrontarlo subito.

Pensò di tornare allo Shooting Star ma non gli andava di avere gente intorno. Preferì invece dirigersi sull'ampia balconata all'ingresso de locale, che si trovava al dodicesimo piano del palazzo della WSC, sporgendosi sullo spazioporto e offrendo uno splendido colpo d'occhio delle piste, le rampe, le tozze costruzioni di ricezione, le torri illuminate, i ricoveri di superficie delle astronavi. La notte era particolarmente limpida, il cielo cosparso di una miriade di punti luminosi e tremolanti. Koenig si strinse nel suo giubbotto arancione, anche se in realtà il freddo che sentiva era tutto interiore, dirigendosi verso la balaustra che dava sul gigantesco sistema di quattro rampe adibito al trasporto spaziale con la stazione orbitante Centauri. Tre Aquile da trasporto occupavano le piste sollevabili, immobili sulle loro tozze zampe, i becchi triangolari simili alla testa di colossali mantidi, le sovrastrutture tubolari immerse nella luce azzurrina dei riflettori, le due coppie di potenti motori scintillanti nel riverbero turchino.

"Splendide navi... decisamente però non assomigliano al rapace di cui portano il nome", pensò Koenig, che ancora subiva il fascino di quel nuovo modello di shuttle, che dal 1992 aveva sostituito definitivamente e rivoluzionato il vecchio sistema di trasporto spaziale, "Il modulo di comando ricorda davvero la testa di un insetto ma il resto rimanda quasi ad un alligatore. Mi chiedo come mai Victor abbia scelto il nome di Aquila... ma forse non è stata una decisione sua..."

Il pensiero di Koenig andò al professor Victor Bergman, ideatore del progetto originale da cui poi sarebbe nata la versione definitiva dell'Aquila e, tra le tante altre cose, scopritore del pianeta Ultra. Lui, Tony Cellini e quell'eccezionale uomo di scienza si erano conosciuti sulla stazione Centauri poco prima della partenza dell'astronave Ultra, il giorno in cui era stata lanciata la fatale monetina, in quel caso un circuito stampato, che avrebbe decretato il nome del comandante della missione. Ora Bergman era tornato sulla base lunare Alpha, per continuare certi suoi esperimenti, dopo che l'Alto Commissario Farnsworth Dixon aveva dichiarato chiuso il file Ultra e destinato ad altri incarichi tutti loro.

"Per quel che ti è servito...", rifletté con amarezza l'astronauta, "il fallimento della Missione Ultra è stato anche la tua Waterloo e probabilmente tra giorni si saprà il nome del nuovo Commissario... vorrei che Victor fosse qui".

Sì, un colloquio con lo scienziato dalle folte basette e l'incipiente calvizie lo avrebbe confortato... solo con lui sarebbe stato possibile parlare sinceramente del caso Cellini, anche se forse non sarebbe riuscito a metterlo al corrente dei nuovi risvolti avuti in confidenza dall'amico. Ma perché no, poi? Bergman era stato il solo, oltre a Koenig, a trattare la delicata questione con la necessaria obiettività, senza mai puntare il dito accusatore contro Cellini ma valutando ogni implicazione relativa al disastro con assoluta correttezza e senso scientifico... anche l'ipotesi del mostro dall'occhio infuocato, rigettata invece da tutti come parto di una mente malata, o comunque disturbata.

"Ma Victor è sulla Luna, ora... tocca a me affrontare la questione sotto la nuova luce... una luce che potrebbe portare il caso ad una svolta poco piacevole, e definitiva." Koenig sentì di non poter più frenare il flusso di pensieri che premeva sulla sua diga mentale, già incrinata, e allora si apprestò a valutare con rassegnazione ciò che le parole di Cellini avevano innescato in lui.

"Tony ha raccontato la sua incredibile avventura senza alcun abbellimento, narrando ogni volta con le stesse parole ciò che era accaduto... ciò che lui riteneva fosse accaduto durante la ricognizione dietro il pianeta Ultra. Non è mai stato possibile cogliere contraddizioni nella sua esposizione. Non ha mai tentato di spiegare i punti che restavano irrisolti, neppure avanzando sue ipotesi. Riconosceva semplicemente di non sapere cosa dire al riguardo, e quindi non lo faceva. Ipnosi, droghe, macchine della verità... risultati sempre negativi. Tony ha mantenuto sempre e solo una versione dell'accaduto, la sua. Ma ora, ecco questi nuovi particolari...

Un rombo improvviso interruppe il filo dei suoi pensieri. Una delle Aquile si staccò dalla rampa d'acciaio, sollevandosi sul getto dei razzi chimici ventrali, compì una mezza virata e mise l'aguzzo modulo di comando in direzione del cielo aperto. Doveva trattarsi della navetta di collegamento tra la Terra e la stazione Centauri, con il cambio dei turni del personale. Koenig la osservò pensieroso fino a che divenne un punto luminoso sempre più piccolo sotto la buia volta trasparente. Esauritosi lo spostamento d'aria che aveva investito blandamente l'astronauta, Koenig tornò alle proprie elucubrazioni. Tanto valeva smettere di menare il can per l'aia e arrivare subito al nocciolo del problema.

"Il libro di Lovecraft che Jean gli ha regalato. Ne ha portato comunque una copia con sé durante il volo. Ma è possibile... è possibile che sia stato quello la fonte di tutto? Ammesso e non concesso che Tony abbia davvero causato un disastro per una sua omissione o imprudenza... una catastrofe mortale che abbia ucciso il suo equipaggio, magari in fase di attracco con una delle astronavi perdute... ma già, il cimitero di astronavi è ancora una delle cose di cui non possiamo avere certezza... nessuna immagine video e la scatola nera che registra semplici corpuscoli metallici orbitali... se solo i due computer del modulo comando e di servizio fossero stati accoppiati dopo aver scoperto il cimitero per il back-up di informazioni e dati... ma non disperdiamoci", Koenig fece uno sforzo per continuare a seguire la sua linea di pensiero, perché si rendeva conto di stare ritardando il più possibile l'analisi dei suoi sospetti, "Come può mutare il cervello di un uomo dopo tutto quel tempo nello spazio da solo, in una sonda di salvataggio di pochi metri quadrati, con l'ombra della catastrofe sempre imminente al primo errore di calcolo, il timore di un guasto improvviso e irreparabile, i fantasmi dei ricordi sempre presenti? E se fosse stata proprio la lettura di quel libro di Lovecraft a plasmare la mente provata di Cellini, a fornirgli magari inconsciamente tutti i particolari necessari per imbastire una storia tanto incredibile a copertura del disastro? È noto l'alto fascino quasi ipnotico che ingenerano certi racconti di Lovecraft, così onirici a volte da sembrare incubi riportati su carta... come l'autore stesso riconosceva in certe sue lettere. Non è forse una ipotesi più che accettabile, questa, l'autosuggestione indotta dal libro, trasformata in una realtà fittizia da una mente malata, che ha avuto tutto il tempo di lasciarsi ammaliare dal potere e dalla fascinazione della storia... al punto poi da credervi senza riserve? Confusione di reale ed immaginario... in una situazione apparentemente senza scampo, disperata, come era il viaggio di ritorno della sonda Ultra..."

La portata di quei pensieri stava sconvolgendo Koenig, che ne avvertiva la plausibilità evidente, la fredda consistenza oggettiva, che rendeva sempre più evanescente la storia del mostro extraterrestre, la rielaborazione di Cellini di spunti narrativi desunti da Lovecraft, maturati da un cervello provato e febbricitante, spinto a cercare una realtà che potesse celare quella vissuta su Ultra, la realtà che vedeva il grande Tony Cellini fallire clamorosamente la sua missione per un errore umano... il suo. E molti psichiatri della WSC che avevano incontrato l'astronauta non aveva forse già ipotizzato una cosa del genere? Tony era stato lungimirante a non parlare di Lovecraft nella sua deposizione e i medici fortunatamente non erano troppo versati in letteratura fantastica per riconoscere il rimando cui alludeva la frase da lui ripetuta ossessivamente: l'occhio ardente dai molti bulbi... Ma ora che Cellini gli aveva rivelato quegli ultimi due dettagli rimasti in sospeso nella versione ufficiale, l'attaccamento sentimentale per Monique Bouchere e la fissazione su Lovecraft, era molto difficile per Koenig non metterli in relazione con quanto era accaduto a bordo dell'astronave Ultra nel suo sfortunato viaggio verso l'ignoto.

"La relazione tra Tony e Monique avrebbe potuto essere la causa indiretta della catastrofe? Una disattenzione dovuta magari ad un particolare moto di passione provato per la dottoressa in una fase cruciale di manovra... forse nell'attracco tra le navi? Ma non era forse vero che in un caso simile Tony sarebbe stato, se possibile, ancor più attento? E allora? Al diavolo, è comunque per me impossibile anche solo contemplare l'idea di un errore umano da parte di Tony... già, ma queste sembrano essere un po' le ultime parole famose. Chi è più sospettabile di poter compiere un errore, se non quello che non sbaglia mai? Certo, molte cose potrebbero essere accadute tra i membri dell'equipaggio, durante i lunghi mesi di navigazione nello spazio... e se fosse venuta a crearsi una situazione di attrito, conflittuale, fra loro? La relazione di Tony con Monique non avrebbe potuto generare gelosie o invidia tra gli altri due membri? Juliet aveva un uomo che l'aspettava qui sulla Terra, e Darwin non aveva legami... ma le cose sarebbero potute cambiare, lassù. Chi può dirlo... se non Tony? Ma come potrei toccare un simile argomento con lui, sospettare un gioco di tresche amorose che avrebbe condannato la missione? Non può essere, non ci credo... già, e la verità sta proprio là dove uno meno se lo aspetta", considerò a denti stretti Koenig, appoggiato alla ringhiera in acciaio della vasta balconata, "E dovrei andrei a finire, pontificando in questa maniera? Nel crearmi una soap-opera dai toni tragici, come spiegazione della catastrofe Ultra? Darwin King o Juliet Mackie divorati dalla gelosia che costringono Tony a chissà quale azione di difesa che si risolve in un disastro? O Tony stesso, magari, già che ci siamo, che prova un amore non corrisposto verso Monique, invece ad altri lidi interessata? Di Darwin, per esempio... con conseguente scoppio della tragedia, omicidio passionale... e perché no? Tony scopre che Monique si è infatuata di Darwin ed elimina ambedue, anzi tre, senza lasciare testimoni. Ci sarebbe voluto un solo istante, chiudersi in cabina di comando e decomprimere il modulo di servizio... pulito, senza problemi. E con tutto il tempo di inventare qualsivoglia storia di copertura... ma andiamo, ma andiamo! E poi il concorso di Lovecraft per il contorno assurdo a base di mostri alieni che distruggono gli astronauti in missione...". Koenig ebbe uno scatto d'ira neppure un poco contenuta e colpì col pugno chiuso la ringhiera, che mandò un suono sordo: "Neppure ne andasse della mia vita crederò ad una sciocchezza simile!", sbottò, quasi in un ringhio.

"Ehi, capitano Koenig!", la voce familiare alle sue spalle fece trasalire l'astronauta, che si voltò di scatto. Davanti a lui c'era un giovane dall'aria aperta e dall'espressione divertita, con biondi capelli corti e il giubbotto azzurro del corpo astronautico. "Mi chiedo cosa possa averla fatta uscire dai gangheri al punto da prendersela con le costose suppellettili della WSC!", esclamò sorridendo il nuovo venuto.

Koenig si rilassò, riconoscendo Alan Carter, uno dei più promettenti piloti spaziali dell'ultima generazione, australiano di nascita, sempre pronto allo scherzo ma dalle capacità professionali pressoché ineguagliabili. Il giovane aveva in mano quattro cartoni di pizza calda, che mandavano un invitante profumo, e una confezione da sei birre in lattina. Alle sue spalle vi erano altri tre uomini, tutti piloti spaziali, che Koenig riconobbe come altrettanti assi del volo: lo svedese Eric Sparkman, l'americano Frank Warren e l'inglese Steve Abrams.

"Ah, bene, chi abbiamo qui?", Koenig si ricompose, cercando di dimostrarsi allegro ma non riuscendoci in modo brillante, "L'intero club degli scavezzacollo dello spazio... come mai non siete nell'hangar a fare impazzire i tecnici con assurde richieste di modifica nell'assetto delle Aquile per i vostri giochetti acrobatici?"

"Ma è semplice, perché lo abbiamo appena fatto", rispose sorridendo Carter, "E torneremo a farlo non appena avremo onorato queste pizze e un paio di birre. Capitano, perché non si unisce alla compagnia?"

Koenig scosse la testa. "No, Alan, non ora... non credo che riuscirei a sopravvivere a voi quattro tutti insieme", il sorriso svanì dalle sue labbra e il giovane astronauta comprese subito che qualcosa preoccupava profondamente il suo ex addestratore di volo. Si voltò verso Sparkman, consegnandogli pizze e birra: "Okay, Eric, te le affido... se al mio ritorno non troverò la mia intatta, puoi considerarti depennato dai turni di volo di domani".

"Diavolo, puoi scordartelo... pizza con wurstel, peperoni e salame piccante", esclamò ridendo lo svedese, distribuendo agli altri due astronauti le loro, "Mi chiedo come riuscirai a decollare con tutto quel peso sullo stomaco!"

"Decollo in qualsiasi frangente, stai tranquillo. Vi raggiungo tra poco". Il trio di piloti salutò giovialmente Koenig, con quella familiarità dovuta ai lunghi mesi di corso trascorsi assieme, allontanandosi verso le rimesse delle astronavi. Carter tornò a voltarsi verso Koenig, scuotendo la testa: "Ecco che me la sono giocata, sono quasi sicuro che non me ne lascerà neppure un pezzo... allora, capitano, qual è il problema?", chiese, stavolta seriamente.

"Non vorrei rovinarti la serata, Alan...", iniziò Koenig ma il giovane lo interruppe: "Nessun problema, sono pizze dello Shooting Star, neppure preparate in un vero forno a legna. Possiamo tranquillamente parlare. Perché stava prendendo a pugni la balaustra?".

"Ho appena incontrato Tony Cellini nel suo alloggio".

"Oh. Capisco... ", Carter si affiancò a Koenig, spaziando con lo sguardo sulle rampe, "Beh, non ci voleva molto ad intuirlo, dopotutto. Credo che ogni riferimento alla Missione Ultra, ora che è stata così brutalmente rimossa dai programmi spaziali, induca a quella reazione... da parte sua o di Cellini".

"Hai ragione, Alan", concordò Koenig, senza sorridere, "Ma c'è anche dell'altro". Il giovane astronauta attese che il capitano parlasse nuovamente, senza sollecitarlo. Quale miglior cadetto del corso supervisionato da John Koenig, al quale era legato da una viva amicizia, sapeva bene che sarebbe bastato attendere per conoscere il resto, direttamente o indirettamente. Altrimenti Koenig avrebbe comunque chiesto il suo parere al riguardo di ciò che lo angustiava, fidandosi ciecamente del giovane australiano, anche riservandosi di metterlo al corrente della questione.

"Questa sera Tony mi ha confidato qualcosa di strettamente personale, che non ha mai detto in nessuna deposizione. Qualcosa che ora mi induce a pensare che forse chi lo ha accusato meritasse più considerazione".

"Particolari relativi alla Missione? Qualche dettaglio a suo carico?", chiese Carter, interessato.

"No. Confidenze che a detta sua avrebbero dovuto ancor più avvalorare la sua storia... e forse è anche così. Ma prese secondo un altro tipo di ottica, la nostra, possono quasi condannarlo, possono indurre a considerare la tesi dell'insania mentale, conseguente il suo ritorno, come l'unica possibile ed accettabile."

"Ritengo che non mi metterà a parte di quanto ha appreso stanotte, avendolo saputo in confidenza dal suo miglior amico, e certo io non insisterò nel chiederglielo. Ma deve essere stato qualcosa di molto importante, perché non mi sarei mai aspettato di vedere vacillare la sua fede in lui".

Koenig fissò il giovane, con duri occhi di ghiaccio: "Alan. Tu sei un astronauta, come me, come Tony. Noi siamo quasi una famiglia, condividiamo una visione delle cose, che si riflette anche in una più generale concezione del mondo, magari, che è sottilmente diversa da quella degli altri. Non ho mai avuto modo di chiedertelo direttamente... per quanto fossi proprio con te quando abbiamo rintracciato la Sonda Ultra... una ragione di più per chiedertelo ora. Cosa pensi davvero di Anthony Cellini?"

Carter non rispose subito, appoggiandosi con un gomito sulla balaustra e sospirando.

"Alan", incalzò Koenig con più calore, "Può aver sbagliato, lassù, secondo te? Può essere stata colpa sua?"

Gli occhi grigi dell'australiano sostennero lo sguardo di Koenig, fermi, senza tradire alcun tremito: "No, capitano. Tony Cellini non può avere sbagliato. Non è stata né causa né colpa sua". Una dichiarazione semplice, pulita, intimamente persuasa. Koenig restò turbato di fronte ad una tale forza di convinzione, che non si aspettava affatto. Per quanto il corpo astronautico avesse fatto fronte comune nel difendere Cellini dalle accuse rivolte dalla WSC, nessuno era mai stato così inconfutabilmente dalla sua parte, non almeno per quel che ne sapesse. Involontariamente, forse per testare l'opinione di Carter in tutta la sua granitica convinzione, ne cercò delle falle, delle incrinature.

"Vuoi dire che credi alla sua storia... alla storia della piovra aliena?"

Anche questa volta Carter diede una risposta netta: "Sì, se la racconta Tony Cellini. Capitano... se fosse partito lei al suo posto e tornando avesse raccontato una storia simile, le avrei creduto. Cosa che probabilmente non sarebbe successa per nessun altro. Eravate i migliori. Siete i migliori. Non è concepibile, anche nel peggiore dei casi, ritenere possibile che voi mentiate."

"Nel peggiore dei casi...?"

"Qualora le condizioni mentali di Tony ne avessero risentito durante il viaggio di ritorno. Anche in quel caso... la sua pazzia non si sarebbe manifestata in questa maniera. In modi diversi, forse, ma non così", asserì Carter.

"Era ciò che pensavo anch'io, Alan. Ma davvero possiamo ritenere di essere nel giusto? Non siamo stati ingannati dalla nostra reciproca convinzione di essere i migliori? Perché Tony Cellini non potrebbe sbagliare?"

"Perché", continuò tranquillamente Carter, "sia lei che Tony Cellini, se aveste sbagliato, per qualsiasi tipo di errore in grado di danneggiare o compromettere la missione, sareste morti piuttosto che nascondere l'evidenza dei fatti". Questo è il punto, questo è ciò che la Commissione si è ciecamente rifiutata di capire, andando nella direzione opposta, stornando invece a suo favore la presunta infallibilità di Tony. Quei mentecatti... ma come fanno a non comprendere che quando un astronauta sbaglia, non nasconde mai l'errore?"

L'affermazione, veritiera in ogni sua parola, colpì Koenig come un maglio, lasciandolo interdetto. Ciò che diceva Carter era assolutamente vero. "Come ho fatto a non pensarci prima?"

"Capitano... John", riprese l'australiano, passando ad un tono più confidenziale, "La storia del mostro... è incredibile, è vero. Non solo... è anche infantile, almeno come l'ha raccontata Tony. Mio nipote potrebbe raccontarle storie di fantascienza ben più terrorizzanti di quella di Tony, a soli dieci anni di età... più dettagliate, più convincenti. Un uomo come Cellini... un astronauta della sua integrità, controllo, esperienza e capacità, unita a quella sua cultura umanistica che ha sempre difettato a tutti noi, un poeta... non avrebbe potuto, se davvero lo avesse voluto, convincerci tutti con ben altra forza, con affermazioni a prova di discredito, con una storia che nessuno avrebbe osato criticare o inficiare? Se si fosse inventato tutto, non sarebbe stato a prova di bomba? Avrebbe avuto tutto il tempo che desiderava per imbastire una relazione completamente oggettiva, suffragata di prove inoppugnabili. Perché non dire semplicemente che era successo qualcosa al sistema di sostentamento vitale, ai meccanismi dei portelli stagni, perché non parlare di un micrometeorite che fosse penetrato nel modulo di servizio uccidendo tutti? E invece, ci parla di un mostro extraterrestre che divora il suo equipaggio... e non cambia una virgola di tutto questo, anche di fronte alle obiezioni più astute che hanno fatto a pezzi il suo racconto, dimostrandone l'inconsistenza. John, Cellini ha narrato la sua storia esattamente come un astronauta l'avrebbe raccontata... così come l'ha vissuta, senza nulla omettere e senza nulla aggiungere, e se a noi pare incredibile, beh, lui ha ragione e noi torto".

"Non è così facile, purtroppo, non con quei soloni a capo della WSC...".

"Capitano, lassù ci siamo noi, non loro, e questo fa tutta la differenza!", rincarò l'australiano, "Ricorda Gus Grissom (18)? Il secondo volo suborbitale del progetto Mercury? Quando la Liberty Bell ammarò nell'oceano successe un incidente, mai interamente spiegato, perché la capsula affondò con tutti i dati di volo. Il portello esplosivo fu fatto saltare troppo presto e l'acqua appesantì il mezzo fino a farlo colare a picco. Grissom ha sempre affermato di non essere stato lui la causa del guaio, continuando a ripetere testardamente che se ne stava sdraiato là, senza aver fatto nulla, e il portello era saltato da sé... non ha mai cambiato versione anche durante l'inchiesta. E sapeva bene, in quanto pilota collaudatore ancor prima che astronauta, che le sue parole erano le sole che non avrebbe mai dovuto dire in Commissione, che equivalevano ad una confessione di colpa e di incompetenza. Poteva semplicemente dichiarare che durante il rollio e il beccheggio della capsula fosse finito senza volerlo sul pulsante del detonatore, e la cosa non avrebbe avuto seguito. Ma non era successo quello, Grissom era certo di non aver premuto il tasto e che il portello era esploso da solo. Non mutò mai la sua versione, neppure quando i risultati dei collaudi dimostrarono che quel detonatore non poteva saltare da sé, neppure sotto urti, pressione, calore, una caduta da trenta metri di altezza... ma nonostante ciò che i tecnici dimostrarono, quel portello era davvero saltato da solo. Gus aveva ragione e nessuno gli aveva creduto. Poteva volgere a suo favore la situazione mentendo in modo inoppugnabile ma non l'ha fatto. Un vero astronauta, con la stoffa giusta..."

"La scatola nera della capsula andò persa nell'oceano, in mancanza di dati specifici si trattò della sua parola contro quella della Commissione", obiettò Koenig.

"No, capitano", insisté Carter, risoluto, "La scatola nera avrebbe comunque registrato solo l'espulsione del portello, non chi o cosa l'avesse provocata. Fu un collega di Grissom ha portare una testimonianza definitiva, Wally Schirra (19). Il pulsante del detonatore era singolarmente mal progettato e Schirra provò che premendolo, anche con la mano guantata dalla tuta, lo stantuffo in uscita avrebbe provocato un taglio non indifferente sul palmo, attraverso il tessuto. Quindi Grissom non lo aveva toccato, punto e basta. I dati della scatola nera della sonda Ultra possono dire o non dire quel che si vuole... ma ufficialmente nessuno ha contrastato la versione di Tony. Questione, come sempre, di interpretazione."

"Alan", Koenig era commosso e profondamente colpito dalle parole di Carter, ciò non di meno fece un ultimo tentativo, cercando di scaricare sul giovane pilota i propri dubbi, nella speranza di vederli risolti in positivo dalle parole dell'australiano, "Per Grissom si trattava di una semplice questione tecnica. Il caso di Cellini è molto più complesso. Ci sono stati tre morti, un'intera nave perduta, il blocco del Programma Astro e la fine delle missioni di profonda esplorazione spaziale... ma se tutto fosse accaduto solo nella mente disturbata di Tony, che ha ideato la copertura del mostro per coprire deliberatamente la sua responsabilità sul disastro..."

Carter lo interruppe, con una sghignazzata: "Capitano, mi scusi, ma... che diavolo sta dicendo? Mente disturbata? Tony Cellini un folle visionario? Mio Dio, potessi atterrare con un'Aquila sulle sole zampe posteriori... come si può pensare di Tony Cellini che sia un pazzo? Ha riportato la sonda Ultra dall'infinito, è sopravvissuto per mesi in una scatola di sardine elettronica di pochi metri quadrati, guidandola nella sua rotta senza commettere un solo sbaglio, uno solo... che gli sarebbe stato fatale. Quel che ha fatto... non ha paragoni nella storia dell'esplorazione spaziale, neppure nella storia generale dell'uomo. È stato il capitano Bligh (20) dello spazio, è l'incarnazione scientifica di un miracolo... ed io dovrei considerare pazzo un uomo così? La sua impresa è la prova irrefutabile che Anthony Cellini qui è il più sano di mente di tutti! No, capitano... non ce l'avrebbe mai fatta, se anche solo un neurone del suo cervello avesse fatto tilt. Un solo neurone fuori posto... e addio per sempre, Tony Cellini!"

Un peso venne tolto dall'animo di Koenig a quelle parole, per lasciare posto alla momentanea vergogna di aver potuto pensare, anche solo per un attimo, che Cellini avesse volutamente mentito. Alan Carter aveva assolutamente ragione. L'impresa di Cellini, il suo ritorno dall'infinito, una cosa impossibile che pure si era tradotta in realtà, era la vera prova che non era pazzo.

"Alan, ti devo ringraziare. Mi hai sollevato da una situazione che stava rischiando di travolgermi. Le tue parole mi hanno... fatto bene".

Carter si schermì, con una scrollata di spalle: "So quanta tensione e quanti rospi ha dovuto ingoiare anche lei in seguito al fallimento della Missione Ultra, che neppure io, tra l'altro, considero tale... sappiamo, al di là di innumerevoli altri aspetti scientifici, che nonostante tutto e nelle condizioni più critiche l'uomo può sopravvivere nello spazio. Cellini ne è la prova lampante. Lei aveva solo bisogno di esternare dei pensieri con qualcuno della sua stessa stoffa che spero io possa aver contribuito a ridimensionare al loro giusto peso e valore".

"Lo hai fatto, Alan", mormorò Koenig, stringendo riconoscente una spalla al giovane.

"Capitano... evidentemente né io né lei possiamo credere alla storia del mostro. Ma crediamo in Tony Cellini... questo è importante".

Koenig annuì col capo: "Esatto, Alan... noi crediamo in Tony Cellini".

"E se esiste davvero anche solo la possibilità che Cellini abbia raccontato il vero", proseguì Carter, gravemente, "noi come ci saremmo comportati nei suoi riguardi? Tutti noi? Come potremmo riparare al torto che gli abbiamo inflitto? Quell'uomo sta patendo le pene dell'inferno... io non vorrei essere nei suoi panni, non resisterei. Dovere ogni giorno patire il ricordo della tragedia, l'impotenza a porvi rimedio o anche solo a dimenticare. Capitano, Tony si sta autodistruggendo psicologicamente".

Koenig serrò la mascella, il suoi occhi azzurri si incupirono: "Alan, se Tony ha detto il vero... e sono convinto l'abbia fatto... io farò tutto il possibile per aiutarlo, in ogni modo! In ogni dannato modo!"

Alan Carter sorrise e porse la mano al suo ex addestratore: "Io sarò appena dietro a lei, capitano. Per Ultra e altrove!"

I due uomini si strinsero la mano, un suggello definitivo, una promessa che avrebbero mantenuto: "A fianco, allora, Alan Carter, tutti e tre per quel giorno!"

17. "Ti ho uccisa io, Monique!"

E sento le campane che mi irridono:
le beffarde campane maledette
che svegliano ricordi tormentosi;
spandono le note sopra mille inferni:
>demoni della notte, perché non tacete?

H. P. Lovecraft, The Bells


Immagini, immagini nella mia mente... questa volta due mondi orbitanti attorno ad una stella, le cui posizioni sul piano dell'eclittica non consentono mai di potersi vedere l'un l'altro, al di là della massa stellare. Mondi abitati da razze umanoidi, molto simili all'uomo, in guerra tra loro. Il pianeta dalla colorazione atmosferica rossastra invia un'astronave. Un colosso, un incrociatore spaziale. Tecnologia molto progredita. Anche dal pianeta azzurro viene lanciato un incrociatore. Alla volta del corpo celeste apparso improvvisamente nel loro sistema. Una ricognizione esplorativa. Ma le due navi si danno battaglia nello spazio, prima di potersi avvicinare al nuovo mondo. Evidentemente i due mondi sono in guerra fra loro. Missili teleguidati solcano il vuoto e colpiscono schermi di energia, esplodendo senza provocare danni consistenti a nessuna delle due corazzate cosmiche. I due giganteschi mezzi si allontanano fra loro, avvicinandosi al pianeta intruso su orbite diverse. Devono aver individuato il cimitero di mezzi spaziali e sospeso la loro scaramuccia. All'improvviso, sono all'interno di una delle due navi... io? O il mostro? Entrambi? Come è stato possibile penetrare nell'astronave? La creatura si è materializzata nel suo interno...Vedo l'equipaggio alieno... sono tutte donne, bellissime, vestite di attillate uniformi nere... ora sento il rumore di furiose raffiche di vento e il familiare grido elettronico, vedo i tentacoli allungarsi neri e limacciosi nella nave, afferrando nella loro stretta i corpi di quelle donne... un'orgia di distruzione che non lascia scampo a nessuno... sento l'energia succhiata via da voraci ventose riempire il mio essere, rivitalizzarlo in una laida e portentosa ondata di forza... Forza vitale che depredo, annichilo, assorbo lasciando orridi involucri bruciati sul pavimento, sento le loro inutili urla... e poi non è più nemmeno necessario attaccare... le donne si muovono verso di me senza opporre resistenza, una ad una, al macello... che inebriante sensazione... le fagocito tutte, le divoro, ne bevo l'energia... nessuna può sfuggire... E neppure l'equipaggio dell'altra nave, un equipaggio esclusivamente maschile... ad uno ad uno anniento gli alieni umanoidi... sono anche sulla loro nave, all'improvviso, come materializzato dal nulla... e tengo in me il loro succo vitale, lo consumo lentamente col tempo, soddisfo il mio desiderio impellente... vita, dalla loro vita depredata... ma ho ancora fame, una fame atavica, infinita...

Immagini di un panorama extraterrestre, immense lande rocciose sotto un cielo rosso, pianure butterate di enormi faglie e crateri... qualcosa che si muove, laggiù... il mio mondo natale? No, non il mio, io vengo dal pianeta Terra... questo è un arido pianeta senza vita, vita come noi la conosciamo... un mondo che deve essere abbandonato perché non offre alcun sostentamento... cosa si muove là sotto, in quegli anfratti?... neri tentacoli in cerca di cibo... bramosi ma inappagati... inedia che non porta alla morte ma si perpetua nel tempo, si protrae dolorosamente all'infinito... desiderio di linfa vitale da assorbire... fame, fame da soddisfare!

Il modulo di servizio della nave Ultra. Sono all'interno della nave Ultra! Ne vedo l'intero modulo in tutta la sua lunghezza come se fossi affacciato al portello posteriore del vano motori. Darwin King è davanti a me e sta gridando a Tony Cellini di chiudere i pannelli, Juliet Mackie e Monique Bouchere stanno per urlare, perché vedono il mostro prendere forma davanti a loro... un nero tentacolo dardeggia sugli apparati di bordo, mandandoli in corto circuito, scintille bianche esplodono ovunque. Darwin, usa il comando manuale! Chiudi quel dannato portello! Scappate nel modulo di comando, salvatevi! Perché diavolo non sono lì anch'io, per aiutarvi? Il guasto, il guasto elettrico mi tiene isolato in cabina di comando... salvatevi! Via di lì!

No, Darwin, no... allontanati da quella leva... vieni... vieni a me... guarda il mio occhio luminoso... non distogliere gli occhi da me... vieni... ora ci sei, non puoi sfuggire ai neri tentacoli che ti rovesciano al mio cospetto... piccolo grumo di succulenta energia... qui, espanditi in me, liberati dalle tue costrizioni di carne... non resistere... ora, Darwin, ora... fluisci in me, dammi energia, liberati... Un lampo azzurro... Juliet, non serve a nulla aprire il fuoco con il laser... tu sei ora ciò che voglio... via da me il rimasuglio inutile che ho svuotato di benedetta energia... guarda, Juliet, guarda l'inconsistenza della vostra condizione umana, la prigione corporale da cui vi libererò... Juliet, vieni a me, raggiungi Darwin nella sua nuova e vera essenza, fonditi in me... avanti, avanti Juliet, ti aspetta il mio abbraccio...

Stai indietro!

Vieni, Juliet, guarda il mio occhio centrale... vieni qui, ho bisogno di te...

Resisti, Juliet!

Ah, Juliet, mia piccola riserva di prezioso umore vitale... senti il mio tocco, senti il mio abbraccio, senti le mie labbra... svuotati in me, dammi la tua purezza interiore, dammi il tuo succo più prezioso che per me è vita... soddisfa la mia fame, liberati anche tu... sfocia in me...

Bastardo, maledetto vampiro!

Monique, perché resti in disparte? No, non è Juliet quel fagotto di carne mummificata, lei è in me, libera, come lo sarai tu... Raggiungi i tuoi amici, guardami, guarda l'occhio luminoso... No, Monique non distogliere gli occhi, non aggrapparti alla colonnina, devi guardare il mio occhio... vieni, raggiungimi come i tuoi compagni, lascia che ti liberi...

Lasciala stare! Monique, non guardare! Non guardare! Maledetto portello, apriti, apriti!

Qui, bambina mia, qui... ecco, senti il mio desiderio, il desiderio che ho di te... ti amo, Monique, raggiungimi, ora, subito, lascia che ti assorba nel mio essere, dove potrai per sempre essere mia, dove soddisferai la mia brama di te, per sempre... guardami... ti prosciugherò, mia dolce francesina, io ti amo, lo sai, raggiungimi...

Monique, non guardare, resisti!

Il portello del modulo di comando si apre e Tony Cellini irrompe nel locale, raggiungendo la mia Monique, la afferra e fa fuoco con il laser, ma non serve a nulla. I tentacoli strappano la donna dalla colonnina d'acciaio e la trascinano verso di me... no, verso il mostro... verso di me, verso di me, che la voglio, ora, subito!

Uccidilo! Muori, maledetto! Monique!

Ah, Monique è mia, ora... anche lei desidera sentire il mio caldo abbraccio, guarda, Tony Cellini, guarda con i tuoi occhi come Monique si alza e si volta verso di me... qui, bambina, raggiungimi, assapora il mio bacio... ti desidero, ti amo, ho bisogno di te... ora, più vicino, non distogliere i tuoi occhi da me... qual è ora il tuo desiderio, Monique? Soddisfalo, vieni, vieni...

No! Monique, no!

Non desideri essere qui con me, per sempre, non desideri scioglierti in me, fonderti con il mio essere? Ma certo, è questo quello che vuoi... vieni, verso la mia bocca... brava, ancora un passo... ecco, ecco il tuo premio, il mio abbraccio, neri tentacoli su di te, non resistere, apriti, sfocia con impeto dentro di me nell'ultima unione... tessuto che si disintegra e che si risolve negli atomi di cui è composto, il tuo corpo nudo scivola caldo nel mio, brucia, Monique, brucia mentre la mia essenza ti prosciuga le carni e va a cogliere affamata il tuo prezioso cuore di energia pura, dentro di te, filtrando in te, fondendosi con te... possedendoti completamente, lasciati bere, Monique, saziami... così... così.

Scorza che ora va rigettata, privata di ogni dolce contenuto, amorfa e inutile. Tony... Tony Cellini... perché stai fuggendo? Non è forse qui, in me, che tu vorresti davvero essere? Qui, con i tuoi compagni, con la tua Monique... e allora vieni anche tu, Tony, voltati verso il mio occhio... Non capisci, Tony? Tu sei me, io sono te... abbiamo bisogno uno dell'altro, non scappare... no, Tony, non chiudere il portello, lascia che ti raggiunga... ecco, così, i miei tentacoli ti troveranno, Tony, torna a me...

Dolore! Puro, dolore, intenso e distillato, che mi attraversa come una scossa di sofferenza! Cosa stai facendo, Tony Cellini, con cosa mi stai colpendo? Io ti troverò, Tony Cellini, non potrai scappare, io sarò sempre con te, ricordalo, tu mi appartieni, nessuno può sfuggirmi! Io sono Tony Cellini... tu sei me... ritorna, ritorna!

No, tu non sei Tony Cellini... io sono Tony Cellini, tu sei un mostro! Hai ucciso Monique, hai ucciso i miei compagni!

I tuoi compagni sono qui con me, sono qui in me, Tony Cellini, essi sono parte di me ora. Pensi davvero che siano morti? La loro energia vitale mi alimenta, mi offre la vita. Tu mi stai abbandonando, tu stai abbandonando i tuoi amici. Non fuggire, Tony Cellini, non fuggire... ritorna. Non lasciare la tua Monique...

Monique! Tu l'hai uccisa!

No, è qui, con me, lo sarà per sempre, tu la stai abbandonando.

No!

Tu sei me, io sono te, Tony Cellini.

Ti ho uccisa! Ti ho uccisa io, Monique!

Starà qui con me, fino al nostro nuovo incontro, Tony Cellini...

Ti ho... ti ho uccisa io, Monique...


Dopo aver lasciato Alan Carter, il capitano Koenig aveva fatto ritorno all'alloggio di Tony Cellini, sperando che non si fosse addormentato nel frattempo. Voleva parlargli, scusarsi se gli aveva dato l'impressione di venire meno alla fiducia che da sempre gli aveva concesso. Era deciso ad approfondire di più le ultime rivelazioni, lasciare che l'astronauta si sfogasse nel raccontare ciò che non aveva osato durante le interminabili sessioni di interrogatorio della WSC. L'incontro col giovane pilota australiano lo aveva completamente rinfrancato ed ora sentiva di dover riprendere il dialogo interrotto con l'amico, assicurargli il suo appoggio per il futuro. Koenig stava per premere il pulsante d'ingresso quando udì dei rumori provenire dall'interno, come un tavolino che venisse rovesciato a terra. La sua mano rimase ferma a mezz'aria. Avvicinò l'orecchio al pannello, teso.

"Maledetto bastardo! Io ti distruggerò!". Era un grido di pura rabbia quello che esplose dall'appartamento, una voce che a stento il capitano riconobbe per quella di Tony Cellini. Sembrava che al di là del battente fosse scoppiata una lotta furibonda. Fece per chiamare l'amico, ma si trattenne, cercando di carpire qualcos'altro.

"No! No! Ti ho uccisa io, Monique... ti sto uccidendo io!". Cellini sembrava fuori di sé, in preda alla pazzia. Un tonfo sordo, che lanciò un eco metallico, fece istintivamente indietreggiare Koenig, seguito da un altro e da un altro ancora. Il pannello di metallo si incurvò all'esterno, come se fosse ripetutamente colpito con forza da un corpo contundente dall'altra parte. Koenig temette che la deformazione del battente potesse impedire l'apertura a rientro nella parete della porta.

"Tony!", gridò, pigiando contemporaneamente il pulsante di chiamata, "Che sta succedendo, Tony? Apri la porta, sono John!"

Altri colpi provennero dall'interno, accompagnati da urla furiose: "Ti distruggerò, maledetto! Maledetto!"

"Tony, apri la porta!", Koenig tempestò di pugni il battente, cercando di riportare in sé con il rumore l'occupante dell'alloggio. Per qualche istante regnò il silenzio, poi un altro suono sordo, ma meno violento, come se un corpo si abbandonasse in preda alla stanchezza all'interno, a ridosso del portello. Dopo qualche secondo Cellini azionò il comando di apertura della porta ma il pannello, scivolando a destra, si bloccò a causa della deformazione nel metallo, lasciando libero solo uno spiraglio. Koenig intravide l'amico, accasciato sul battente, in preda ad una respirazione roca e affrettata, piegato in due. Cercò di entrare, ma lo spazio a disposizione tra pannello e parete era troppo stretto.

"Aspetta, Tony", si guardò intorno, nel corridoio, e vide un estintore cilindrico appeso al muro. Sperando non vi fosse in quel momento nessuno negli altri alloggi che potesse sentire il fracasso, lo afferrò e cominciò a colpire la protuberanza che si era formata nel metallo del pannello, appiattendola quel tanto che bastava per farlo rientrare nel suo vano a muro. Il corpo madido di Cellini gli crollò addosso, sfinito. Koenig lasciò il cilindro dell'estintore a terra e faticosamente trascinò l'amico all'interno, distendendolo sul letto e avendo cura di chiudere subito dopo la porta.

"Tony, ma che diavolo ti è preso?". Cellini aveva lo sguardo vitreo, rivolto al soffitto, cercava a stento di riprendere fiato. In mano stringeva l'impugnatura di un'ascia africana, che si trovava appesa ad una parete. Con quella aveva ripetutamente colpito il metallo della porta e la stringeva con tale forza da farsi sanguinare la mano sul manico rivestito di pelle grezza. Il capitano cercò di aprirgli le dita ma il pugno di lui rimase ostinatamente chiuso sull'impugnatura della scure, che tremava nella stretta. "Avanti, Tony, lascia quest'affare! Lascialo, ti dico!"

Finalmente il corpo stremato dell'astronauta parve rilassarsi, la sua stretta si allentò e lasciò cadere l'ascia sul pavimento: "Ancora una volta... mi è sfuggito", mormorò, esausto, "Mio Dio, quelle urla frastornanti... come orrendi rintocchi di una colossale campana diabolica, da spaccare i timpani... mi è sfuggito, John!"

"Sfuggito? Chi, il mostro? Tony, guardami in faccia", Koenig lo scrollò afferrandolo per le spalle, "Ma non vedi che ti stai autodistruggendo?"

"No, John, va bene, va bene così... finché lo combatterò non ci sarà pericolo che il mio cervello ceda". Cellini si rizzò a sedere, ricoperto di sudore. "Va bene, John... ora sto meglio".

"Ma che diavolo sta succedendo, Tony? Cosa stavi facendo con quell'accetta? È meglio che chiami il centro medico..."

"No, no...", Cellini lo trattenne, "Prendimi da bere, John... ora è passato".

Koenig fissò dubbioso l'amico, ma sembrava fosse ritornato davvero in sé. Diede un'occhiata nel piccolo frigobar, che conteneva birra e bottigliette d'acqua. Scelse quest'ultima e la porse all'amico, che ne bevve un lungo sorso. "Grazie, John".

Koenig sedette sul bordo del letto: "Non va bene, Tony. Non puoi continuare così".

"Invece sì. Sarebbe peggio, molto peggio... se ogni notte non lo rivedessi, non cercassi di ucciderlo. È dentro di me, John. Tu non puoi capire".

"Sforzati di parlarmene. Basta mezze verità a pizzichi e bocconi. Voglio sapere esattamente cosa stai provando, Tony".

Cellini scosse la testa, bevve un altro sorso d'acqua. "Ogni notte... da allora. Lo vedo ogni notte, lo affronto ma lui mi sfugge. Cerco di salvare i miei compagni, cerco di salvare Monique... ma non ci riesco".

"Hai bisogno di cure, Tony, devi rendertene conto. Hai subito un trauma troppo forte, questi incubi non sono normali..."

"Ma allora non mi sei stato a sentire prima!", esclamò irosamente Cellini, gettando a terra la bottiglietta con uno scatto di rabbia, "John, cerca di capire tu, per Dio! So che è difficile ma sforzati! Ogni notte, capisci, ogni notte, quando cerco di dormire mi ritrovo sulla nave Ultra e rivivo tutto quel che è accaduto lassù..."

"È normale, dopo una tale esperienza..."

"Al diavolo, John! Non ti sto parlando di sogni, né di incubi! È ciò che cercavo di spiegarti prima... quel che vedo nella mia mente, non lo produco io inconsciamente! Mi è... mi è inviato!"

"Inviato? Dal mostro? Va bene, Tony", si arrese Koenig, "Spiegami esattamente quel che ti sta succedendo. Ti ascolterò fino in fondo".

Cellini si voltò verso l'amico, sondandolo con lo sguardo: "Sono stanco, John, ma non è come sembra... non sto perdendo né le forze né la mia integrità mentale. Al contrario, anche se dopo ogni crisi fisicamente mi sento distrutto, per tutto il resto è come se affinassi il mio potenziale interiore. Okay, John, ora guardami attentamente e dimmi con onestà se in questo istante ti sembro pazzo".

"Ritengo che tu possa sostenere la discussione in modo civile, se è quel che intendi dire", rispose Koenig, accennando ad un mezzo sorriso.

"Bene. Quel che ho cercato di spiegarti prima è che io, in qualche modo che non riesco a spiegarmi, sono in contatto con quell'essere. Non è che vedo, con gli occhi della mente, delle immagini che lui mi trasmette, o meglio, non solo... si tratta proprio di una sorta di transfert, di totale immedesimazione in quella creatura... come se la parte più viva di me per alcuni momenti vivesse in lui, in quel mostro. Io provo ciò che lui prova... sì, ho delle visioni... visioni planetarie di mondi sconosciuti, a volta abitati a volte no... e qui sono come un'entità disincarnata, come se effettivamente sognassi, mi muovo liberamente, senza costrizioni materiali, come in volo... vedo gli equipaggi di alcune di quelle astronavi extraterrestri che si avvicinano ad Ultra, comparso in prossimità dei limiti esterni dei loro sistemi, e li vedo annientare dal mostro, ogni volta, senza che nessuno possa opporre resistenza... ma dopo, le cose cambiano. Le visioni non sono più oggettive, diventano soggettive. Io sono quella creatura, in tutto e per tutto... il Tony Cellini che era là, che ha tentato di salvare Monique, diventa un'altra presenza, non sono più io... mi vedo, vedo me stesso da un altro punto di vista, come in un orribile controcampo... mentre cerco di trattenere Monique... ma sono io, il mostro, che con i miei tentacoli l'afferro, sono io che la strappo via dalle mie stesse braccia umane... John, come posso spiegarti tutto l'orrore di questa cosa?", gli occhi di Cellini si inumidirono, le dita delle mani si contrassero, annaspando nel vuoto, il corpo dell'astronauta riprese a tremare.

"Sento la sua fame... qualcosa di terrificante", riprese l'ex comandante della Missione Ultra, "qualcosa che non può essere soddisfatta, esaurita, mai, perché si amplifica ogni volta che tenta di placarla... ogni vittima lo rigenera di energia ma al tempo stesso stimola il suo desiderio in modo esponenziale... può passare un tempo lunghissimo struggendosi dalla bramosia, pur senza mai cedere all'inedia, poiché la linfa vitale che ha assorbito è sufficiente a mantenerlo in vita... ma il desiderio cresce in lui, feroce, irrefrenabile... vuole altre vittime, cui attingere energia... ma non ne ha realmente bisogno per mantenersi in vita, capisci, John, sarebbe bastata la prima a fornirgli la quantità di sostentamento che gli avrebbe permesso di esistere per un tempo straordinariamente lungo, molto più di una singola vita umana... ma lui ha fame, è il desiderio, non la reale necessità, a muoverlo, a farlo impazzire, a costringerlo ad uccidere, distruggere ogni forma di vita che entri in contatto con lui..."

Koenig ascoltava orripilato il racconto dell'amico, ed era certo che Cellini non fosse in preda in quel momento di alcuna turba mentale, che stesse cercando dolorosamente di spiegargli la terrificante, vera realtà della sua avventura nello spazio.

"Quando io sono lui, quando la mia mente vede e prova ciò che prova lui... mi fa percepire le sensazioni derivate dall'annientamento del mio equipaggio, avverto la sua fame tremenda e anche quel che consegue dopo che si è cibato... lo fa deliberatamente, John! Sa che esiste questo legame tra di noi e lo sfrutta!"

"Intendi dire che il mostro... qualunque cosa sia in realtà, è un'entità intelligente? Non è mosso da puro istinto animale? Sta cercando di colpirti psicologicamente, per indurti... ad andare ad affrontarlo un'altra volta?"

Cellini fu colto da uno spasmo, ma il suo viso si illuminò per un attimo: "Grazie a Dio, John... grazie a Dio lo capisci. Sì, è così. Mi sta torturando in questo modo, perché sa che ci sono io all'atro capo del collegamento che ci unisce e mi vuole... perché sono stato l'unico a sfuggirgli, l'unico che sa di lui, l'unico che potrebbe fermarlo. Intelligenza aliena... non lo so, John. Non secondo i nostri parametri... ma questo lo capisce: io sono un pericolo per lui. Lo sarò sempre, finché resterò in vita".

Koenig si alzò dal letto e prese posto su una sedia, direttamente davanti al suo amico, sporgendosi verso di lui: "Tony, quando ti ho sentito gridare, da fuori... stavi dicendo qualcosa come... Monique, ti ho uccisa io... cosa volevi dire?"

Cellini deglutì, pallidissimo: "È il suo modo di torturarmi... fa in modo che io riviva in lui il momento della distruzione del mio equipaggio. In quel momento, io sono lui, completamente, in tutto e per tutto... sono io che muovo i tentacoli in direzione di Darwin, Juliet e Monique, sono io che li afferro, sono io che provo l'inesauribile desiderio, quella fame orrenda... sono io che li uccido. Li divoro, li brucio, ne assorbo la linfa vitale e sono soddisfatto! Quando è il turno di Monique...", l'astronauta si prese la testa fra le mani, disperato, "... quando è il turno di Monique, ciò che provo, Dio mi perdoni, è qualcosa di simile... di simile all'appagamento sessuale... la sto uccidendo, la sto divorando, ne rigetto fuori il corpo prosciugato di vita... sono contento di farlo! Ne sono esaltato, e vorrei non finisse mai... come una obbrobriosa congiunzione carnale, no, molto di più, qualcosa che va oltre... John, cosa può esserci di più orribile? Godere nell'uccidere la persona che ami... e in quel modo allucinante! Devo liberarmi da quest'incubo, John, devo affrontarlo nuovamente e distruggerlo una volta per tutte!"

Cadde il silenzio tra i due uomini, rotto soltanto dai singulti spezzati di Tony Cellini. Koenig non riusciva a capacitarsi di come fosse possibile per il vecchio amico tollerare quella terrificante situazione, vivere con quell'orrido incubo sempre in agguato e pronto ad esplodere ogni notte. Avvertì cadere sulle proprie spalle tutto il peso dell'ingiustizia che Cellini aveva subito dal suo miracoloso rientro, l'incredulità scettica suscitata dal suo racconto, l'ostracismo da parte dei vertici della WSC, l'ingiusto verdetto dei medici... ma cos'era tutto questo da sopportare, rispetto all'orrore di quanto Tony Cellini gli aveva rivelato?

"Ogni notte tu devi affrontare il mostro e rivivere quegli attimi... sentendoti colpevole per la morte dei tuoi uomini, di Monique..."

"... sentendomi impotente a fare qualcosa, ad attaccare quella creatura, a distruggerla... afferro il primo oggetto che capita e lo trasformo in un'arma... poi la furia si placa ed io mi sveglio completamente... e devo abbracciare la tazza in bagno vomitando l'anima, sempre così... ogni maledetta notte, John, salvo imbottirmi di sedativi e psicofarmaci... ma è una cosa che non voglio fare... preferisco combatterlo... presto o tardi, John, lo affronterò davvero!"

Spinto da un impeto irrefrenabile di solidarietà, amicizia fraterna e desiderio di porre fine a quell'orrore, Koenig strinse la mano all'amico: "Cosa posso fare per aiutarti, Tony? Dimmelo".

Cellini lo fissò intensamente: "John, come ti ho detto, presto Ultra scomparirà... ma non quella creatura. Il mostro resterà qui, nel nostro universo, ad aspettarmi. Quando sarà il momento, avrò bisogno del tuo aiuto, del tuo appoggio. Dovrai permettermi di andare ad affrontarlo e distruggerlo".

"Ma come? Cosa ti impedirà di fare la fine di tutti gli altri? Con quali armi lo potrai affrontare? O anche solo sfuggire al suo potere ipnotico?"

"Il suo potere ipnotico non mi toccherà, John, non ora, dopo tutto quel che ho dovuto patire. Il mio odio è la barriera protettiva più efficace di fronte alle sue malie... attraverso il mio odio lo colpirò a fondo. Le armi? Me ne servirà una sola... non un laser, niente di basato su energia... l'acciaio, John. Di quello ha paura. Sente il dolore della lama d'acciaio... non so per quale misterioso motivo. Un'ascia, un'accetta, un coltello... acciaio puro. Affronterò il demone e il mio talismano sarà l'acciaio". Cellini raccolse da terra la scure africana, stringendola nel pugno. "Questo, John... solo questo. È il dono di un amico... un uomo che sapeva".

"Tony, ti prometto che se quel giorno dovrà venire...", la stretta di Koenig si accentuò, "... sarò con te. Saremo con te, tu, io ed Alan Carter!"

"Carter?", Cellini sollevò un sopracciglio, con una punta di incuriosito apprezzamento, "È un bravo ragazzo. Credo sia stato l'unico, oltre a te, a non aver espresso alla fine un voto di sfiducia nei miei confronti".

"Ma fino a quel momento, Tony, devi tornare a vivere normalmente, non permetterti di cedere all'ira, alla rabbia, allo sconforto. Sei ufficialmente ancora sotto sorveglianza medica, non fornire loro motivi per convalidare il verdetto che hanno emesso su di te!"

"Cercherò, John. Tutto quel che desidero ora è essere lasciato in pace. Vorrei che ci si dimenticasse di tutta la faccenda, di Ultra, di Tony Cellini... l'oblio è ciò che desidero veramente... e per quanto riguarda la mia salute, non preoccuparti. Come ti ripeto, finché avrò di questi incubi, sarà come se mi allenassi per quel giorno... mi renderanno più forte, più pronto, più deciso. John...", Cellini strinse il braccio del capitano, commosso a sua volta, "... grazie di tutto. Sei un amico, sei l'unica persona che vorrei avere al mio fianco. Ciò che hai fatto, anche solo ascoltarmi come lo hai fatto tu ora... è qualcosa che avevo davvero bisogno di sentire. Ti sarò riconoscente per sempre".

"Okay, Tony. Ora cerca di rilassarti... non so se sia un buon consiglio dirti di provare a dormire..."

"Lo farò. È raro che il contatto si ingeneri due volte di seguito in una sola notte... per fortuna. Grazie per essere tornato".

Koenig si alzò, diede una pacca sulla spalla di Cellini e fece per dirigersi verso la porta. Sull'uscio, l'ex comandante della Missione Ultra lo richiamò: "John".

"Sì?", rispose, voltandosi. Cellini, serio in viso, negli occhi una fosca ombra, era rimasto seduto sul bordo del letto, immobile, l'antica accetta africana poggiata in grembo, ancora stretta in una mano. Una figura risoluta, decisa, minacciosa e tragica al tempo stesso... tutto, tranne che malata, psicolabile o non in grado di intendere e volere. Era Anthony Cellini, il miglior astronauta della storia dei voli spaziali, un uomo che voleva e poteva cambiare le cose sempre a suo favore.

"Ricordati, John, per quel giorno... se io non dovessi farcela: colpire a fondo, John. Colpire a fondo".

John Koenig annuì, turbato, poi lasciò l'alloggio dell'astronauta. Fuori, nel corridoio, rimise a posto l'estintore, nel suo vano nel muro. Aveva promesso di aiutare Cellini, e non aveva la più pallida idea di come avrebbe potuto fare per mantenere la promessa. Ma in qualche modo lo avrebbe fatto. Sarebbe stato presente nel luogo dove Anthony Cellini avrebbe affrontato per l'ultima volta il suo mostruoso nemico... da qualche parte lassù, nello spazio profondo... o più semplicemente nell'angolo più recondito e rimosso della sua mente.



PARTE QUARTA


MOONCITY


18. In volo verso la Base Lunare Alpha

Ma Yuggoth non è che un avamposto, la maggior parte di quegli esseri abita in abissi
spaziotemporali del tutto inconcepibili per l'umanità.

H. P. Lovecraft, The Whisperer in the Darkness


Il pianeta Ultra scomparve, esattamente come avevo predetto, senza che fosse possibile trovare alcuna spiegazione scientifica. Si dissolse, sparì, fu risucchiato in una nera voragine spaziale... arrivo a pensare che qualcuno potesse esserne contento, visto che quel mondo rimandava prepotentemente al più grande disastro della storia dell'esplorazione cosmica. Ma non fu tanto la sua scomparsa rimasta misteriosa, così come la sua apparizione, a rivoluzionare l'interesse del genere umano quanto quel che accadde dopo, mentre ancora si cercava di appurare cosa fosse successo all'ultimo bastione del nostro sistema. Un vero e proprio miracolo, un fatto destinato ad infrangere le statistiche, virtualmente impossibile... e che invece si realizzò. Ancora una volta, e stavolta davvero, il professor Victor Bergman, testardamente impegnato nella vana ricerca di Ultra, scoprì il vero decimo pianeta del Sistema Solare, che fu battezzato Meta. Stesso scopritore, un nuovo mondo... ad aggiungere incredulità su incredulità anche il fatto che fu captato un segnale di inequivocabile origine artificiale lanciato proprio dal nuovo pianeta. Fu la salvezza della WSC, del programma di esplorazione spaziale creduto morto. Il nuovo Alto Commissario Gerald Simmonds, che tanto aveva fatto, anche oltre il lecito, per silurare la gestione Dixon, reso forte tra l'altro per l'approvazione del programma di invio di scorie atomiche sulla Luna, non potè credere ai suoi occhi e alle sue orecchie, quando si profilò l'occasione di rilancio spaziale per la WSC, dopo che in precedenza aveva perso la possibilità di organizzare personalmente la Missione Ultra. Fu per lui un vero trionfo, che permise di fare saltare fuori i fondi per allestire con rapidità la nave gemella di Ultra, opportunamente modificata. Poiché Simmonds voleva assicurarsi i talenti migliori sul campo, meglio ancora se in passato entrati in collisione con Dixon, sia John che il professor Bergman tornarono prepotentemente sulla cresta dell'onda. Al professore fu affidato quasi completamente ogni aspetto relativo alla supervisione della Missione Meta, direttamente da Alpha, mentre già circolavano voci su chi sarebbe stato il nuovo comandante della base al posto di Anton Gorski, ultimo baluardo del mandato Dixon, ancora saldamente legato al suo posto. Sono convinto che John abbia fatto di tutto per assicurare anche a me un posto nella nuova avventura spaziale che si stava profilando all'orizzonte... ma io avevo altro cui pensare.


Il 7 settembre 1999, una settimana dopo aver ricevuto la comunicazione, Tony Cellini si trovava sull'Aquila navetta che dalla Stazione Orbitale Centauri lo avrebbe trasportato sulla Base Alpha, dove sarebbe entrato in servizio alle dipendenze del capitano Alan Carter nella squadriglia di astronavi in dotazione alla cittadella lunare. Il suo compito sarebbe stato quello di addestrare l'equipaggio per il volo verso Meta e fungere anche da consulente ufficiale per ogni questione relativa al viaggio nel profondo spazio. Non era male come sistemazione, sempre meglio che arrabattarsi in un ufficio a terra o vivere di rendita a Houston, né a lui importava il fatto che sarebbe stato, nonostante la fama, un astronauta tra tanti altri, senza più il suo grado di capitano. Gli faceva invece piacere il pensiero che avrebbe lavorato con Carter, un giovane meritevole di rispetto e pilota senza pari nonostante la giovane età. L'incarico lo soddisfaceva appieno, permettendogli ancora una volta di fare ciò che meglio sapeva fare, volare nello spazio ed insegnare ad altri il volo, godendo anche di quell'isolamento che sentiva profondamente di anelare e di cui aveva bisogno, lontano dai riflettori e dai media, che nonostante gli anni trascorsi dalla Missione Ultra ancora tornavano ad importunarlo.

Prima di partire si era acceso un sigaro di betel, che gli aveva spedito tempo prima la guida indiana Kubal, dando fuoco ad una lettera inviatagli da Hollywood, contenente la lucrosa proposta di partecipazione ad una produzione cinematografica che avrebbe dovuto portare sul grande schermo la sua tragica odissea spaziale... del copione allegato non aveva neppure aperto una pagina, utilizzandolo per ricoprire le punte delle lance africane che avrebbero abbellito il suo alloggio su Alpha durante il trasporto Terra-Luna. Aveva rifiutato con sdegno anche l'idea di pubblicare le sue memorie o di permettere che qualcuno lo facesse per lui, basandosi sul rapporto scritto a bordo della sonda Ultra, anche se in realtà erano usciti dei libri incentrati sulla sua storia, instant-book di notevole ma effimero successo, dato il disconoscimento assoluto delle opere mostrato dal loro protagonista. Non li aveva mai letti né voluti intorno. In un certo qual modo si era stupito che la WSC richiedesse nuovamente i suoi servigi, reintegrandolo pur come semplice pilota alla Base Alpha, dato il modo in cui gli stessi vertici dell'organizzazione avevano messo fine alla sua carriera di astronauta, ma aveva un sospetto al riguardo, destinato a tramutarsi in realtà. A Houston circolavano voci che il comandante di Alpha, il russo Anton Gorski, sarebbe presto stato destituito dal suo posto e il nome che sempre più prepotentemente volava di bocca in bocca come nono comandante della base lunare era quello del suo vecchio amico John Robert Koenig. Nulla di più probabile, perché dopo la caduta dell'Alto Commissario Farnsworth Dixon, a seguito dello scandalo Ultra, chi ne aveva preso il posto era stato così lungimirante da individuare subito le figure carismatiche che lo avrebbero appoggiato nella sua scalata al vertice, cioè proprio quelle che erano state silurate dalla precedente amministrazione. Il nuovo Commissario in carica, l'autoritario e scaltro Gerald Simmonds, aveva più volte incontrato John Koenig e il professor Victor Bergman per non lasciarsi sfuggire di mano l'inaspettata, nuova occasione di poter riportare la WSC agli antichi fasti... l'organizzazione di una missione spaziale verso il pianeta Meta, destinata a cancellare per sempre, con il suo successo, il ricordo dei precedenti fallimenti. Anton Gorski era stato inoltre il braccio destro di Dixon, più che altro fedele e controllabile burattino, e il tracollo del suo diretto superiore non lo avrebbe risparmiato. Simmonds voleva fare piazza pulita di tutti i vecchi antagonisti, insediandosi come sovrano assoluto sul trono della WSC... e aveva i mezzi per poterlo fare. Mezzi in gran parte forniti, anche se indirettamente, proprio da Tony Cellini e dal disastro della Missione Ultra. Troppo forte era il desiderio e il bisogno di risollevare le sorti della Commissione Spaziale e l'unico modo per poterlo fare era conquistare quel nuovo mondo che il destino, o la misteriosa grande legge dell'universo, aveva così benignamente posto a portata di mano una volta di più. Una seconda occasione da fare fruttare nel migliore dei modi... perché inevitabilmente sarebbe stata l'ultima.

Con Koenig e Bergman ancora sulla cresta dell'onda vi erano serie probabilità di riuscita ma, e qui Cellini sorrise amaramente, il suo vecchio amico aveva perso ancora una volta l'opportunità di pilotare un'astronave alla volta del mondo da scoprire. La sua indiscussa capacità decisionale e di comando doveva essere impiegata nuovamente al Controllo Missione, che era su Alpha... e nessuno più dubitava sul serio che proprio Koenig si sarebbe insediato alla base. Perciò, Cellini ne era ormai quasi convinto, in attesa di quell'evento imminente, Koenig aveva voluto che l'antico collega fosse riesumato dal suo volontario oblio e fatto in modo che lo precedesse su Alpha. Non si erano più sentiti da molto tempo, ormai, perché non era neppure facile rintracciare Cellini ma la vecchia amicizia tra i due non era venuta mai meno, e quell'incarico inaspettato ne era la prova.

Sull'Aquila passeggeri diretta sulla Luna vi erano altre sette persone con lui che avrebbero dato il cambio ai colleghi su Alpha. Le maniche colorate dell'uniforme indicavano a Cellini che tre sarebbero finite al Reparto Tecnico, una ai Servizi Generali e due al Centro Medico. Oltre a lui c'era a bordo con il turno entrante un solo altro astronauta, Mike Baxter, un tipo dal volto pieno e amante del modellismo che avrebbe venduto anche sua madre pur di poter volare ed era riuscito in quel frangente a chiedere un cambio con un pilota di navetta per poter personalmente guidare l'Aquila alla volta di Alpha, ed ora si trovava proprio nel modulo di comando assieme al navigatore. Cellini, seduto in silenzio sulla comoda poltroncina di fondo del modulo passeggeri, accanto all'infermiera Hilary Preston, una bella ragazza dai capelli neri impegnata a chiacchierare con l'uomo che le stava davanti, stava pensando che su Alpha avrebbe ritrovato sicuramente alcuni personaggi che in un modo o nell'altro erano stati legati alla sua vita. Oltre ad Alan Carter, avrebbe rivisto il professor Bergman, che poteva vantare la scoperta di ben due pianeti extrasolari nell'arco di cinque anni e con cui era rimasto in buoni rapporti dopo il loro momentaneo allontanamento dalla WSC, il dottor Bob Mathias, l'uomo che per primo si era preso cura del suo devastato corpo emaciato al rientro della sonda Ultra e che probabilmente lo aveva strappato alla morte con il suo pronto intervento, l'allegro Mike Donovan, di stanza su Alpha fin dai tempi del suo sfortunato viaggio spaziale ma poco propenso, per la sua indole pigra e poco portata all'avventura, ad essere selezionato nell'equipaggio della Missione Meta... e la dottoressa Helena Russell, colei che gli aveva inferto il colpo definitivo in commissione indagatrice producendo un rapporto psicologico che era un palese atto di accusa nei suoi confronti, supportato da una stringente documentazione medica che lo bollava come represso isterico, se non peggio. Grazie alla dottoressa Russell i vertici della WSC aveva sollevato Cellini dalla sua posizione, strappandolo ad una brillante carriera purtroppo finita male e relegandolo ad un ruolo meno che insignificante della piramide gerarchica del corpo astronautico. Non che Cellini se la fosse presa più di tanto con la Russell, che comunque faceva il suo lavoro e non era nella posizione di poter comportarsi in maniera diversa da come aveva fatto, lei come tutti gli altri, ma indubbiamente fra loro due non avrebbe potuto che esservi solo fredda cortesia. Si augurò che una volta risolta la visita medica di accettazione dopo l'allunaggio i loro incontri sarebbero stati rari. Cellini aveva conosciuto il marito di Helena, l'astronauta Lee Russell, che era stato dato per disperso in una misteriosa tempesta magnetica tra le lune di Giove nel settembre del 1994, al comando della Missione Astro Sette, e di lui non si era saputo più nulla (21). Si era sempre chiesto se l'accanimento della Russell nei suoi confronti avesse avuto qualcosa a che spartire con quel dramma personale, con motivazioni profonde più che altro di tipo psicologico. Un velato rancore per il fatto che il marito non fosse tornato dal suo viaggio spaziale e invece lui sì... ma era un pensiero che non gli era mai interessato approfondire.

Il sistema di comunicazione interno della navetta entrò in funzione e la voce di Mike Baxter si fece sentire nel modulo passeggeri: "Signori e signore", esordì l'astronauta, allegramente, "siamo in dirittura d'arrivo per la Base Lunare Alpha. Sotto di noi sta già scorrendo il pianoro del cratere Platone e tra poco riuscirete a vedere il segnale luminoso del radiofaro che segnerà la fine del nostro breve viaggetto. Vi auguro di godere un ottimo soggiorno su Alpha e vi ringrazio per aver scelto la nostra linea di volo...", l'altoparlante trasmise anche la risatina divertita del co-pilota a fianco a Baxter, "... contando di potervi avere presto di nuovo con noi. Ehi, Tony, fai un salto qui in cabina di comando".

Cellini inarcò un sopracciglio all'invito a lui diretto poi si alzò, scusandosi con l'infermiera Preston nel passarle davanti, e si avviò verso il muso aguzzo dell'astronave. Probabilmente così avrebbe dato modo ai passeggeri di fare qualche inevitabile commento sul suo conto ma la cosa non gli importava affatto. Ci era abituato e non ci faceva più caso. Attraversò, dopo aver dato una fugace occhiata alle nuove tute spaziali arancioni approvate dalla WSC ordinatamente stivate con i caschi negli armadietti metallici, il doppio ordine di portelli aperti che separava il modulo di trasporto dall'anticamera della cabina, dove erano sistemati i vani con la cucina automatica e i dispenser di cibo e bevande, salutando con un cenno la giovane hostess in manica gialla e capelli raccolti a crocchia sul capo. Il secondo ordine di doppi portelli stagni si aprì, permettendogli di accedere in cabina di comando, un ambiente dai caldi pannelli arancioni e cuscinetti imbottiti lungo le consolle che ospitavano gli strumenti di volo, dal quale era possibile contemplare attraverso i grossi oblò triangolari la curvatura lunare in avvicinamento.

"Ciao, Mike", Cellini si appoggiò al battente sulla breve passerella che divideva il posto di guida fra pilota e co-pilota navigatore, gettando una rapida occhiata tutt'intorno nell'istintivo riflesso condizionato di astronauta veterano che gli consentiva di valutare velocemente assetto, controllo e stato dell'astronave.

"Tony, mi fa veramente piacere farti da guida in questa straordinaria avventura", esclamò Baxter, sollevando lo sguardo sul collega, "Ti presento il mio co-pilota, Ken Burdett, un novellino che farà strada... fremeva dal desiderio di conoscerti di persona".

Cellini si inchinò fin quasi sulle ginocchia, stringendo la mano del ragazzo in tuta spaziale seduto alla sua destra, sulla poltroncina pneumatica al di sotto della passerella.

"È un onore, capitano Cellini", il giovane astronauta dal naso aquilino e dal sorriso aperto era visibilmente emozionato, "Lei è stato il mio punto di riferimento durante gli anni di accademia... in verità lo è stato per tutti quelli del nostro corso".

"Grazie, Ken. Ora è il turno di voi giovani per farvi avanti... la scoperta di Meta porterà ad un grande impiego di nuove leve di piloti, dovrete farvi onore".

"È quello che spero, capitano".

"In bocca al lupo, allora", Cellini si rivolse a Baxter, alla sua sinistra, "Ma non gli hai spiegato che non ho più il grado di capitano?"

Baxter sbuffò, con disprezzo: "Bah, è stata una decisione della WSC... che effetto vuoi che abbia su noi scavezzacollo dello spazio, capitano Cellini?", scoppiò a ridere e Cellini si unì a lui: "Vecchio sbruffone... che diavolo ci fai ai comandi dell'Aquila?"

"Ah, guarda, se devo muovermi nello spazio lo faccio solo se guido io... e poi avevo a bordo una celebrità e volevo fare bella figura", Baxter si portò una mano sul largo collare a soffietto dello scafandro, inchinando cerimoniosamente la testa.

Cellini gli strinse una spalla, con gratitudine. "Allora, Mike, punti sull'equipaggio per Meta?", gli chiese.

"Mmh... no, Tony. Io adoro volare su queste belle ragazze... ", indicò l'abitacolo dell'Aquila con un largo gesto della mano, "... quando posso prendere le decisioni di mio. La missione per Meta, come hai detto tu, è cosa per giovinastri... vero, Ken?" Il co-pilota confermò sorridendo. "L'essere fuori età ha i suoi vantaggi... su Alpha avrò tutto il tempo di dedicarmi alle Aquile come si deve".

"Bene, Mike. Avremo modo di frequentarci laggiù, allora... e non darti alle alte acrobazie per impressionarci", Cellini tornò a rivolgersi a Burdett, "Quest'uomo è stato l'unico astronauta capace di portare via la punta di una torretta gravitazionale di Alpha a volo radente e ha avuto la faccia tosta di sostenere che qualcuno l'aveva spostata dal punto in cui doveva essere!"

I tre astronauti risero e in quel mentre si fece udire il cicalino di chiamata. Sul monitor inserito nel cruscotto davanti a Baxter apparve il baffuto volto severo di Paul Morrow, vice-comandante di Alpha. "Aquila navetta, qui Main Mission, Base Alpha. Siete in perfetto orario sulla tabella di marcia. La Rampa Tre è pronta ad accogliervi".

"Ricevuto, Paul, inizio la fase di discesa". Baxter chiuse la comunicazione e riportò l'attenzione sui comandi dell'astronave, "Ma non sorride mai, questo Morrow... torna di là, Tony, ci vediamo più tardi". Cellini strinse la mano guantata del collega e fece lo stesso anche con il giovane co-pilota, rinnovandogli i suoi auguri. Lasciò la cabina e i doppi portelli stagni si chiusero alle sue spalle. Per alcuni minuti Baxter e Burdett rimasero in silenzio, impegnati ciascuno nelle proprie mansioni.

"Ti sei comportato bene, ragazzo", esordì poi l'astronauta anziano, "Non male davvero. Ti sei rivolto a lui chiamandolo capitano, che per noi è cosa giusta e doverosa, e non hai fatto stupidi accenni al suo passato e alla storia del mostro. La stoffa giusta si vede anche da questo".

Burdett si voltò, fissando il pilota: "Non posso credere che un astronauta della sua tempra sia stato lasciato a terra, non dopo l'impresa che ha compiuto nel tornare vivo da Ultra su una capsula di salvataggio. Al di là di tutto, di quel che ha raccontato..."

"Al di là di tutto", lo interruppe Baxter, deciso, "lui è Tony Cellini. Per noi è sempre stato il migliore, e sempre lo sarà. Non c'è nessun'altra storia".

Burdett annuì, in silenzio. Anche lui condivideva appieno l'ultima affermazione di Baxter. Per nessun astronauta pilota della WSC la pazzesca storia del mostro narrata da Cellini avrebbe mai potuto oscurare la sua stella. In attesa dell'invio su Alpha del nuovo comandante della base, previsto entro pochi giorni, di cui non conosceva ancora il nome ma che verosimilmente sarebbe stato l'asso dell'astronautica John Koenig, Burdett pensò con orgoglio di essere stato davvero fortunato di essere stato assegnato alla navetta su cui viaggiava Cellini e che avrebbe poi traghettato a distanza di molte ore e pur se ancora non poteva saperlo, anche l'altro grande nome della conquista spaziale su Alpha, ma si rammaricò di non poter prestare servizio come pilota sulla Luna, perdendo la possibilità di poter lavorare a così stretto contatto con i suoi due idoli.

19. Il comitato di ricevimento

Non sapevo assolutamente cosa fare. Dopotutto quel colloquio non doveva sorprendermi, date le mie informazioni precedenti.

H. P. Lovecraft, The Wisperer in the Darkness


La Base Lunare Alpha. Lo schermo inserito nella parte curvilinea dell'Aquila permetteva di assistere comodamente alla planata dell'astronave verso il centro del cratere Platone, dopo aver sorvolato le creste rocciose che lo circondavano. Le strutture della base si profilavano in lontananza, circondate dalle otto torri gravitazionali dai tralicci rossi e caratterizzati da un radiofaro luminoso. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che ero stato su Alpha? Che domanda ovvia... un po' più di tre anni. Proprio dalla base lunare era decollata l'Aquila che ci aveva portati alla Stazione Centauri, dove era attraccata la nave Ultra. Avevo salutato John e tutti gli altri al Punto di Imbarco, dopo aver ricevuto i saluti del personale che sbucava fuori da ogni corridoio e laboratorio pur di assistere alla nostra partenza. Curiosamente, l'unico a non essersi fatto vedere di persona è stato il comandante Gorski, che mi aveva augurato in bocca al lupo dalla Main Mission poco prima che lasciassimo l'area di ritrovo. Uomo poco incline alle relazioni personali... eppure è stato in carica nella posizione di comando su Alpha per più tempo di tutti i suoi sette predecessori. Merito dell'autorità del Commissario Dixon, ovviamente. Di certo non lo avrei trovato nel comitato di ricevimento una volta allunati... visto che l'amministrazione Dixon considerava Tony Cellini causa attiva della propria caduta. E comunque, tutti sapevano che stava passando gli ultimi giorni sulla base... e che John Koenig avrebbe finito con il rimpiazzarlo, per il bene di tutti.

Alpha si avvicinava sempre più. Le sue tozze costruzioni di superficie, brillanti di mille punti luminosi, la rivelavano per quel che era: una vera, piccola cittadella spaziale autosufficiente, in grado di ospitare centinaia di persone. Era impossibile resistere al suo fascino, in fase di avvicinamento, anche se non era la prima volta che mi capitava di assistere a quello spettacolo. Alpha era una struttura rotonda, con edifici che si curvavano attorno alla Torre centrale della Main Mission in un circolo quasi perfetto, se non fosse stato per le aree dell'osservatorio, della manutenzione generale e del settore ristoro che si protraevano o sorgevano oltre la corona di costruzioni, essendo state costruite e ultimate in un secondo tempo. Dalla cerchia del principale nucleo alphano si allungavano nella pianura lavica del cratere Platone i magazzini e depositi di stoccaggio delle scorie nucleari, collegati da un reticolo di tubi di trasporto, e il sistema di rampe di lancio, che si era fissato in cinque piattaforme, due in più rispetto all'ultima volta che ero sceso sulla Luna, Nel complesso, Alpha aveva assunto una struttura a stella, simile ad un fiocco di neve visto al microscopio, dal diametro massimo di 1400 metri. Ogni sorta di esperimento scientifico veniva svolto nei suoi attrezzati laboratori ma in quel periodo gran parte dell'attività condotta sulla base riguardava l'allestimento della Missione Meta e il monitoraggio delle scorie atomiche seppellite nel sottosuolo lunare.

Baxter pilotò l'Aquila verso la Rampa Tre, che sorgeva più isolata dalle altre costruzioni e da cui partivano tre gallerie di trasporto, una delle quali con capolinea proprio alla Main Mission. La stessa piattaforma da cui ero decollato per la stazione spaziale, adibita proprio al servizio navetta per il cambio turni con scalo su Centauri o direttamente sulla Terra. L'atterraggio avvenne nel più regolare dei modi sulla pista sollevabile a forma di croce, che non avrebbe ricoverato la nave nell'hangar sottostante in quanto l'Aquila sarebbe decollata nuovamente non appena imbarcati gli Alphani diretti a casa. Il condotto telescopico si protrasse verso il portello del modulo passeggeri, andando a collimarvi alla perfezione. Il turno entrante si alzò dai sedili pneumatici non appena si spalancarono i portelli, incominciando ad incamminarsi nella passerella mobile, mentre io attesi Mike Baxter nel vestibolo. Assieme salutammo l'hostess e lasciammo l'Aquila al nuovo pilota nel frattempo sopraggiunto, che non conoscevo. Ero giunto a quella che sarebbe stata la mia dimora per i prossimi mesi. Ora tutto ciò che mi sarebbe stato riservato dal futuro sarebbe partito da lì... e sentivo che qualcosa sarebbe successo, presto o tardi, sebbene ancora non mi curassi affatto di indagare su quali misteriose forze fossero in azione per plasmare il mio avvenire.


Gli otto nuovi Alphani si mossero lungo la passerella mobile fino all'accogliente saletta interna, nella bassa casamatta ad un lato del disco della piattaforma d'atterraggio. Le indicazioni luminose sul reticolo della metropolitana lunare posto al di sopra del doppio ordine di portelli d'accesso al tunnel segnalavano che il Travel Tube era già lì ad attenderli. Si trattava di un cilindro pneumatico dal diametro di circa quattro metri, lungo cinque metri e mezzo e alto quattro in grado di accogliere comodamente nel suo interno tutti i nuovi arrivati, dotato di spinta propulsiva a cuscino d'aria e già programmato per raggiungere il punto di accettazione al di sotto della torre della Main Mission, passando attraverso le costruzioni e i laboratori del settore tecnico. Non ci avrebbe messo più di tre minuti a compiere il breve tragitto, senza soste intermedie. Cellini e Baxter non si sedettero sulle poltroncine lungo le pareti, che all'interno non erano curvilinee, attendendo di arrivare in piedi nei pressi del portello. L'unità mobile segnalò con un cicalino elettronico la raggiunta destinazione, fermandosi con un sibilo attutito. I pannelli d'uscita rientrarono nei loro alloggiamenti, permettendo agli otto di fare il loro ingresso nel punto di accoglienza, un luminoso vestibolo pieno di uomini e donne dalle maniche colorate che avevano accompagnato amici e colleghi del turno uscente per salutarli e dare il benvenuto ai sostituti. Subito scoppiò un festoso susseguirsi di arrivederci, abbracci e presentazioni mentre l'addetta in manica gialla alla postazione di ricezione attendeva pazientemente di poter accreditare i nuovi arrivati.

Nell'andirivieni di Alphani da un po' tutti i settori della base, Cellini e Baxter furono subito raggiunti da altri due astronauti in manica arancione, Pete Johnson e Guy Collins, amici di Mike e ansiosi di poter stringere la mano alla leggenda vivente che avrebbe preso servizio con loro nella squadriglia di Aquile. Mentre i quattro si scambiavano le prime battute, il tenente Pierce N'Dole, un agente del servizio di vigilanza di nazionalità congolese che stava assistendo l'addetta alla ricezione, li vide e aguzzò lo sguardo concentrandosi sulla figura di Cellini. Il suo viso color cioccolato si contrasse in una smorfia appena percettibile, poi prese la cartelletta con l'elenco dei nominativi del turno entrante, facendo correre il dito sulla lista fino al nome dell'astronauta. Soffocando una mezza imprecazione si fece largo tra la folla avviandosi verso il corridoio di destra, dove accanto ad una colonnina del commpost individuò subito la manica viola del suo collega Derek Irwin, intento a parlare con un altro agente di sicurezza che sarebbe tornato sulla Terra. Lo afferrò per un braccio, facendogli segno di appartarsi con lui. Irwin, sorpreso, salutò frettolosamente il collega, che si avviò verso il gruppo di Alphani in partenza.

"Che succede, Pierce?", chiese scherzosamente, "Hai visto qualcun altro che si è portato via come ricordo qualcosa che non doveva?"

"Derek", il tono preoccupato del collega gli spense subito il sorriso, "Cerca di non far troppo notare quanto sto per dirti... Tony Cellini è appena arrivato con il turno entrante".

I lineamenti del viso di Irwin si tesero di colpo e istintivamente la sua mano andò a posarsi sulla fondina della pistola laser di ordinanza che aveva al fianco. N'Dole se lo aspettava e fu pronto ad allontanargliela con un gesto deciso. "Calmati, amico... non è luogo né momento. Ho controllato gli ordini di sbarco. È proprio lui. Prende servizio nella squadriglia di Aquile, sotto la direzione del capitano Carter".

"Cristo, Pierce, quel...", iniziò Irwin, con voce rotta, cercando con lo sguardo l'astronauta in mezzo alla folla di Alphani che transitavano avanti e indietro ma N'Dole lo interruppe.

"Derek, niente azioni impulsive. Controllati. Ora non puoi né devi fare nulla. Mi sono spiegato? Rispondimi!"

Irwin stava fremendo di rabbia, e sembrò non udire il collega. Il suo sguardo si era caricato d'odio per lungo tempo represso, i suoi muscoli si erano contratti sotto la mano del congolese che gli teneva un braccio.

"Rispondi, per Dio!", esclamò N'Dole, accentuando la stretta su di lui.

"Sì, ho capito, lasciami andare!", sbottò con ira Irwin, sottraendosi con un violento strattone alla presa del compagno, "Voglio solo vederlo in faccia, quel bastardo!"

"OK, ma ti tengo d'occhio. Non costringermi ad allontanarti da qui con la forza", sibilò minacciosamente N'Dole. I due agenti di sicurezza aggirarono il commpost, in modo da avere la visuale sul punto di accoglienza. Cellini stava chiacchierando con Johnson e Collins mentre Baxter si era spostato verso di loro per salutare una ragazza del personale in manica rossa. Irwin mosse qualche passo verso il gruppetto, tallonato da N'Dole, che non voleva perderlo di vista ed era pronto ad intervenire in caso di necessità. Avvertiva chiaramente l'adrenalina scorrere nel collega, il cui respiro si era fatto preoccupantemente affrettato e temeva che potesse farsi trascinare dall'emozione. Ma Irwin si addossò ad un pannello del corridoio, limitandosi a fissare con odio l'astronauta. Johnson e Collins salutarono Cellini stringendogli la mano e lasciando che si mettesse in fila alla consolle di ricezione per accreditarsi ed entrare in forza nel personale della base. In quell'attimo Baxter, dopo aver abbracciato con affetto la sua conoscente, si accorse di come i due agenti di sicurezza stessero studiando attentamente qualcuno alle sue spalle. Capì che si trattava proprio di Cellini e non ci mise molto a comprendere il motivo. Sapeva che Juliet Mackie, che non era sopravvissuta alla Missione Ultra, aveva avuto il proprio compagno nel servizio di vigilanza della base e intuì subito cosa sarebbe probabilmente accaduto. Uno di quei due agenti evidentemente era proprio la persona in questione. Fece in modo, senza dare troppo nell'occhio, si mettersi tra i due e gli altri Alphani, dando loro le spalle e tendendo l'orecchio. Tony stava fornendo in quel momento le proprie generalità alla ragazza della reception, per avere l'accredito e il commlock personale in dotazione per tutti su Alpha, ignaro dell'attenzione che aveva suscitato nei due agenti. Con un sorriso disarmante, Baxter si appoggiò col gomito alla curvatura dell'angolo del corridoio, inclinando la testa sul collare del casco nel tentativo di ascoltare cosa stavano dicendo i due della vigilanza.

"Pierce", stava mormorando Irwin, senza distogliere gli occhi da Cellini, "Io voglio aver modo di parlare con lui... da solo".

"Più tardi", fu la risposta del congolese, senza ammettere repliche, "Questa sera, nell'area alloggi. Io verrò con te. Scordati che ti permetta di andare da solo".

"Fottiti", replicò Irwin, fulminando con un'occhiataccia il collega, "È una questione che riguarda me e lui, non ti immischiare!"

"Abbassa la voce", lo redarguì N'Dole, "Ti ho detto che farai come dico io... altrimenti farò in modo di non concederti neppure questo".

"Non puoi capire, N'Dole!", protestò invano Irwin, "Juliet è morta ed è tutta colpa sua!"

"Piantala, adesso", troncò decisamente il tenente, "Non avvicinarti neppure a lui. Anzi, vattene. Resto qui io. Ci vedremo questa sera. Alle dieci, davanti suo alloggio, senza gente intorno. Non farmelo ripetere, Derek. Voglio che ti allontani da qui".

Irwin masticò una bestemmia ma fece come gli era stato ordinato, allontanandosi a grandi passi lungo il corridoio. N'Dole sospirò, poi tornò verso la ragazza alla reception, sfiorando Baxter, che ere riuscito a sentire tutto.

"Cominciamo bene", pensò l'astronauta, preoccupato, "Ora mi toccherà fare da cane da guardia per Tony!" Raggiunse quindi la fila per accreditarsi a sua volta. L'agente di sicurezza di colore si mise al fianco della giovane donna, che stava consegnando il commlock a Cellini, fissando silenziosamente l'uomo che aveva davanti. Gli fece un cenno con la testa, che l'astronauta gli restituì, poi Cellini lasciò il posto in fila all'infermiera Preston, seguito dallo sguardo cupo del congolese.

"Ehi, Tony", Baxter gli si avvicinò, dopo aver recuperato il proprio commlock, cingendogli con un braccio le spalle, "Cerca di stare all'occhio. È probabile che avrai noie con la sicurezza".

"Che vuoi dire?"

"Non hai visto come ti ha guardato quel vigilante?"

"Era alla partenza della Missione Ultra, tre anni fa... perché dovrei aver problemi proprio con lui?"

"Perché il suo amico, che se n'è appena andato con vaghe intenzioni omicide, era il fidanzato, o qualcosa del genere, di Juliet Mackie... e ti ha sul suo libretto nero".

Cellini si fermò, guardando il collega. A Baxter non fu possibile leggere nulla sul suo volto composto e affatto turbato: "Capisco, Mike. Cosa credi debba fare?"

"Questa sera alla dieci verranno a farti visita al tuo alloggio. Li ho sentiti confabulare le loro intenzioni. Io sarò in zona, per ogni evenienza".

"Grazie, Mike, ma non sarà il caso. È giusto che vengano da me. Me la saprò cavare anche da solo".

"Al diavolo, capitano. Quei due non mi piacciono, cercano rogne... non credo sia cosa gradevole convivere a lungo con qualcuno che potrebbe considerarti responsabile della morte della propria donna. La questione va risolta subito".

"E così sarà. Non ti preoccupare(e grazie comunque".

"Va bene, Tony", sorrise alla fine Baxter, tutto sommato confortato dall'atteggiamento tranquillo di Cellini, "Saremo comunque vicini d'appartamento. Vieni a vedere la mia collezione di modellini, quando avrai un attimo di tempo ed io l'avrò messa in esposizione nel mio alloggio. I nostri bagagli dovrebbero essere già arrivati".

"Non mancherò, di certo". I due si accomiatarono con un saluto, l'uno in direzione del settore astronauti per togliersi l'ingombrante scafandro spaziale e l'altro prendendo la via del proprio alloggio, segnalato sulla mappa che gli era stata consegnata, e cercando di farsi riconoscere il meno possibile dal personale della base.

20. Incontro con il professor Bergman

Gran Dio, che ingenui! Si mostra loro il Gran Dio Pan di Arthur Machen e quelli pensano ad un comune scandalo di Dunwich!

H. P. Lovecraft, The Dunwich Horror


E così ecco vanificato il mio proposito di restare anonimo in mezzo al personale della base Alpha. Stupidamente non avevo considerato il fatto che pur sottraendomi dall'assalto dei media sulla Terra e finalmente lontano dalla WSC sarei finito proprio nel luogo che più di ogni altro avrebbe potuto rimandarmi con la mente ai miei trascorsi su Ultra... il Controllo Missione per il pianeta Meta. Avrei dovuto prevederlo. Ma forse l'imminenza di questa nuova avventura spaziale avrebbe distolto finalmente le menti dei più dai disastrosi esiti delle precedenti... nessuno avrebbe avuto voglia di rapportare la figura di Tony Cellini, disturbante spauracchio simbolo del fallimento, all'importanza di questo evento. Dimenticare il passato, ricominciare da zero con un mirabolante successo. Una pietra sopra i vecchi disastri e chi li ha provocati e basta. Proprio quello che volevo. Avevo bisogno di restare nell'anonimato, di essere definitivamente dimenticato. Certo non mi sarebbe stato così facile farlo... dovendo condividere un luogo circoscritto come Alpha con l'uomo di Juliet Mackie. Ritenevo già abbastanza problematica la convivenza con la dottoressa Russell ma ora si trattava di fare i conti con un uomo potenzialmente pericoloso per me. Baxter aveva ragione, la cosa andava chiarita subito. Ma dovevo stare attento a non esagerare...


Le unità abitative della base Alpha occupavano un grosso edificio sull'anello di costruzioni della seconda cerchia intorno alla torre della Main Mission ma molti alloggi erano ospitati anche nel complesso trapezoidale di ricreazione che si inseriva a cuneo tra le strutture interrompendone la curvatura. L'appartamento di Cellini, che durante la sua prima permanenza su Alpha aveva abitato nell'altro settore, si trovava appunto in quest'area, assieme a quelli di molti altri astronauti, data la vicinanza alle rampe di lancio. Si trattava di uno spazioso monolocale, molto simile a quello che aveva a Houston, con un'ariosa sala centrale che era separata dalla zona notte da un divisorio che fungeva anche da mobile per suppellettili. Al centro del locale c'era la colonnina del commpost, sulla destra dell'ingresso un tavolo rotondo con comode poltrone imbottite, divanetti lungo la parete esterna che si affacciava sul brullo paesaggio lunare, con diverse finestre rettangolari, e un altro piccolo locale adibito ai servizi. Un'intera parete era ricoperta di apparati e consolle, tra cui il cucinino automatico e il sistema termico, e l'illuminazione era offerta, come ovunque sulla base, dai grossi pannelli inseriti proprio nelle pareti, che potevano variare la luce dal bianco al giallo, dal rosso al verde. Solitamente il bianco corrispondeva alle ore diurne e il verde, più tenue, a quelle notturne, ma chiunque aveva la facoltà di regolarle a proprio piacimento, addirittura spegnendole. Un capiente armadio a muro conteneva una tuta spaziale arancione personale e alcune uniformi di ricambio, oltre ad altri capi di biancheria. L'effetto generale era piuttosto asettico, come per ogni ambiente curato dalla WSC, e privo di tocchi personali ma ciascun Alphano poteva arredare l'alloggio come voleva, abbellendolo con quadri o altri oggetti personali. I bagagli di Cellini erano stati scaricati dall'Aquila e già trasportati in loco, ordinatamente depositati accanto al tavolo. Avrebbe pensato con calma in un secondo tempo ad appendere la sua collezione di dipinti ed armi africane e disporre la sua piccola biblioteca di libri, limitandosi ad aprire la piccola valigia con gli oggetti d'uso più immediato. Era impegnato a digitare sul commlock il proprio codice di accesso all'alloggio quando il cicalino elettronico delle comunicazioni di servizio si fece udire e lo schermo sul parallelepipedo del commpost si illuminò, formando l'immagine di una ragazza dai capelli biondi e dal sorriso perfetto, una ricostruzione olografica in uniforme alphana.

"Buongiorno, astronauta Anthony Cellini", esordì la donna, senza particolari inflessioni nel tono di voce, "Benvenuto alla Base Lunare Alpha. È atteso al Centro Medico per la visita di controllo alle 06.15 ora lunare. Le auguriamo un felice soggiorno e le ricordiamo di presentarsi con il modulo C-125 al settore di appartenenza entro 24 ore dall'arrivo".

Lo schermo si spense automaticamente. Cellini trasse un sospiro, al pensiero di doversi recare al Centro Medico, e si augurò che la dottoressa Russell fosse impegnata altrove quando fosse arrivato. Guardò l'orologio inserito in un pannello del commpost: segnava già le 06.00. Poteva andare a piedi senza fretta. Aveva già constatato che muoversi negli illuminati corridoi di Alpha non rappresentava per lui un fastidio. Nessuno gli aveva rivolto la parola prima, al di là del cenno di saluto di qualcuno che lo vedeva per la prima volta, tutti erano indaffarati nelle proprie incombenze e ben pochi si sarebbero dati la pena di fare mente locale e di abbinare il suo viso alle immagini televisive o alle foto viste a suo tempo, riconoscendolo come il comandante della sciagurata Missione Ultra. Solo gli astronauti sembravano conoscerlo tutti ma dai suoi colleghi non aveva nulla da temere. Non appena arrivato al suo alloggio aveva cercato di contattare Michael Donovan ma il vecchio amico dell'avventura africana si trovava in quel momento in volo di addestramento, quindi rimandò a poi l'incontro. Era inutile aspettare oltre, Cellini puntò il commlock sulla porta, che si aprì silenziosamente, ed uscì, avviandosi verso il Centro Medico. Stava camminando in prossimità dell'area delle serre idroponiche, poco prima di entrare nel settore già riservato alla medicina, quando da una porta di un laboratorio botanico alla sua destra uscì una figura familiare, immersa nei suoi pensieri, l'attenzione rivolta ad un plico di carte che aveva in mano, un braccio ripiegato sulla testa, la mano infilata tra i capelli grigi che andavano diradandosi sulla nuca. L'uniforme grigio-perla non aveva la manica colorata, segno che si trattava di un ospite sulla base, non adibito ad alcun settore particolare. Cellini lo riconobbe subito. Non ci si poteva ingannare davanti a quelle folte basette, alla fronte spaziosa perennemente corrugata, all'espressione intensa di quel viso dai tratti paterni, capace di entusiasmarsi quasi infantilmente di fronte ad ogni manifestazione scientifica che non gli avrebbe mai dato pace se non fosse stata prima esplorata in tutte le sue accezioni. Davanti a lui, completamente assorto nei suoi pensieri al punto da non guardare neppure dove metteva i piedi, c'era il famoso professor Victor Bergman, che Cellini non vedeva da quando la WSC aveva formulato il verdetto che silurava tutti coloro che avevano avuto in qualche modo a che fare con la Missione Ultra. Il professore, per quanto non potesse basarsi su prove concrete che avallassero il racconto di Cellini, aveva sempre pensato che le decisioni prese dalla WSC e le accuse rivolte contro l'astronauta fossero la quintessenza dell'ingenuità e della cecità, e che null'altro ci si sarebbe potuto aspettare dalla Commissione di Inchiesta. Ora Bergman era tornato sulla cresta dell'onda grazie alla scoperta di Meta ed era uno degli elementi più importanti del nuovo organico della WSC, presieduto dall'Alto Commissario Gerald Simmonds.

Il professore stava fischiettando a bassa voce, perso nei dati del suo plico di carte, e non si accorse dell'astronauta se non quando gli fu praticamente addosso.

"Oh, chiedo scusa, io...", sobbalzò Bergman nell'urto, tornando di colpo in sé, sollevando il viso dalla cartella e mettendo a fuoco l'uomo in cui era incespicato, "Ma... Tony? Tony Cellini! Ragazzo mio, sono veramente contento di vederti!", il suo viso si illuminò di sincera felicità, la sua mano strinse calorosamente quella dell'astronauta.

"Professor Bergman, quanto tempo", Cellini ricambiò la stretta, lieto di rivedere una delle poche persone che pur non ammettendo palesemente la veridicità del suo racconto non aveva mai fatto nulla per inficiarlo, anzi si era prodigata in ogni modo per trovare elementi che potessero suffragarlo con prove sicure, "Non mi dica che ora si è dato anche alla botanica".

"Come? Oh, no, no... Stavo discutendo con un giovane ricercatore dalle curiose teorie, un certo Dan Mateo, che ha chiesto il mio parere sull'emissione energetica di alcune piante e... oh, ma Tony, cosa ci fai su Alpha?", chiese Bergman, notando solo allora la manica arancione di Cellini, "Sei stato reintegrato?"

"A quanto pare sì, professore", confermò Cellini, "Prenderò servizio sotto Alan Carter nella squadriglia di Aquile... i nuovi vertici della WSC hanno pensato bene di rimettere in gioco molti personaggi che in un modo o nell'altro hanno contribuito alla caduta in disgrazia di Dixon... e chi più degno di me?".

Bergman sorrise, strizzando un occhio e dandogli una pacca affettuosa sul braccio: "I nuovi dirigenti non valgono molto di più dei loro predecessori, Tony... ma sono lieto di vedere che le tue indiscusse capacità siano state rivalutate come si deve. Immagino che avrai a che fare con l'addestramento degli equipaggi destinati a Meta, vero?"

"Tra le altre cose, credo di sì", Cellini si permise di sorridere amaramente, "L'Alto Commissario Simmonds deve aver fatto il diavolo a quattro quando quello che dovrebbe essere un mio angelo custode mi ha proposto per questo incarico su Alpha. Credo vi sia sotto lo zampino di John Koenig. Lei professore non ne sa nulla?"

"Eh, sì... penso anch'io che John abbia fatto in modo che il tuo talento non andasse perduto e sono convinto che abbia avuto proprio ragione. Simmonds si è quasi totalmente affidato a lui e anche a me per tutta questa faccenda di Meta... non vuole perdere il colpaccio di riuscire là dove Dixon ha fallito e risollevare le sorti della WSC. Ci sono fortissime possibilità che John diventi il nono comandante della base Alpha, mi aspetto da un momento all'altro il comunicato ufficiale. Quel Gorski ha i giorni contati. Ma tu, Tony, come stai?"

"Non mi lamento. Avevo bisogno di stare lontano dalla gente e qui sulla Luna mi troverò bene. Tornerò a volare e la cosa mi soddisfa".

"Ancora incubi notturni?", chiese Bergman, fissandolo intensamente.

Cellini esitò qualche secondo nel rispondere: "Sempre, ogni notte. Ma è tutto sotto controllo... ho imparato a conviverci. Ora sto bene".

"Bravo ragazzo. Pensa al futuro, dimentica il passato. Qui avrai modo di farti valere come si deve, c'è davvero bisogno di te. Ah, Tony, dipendesse da me ti proporrei immediatamente come referente principale per la Missione Meta, dandoti addirittura il comando della nave. Se c'è qualcuno in grado di portare degli uomini lassù... quello è Tony Cellini".

"Grazie, professore. Ma ormai ho fatto il mio tempo. Ci vuole un comandante giovane per questo genere di cose... e comunque non è tanto l'andata che dovrebbe preoccupare, nel mio caso, quanto il ritorno. Dubito che Simmonds approverebbe una mia candidatura al comando, ci tiene troppo a riavere uomini e nave".

Bergman increspò le labbra, solo leggermente imbarazzato alla battuta amara dell'ex comandante della Missione Ultra: "Ho sempre avuto fiducia in te, ragazzo mio, e continuo ad averne. Su Alpha ti troverai bene".

"Professore, mi ha fatto piacere rivederla... e complimenti per la sua scoperta. Lei sembra davvero predestinato a fare compiere passi da gigante per l'astronautica... speriamo questa sia la volta buona. Ora la lascio, sono atteso al Centro Medico per la visita di accettazione".

"Oh, Tony...", lo trattenne il professore, esitando, "Solo una cosa... beh, tu saprai che la dottoressa Helena Russell è a capo del dipartimento medico qui su Alpha..."

"Lo so, infatti".

"Ecco... anche se il suo rapporto su di te è stato... uhm, decisivo affinché la WSC emettesse il verdetto nei tuoi confronti... beh, ha fatto solo il suo lavoro, quel che riteneva giusto. Lo so che dire così non è che possa esserti di conforto o che altro ma..."

"Stia tranquillo, professore", lo rassicurò l'astronauta, stringendogli ancora la mano, "Non ho alcuna intenzione di rinvangare il passato con lei. È una faccenda chiusa, definitivamente".

"Ah, bene, Tony... a presto, allora". Bergman lo salutò con calore, osservandolo allontanarsi. Rimase un attimo immobile, inseguendo antichi pensieri, poi si riscosse e tornò a concentrarsi sulle sue carte.

21. Astronauti e agenti di sicurezza

Quegli occhi immensi, incavati, neri e luminosissimi (...)
dovevano avere visto in pieno lo splendore e il terrore
di reami oltre la normale coscienza e realtà.

H. P. Lovecraft, Hypnos


Per una volta la fortuna era stata dalla mia parte, quel giorno in cui arrivai su Alpha. Almeno non avrei avuto problemi con la dottoressa Russell durante la visita di accredito perché era impegnata altrove e quando arrivai al Centro Medico trovai il dottor Robert Mathias a farne le veci. Fu molto lieto di vedermi e anch'io non nascosi una certa emozione. Se John Koenig a bordo della sua Aquila aveva individuato la sonda Ultra alla deriva nello spazio, procedendo all'attracco ed impedendo che la capsula si disperdesse nell'infinito, il dottor Mathias era stato il primo medico ad occuparsi del suo moribondo occupante e a lui dovevo senz'altro non solo la vita ma anche l'avermi rimesso in sesto senza che patissi qualche irreparabile danno fisico. Mi squadrò con fare professionale non appena mi vide e constatò con soddisfazione la mia perfetta forma, ricordandomi come ero stato trovato a bordo della sonda, più di là che di qua, atrocemente denutrito, incapace di compiere il minimo movimento, in stato febbricitante e apparentemente oltre ogni possibile tentativo di soccorso. Ma Mathias, dopo che fui ricoverato su Alpha, riuscì nell'impossibile impresa di rimettermi al mondo, lavorando sul mio corpo ventiquattr'ore su ventiquattro. Forse avrebbero avuto concedere più merito a lui per la sua pratica medica superbamente condotta sul sottoscritto che a me come solo superstite della Missione Ultra dopo un viaggio di ritorno ai limiti del possibile.

Ci mise solo pochi minuti per eseguire la visita e notai in lui una curiosa fretta nel portarla a termine. Guardandolo di sottecchi mi parve che sul suo viso bruno si celasse una misteriosa preoccupazione, come se il suo cervello fosse occupato a pensare ad altro. C'erano delle borse sotto i suoi occhi e in generale sembrava essere molto stanco. Sul momento pensai che temesse un improvviso ritorno della dottoressa Russell e un conseguente, imbarazzante attimo di tensione che si sarebbe potuta creare tra me e lei. Certo doveva essere a conoscenza dei miei trascorsi. Poi mi convinsi che in realtà non dovevo essere io la causa della sua apprensione. Evidentemente era occupato per qualche altro motivo, che richiedeva la sua presenza altrove. Compiuta la visita mi disse che l'avevo trovato per caso al Centro Medico e che vedendomi aveva voluto eseguire personalmente gli esami su di me, data l'eccezionalità del suo assistito, ma ora aveva fretta di tornare ad occuparsi di altro. Mi permisi di chiedere cosa ci fosse che non andava e lui su quasi sul punto di rispondermi... ma non lo fece, trovando una scusa di tipo professionale che fin troppo facilmente poteva dirsi falsa. Avrei saputo solo dopo alcuni giorni quale fosse stata la causa dei suoi pensieri, tutta Alpha lo avrebbe saputo... dopo l'incredibile catastrofe che ci attendeva, il 13 settembre 1999. Mathias stava per recarsi alla sezione d'isolamento del Centro Medico, dove erano tenuti segregati gli astronauti Eric Sparkman e Frank Warren, gli ultimi due piloti colpiti dalle radiazioni magnetiche che si stavano sviluppando dai depositi di scorie atomiche... ed era lì che si trovava anche la dottoressa Russell. Solo il comandante della base Anton Gorski era al corrente della tremenda minaccia che gravava su Alpha ma neppure lui sospettava quali ne sarebbero state le conseguenze... e ovviamente il tutto era tenuto nel più assoluto riserbo, per non compromettere la Missione Meta. Sul momento non insistei, avendo altro per la testa, salutai Mathias per fare ritorno al mio alloggio e prepararmi per l'appuntamento con l'agente di sicurezza Derek Irwin. Fosse stato così facile risolvere anche quel problema... un incontro con la dottoressa Russell sarebbe avvenuto all'insegna della freddezza da parte di entrambi, con molta probabilità, perché davvero non avevo intenzione di riaprire una storia che avevo ormai relegato nel fondo della mente. Forse mi sarei limitato a farle osservare, se lei avesse toccato l'argomento, che nonostante tutto credevo ancora in Babbo Natale, una battuta che avrebbe compreso e sarebbe stata sufficiente a farle capire che Tony Cellini era lo stesso uomo di due anni prima, quell'uomo che lei aveva condannato senza appello, e questo sarebbe stato quanto. Ma la faccenda con Irwin era molto più delicata...

Mentre mi dirigevo verso l'unità abitativa, vidi un capannello di persone attorno ad una colonnina del commpost, all'incrocio di due corridoi. Incuriosito mi avvicinai agli schermi posti sui quattro pannelli, che stavano mandando in onda il notiziario di Alpha. L'addetto alle comunicazioni stava riferendo a tutto il personale la notizia ufficiale che John Robert Koenig sarebbe diventato il nono comandante della base e che sarebbe giunto sulla Luna entro due giorni.


Le solenni e struggenti note dell'Adagio di Albinoni si stavano diffondendo piano nell'alloggio di Tony Cellini, immerso in una soffusa luce verde che creava molte zone d'ombra nell'ampio locale. L'astronauta era seduto sul bordo del letto e stringeva un ritratto plastificato della dottoressa Monique Bouchere, una bella fotografia in cui sorrideva radiosamente, i boccoli neri appena mossi, i profondi occhi castani. Per quanto fosse un ingrandimento di un fotogramma tratto da un documentario girato prima della Missione Ultra, la ragazza si era evidentemente preoccupata di apparire un po' più femminile di quanto non richiedesse la circostanza. Cellini se l'era procurato dopo la degenza in ospedale ed era uno dei pochi oggetti personali da cui non si separava mai, pur preferendo non metterlo in vista come la classica foto sul tavolino della donna amata. Nei momenti di crisi più acuta la tirava fuori e passava molti minuti ad osservarla... spesso dopo gli incubi peggiori. Non aveva con sé alcun oggetto appartenuto alla ragazza, dato che la loro breve relazione era iniziata a bordo della nave Ultra, niente che potesse ricordarla in modo più intimo, ma non ne aveva bisogno. Quell'immagine, i pochi attimi felici trascorsi insieme sull'astronave, l'Adagio di Albinoni, le promesse non mantenute... ecco tutto quel che possedeva di Monique Bouchere. Non avrebbe avuto altro, non più.

Il nuovo commlock che teneva alla cintura mandò il suo doppio beep, riscuotendolo dai lontani ricordi. Spense il registratore, la musica svanì, ripose la fotografia in un cassetto del mobile accanto al letto. Sul piccolo monitor in cima al segnalatore apparve il volto di Mike Baxter: "Ehi, capitano. I due loschi individui in manica viola stanno venendo da te", lo avvertì, ammiccando, "Resto nei dintorni. Al primo segno di guai intervengo".

Cellini sorrise all'amico: "Grazie, Mike. Stai tranquillo, non succederà nulla di grave".

"Beh, beh... vedremo. Occhio, Tony". L'immagine di Baxter sparì. Un paio di minuti dopo Cellini avvertì il segnale di ingresso mandare il suo suono caratteristico e i quattro schermi della colonnina di comunicazione si illuminarono sul viso di Derek Irwin: "Tony Cellini? Sicurezza. Devo parlare con lei".

L'astronauta puntò il commlock verso la porta, che si spalancò. Fece in tempo a vedere l'agente di colore appostarsi al pannello esterno, a fianco del compagno che si stagliava sull'ingresso ma invisibile dall'interno dell'alloggio.

"Avanti, entri pure", lo invitò con tranquillità l'astronauta, chiudendo i battenti alle spalle dell'uomo.

"Sono venuto per... ", iniziò precipitosamente Irwin ma si interruppe di colpo, "Lei sa chi sono io?", riprese subito dopo un attimo di silenzio, con affanno.

"L'ho vista per la prima volta nel 1996, se non sbaglio, ai festeggiamenti per la partenza dell'equipaggio Ultra, qui su Alpha. Era con il suo compagno di colore tra quelli che ci hanno seguiti fino al Punto di Imbarco per la Stazione Centauri".

"Sì, non sbaglia", confermò l'agente di sicurezza, con voce tremante, muovendo qualche passo verso l'astronauta in penombra, "Sono Derek Irwin... sono... ero l'uomo che Juliet Mackie avrebbe sposato una volta tornata dalla Missione Ultra. Ma Juliet... Juliet non è tornata, a differenza di lei, capitano Cellini". Calcò con iroso sprezzo sul grado che Cellini non aveva più.

Tony non lo perdeva d'occhio un istante, facendogli cenno con la mano di accomodarsi su una delle poltroncine, senza che l'altro lo degnasse minimamente, restando in piedi con aria minacciosa davanti a lui.

"Bene, Irwin, allora che facciamo?", domandò quindi Cellini, a bassa voce, "Ha intenzione di parlare, di saltarmi addosso, di usare quella pistola?"

L'agente di sicurezza trasalì, stizzito, allontanando la mano dal calcio dell'arma, su cui si era già posata forse inavvertitamente. Non gli andava di perdere la posizione di preminenza su Cellini anche se sembrava che l'astronauta fosse totalmente a suo agio e per niente intimorito. Doveva metterlo alle strette e cavargli la verità, ad ogni costo.

"Io voglio sapere... cosa è successo a Juliet Mackie. Voglio sapere come è morta... perché è morta", mormorò Irwin, cercando di dare alla sua voce la fermezza necessaria, "Voglio la verità, Cellini... ora".

"Non ho mai mentito su quanto è successo tre anni fa sulla nave Ultra, dopo che raggiungemmo il pianeta, Irwin. So che la mia storia non può essere creduta... ma non posso riferire null'altro che la verità, come l'ho vissuta, provata e accettata io stesso".

"Queste sono tutte stronzate!", esclamò Irwin, cominciando a scaldarsi e puntando un dito contro l'astronauta, "Lei... lei ha sulla coscienza tre morti. Qualcosa è andato storto, lassù, per colpa sua, ed è costato la vita all'equipaggio della nave... ora, glielo ripeto ancora una volta. Voglio sapere cos'è successo veramente alla donna che amavo!"

"Il mio rapporto..."

"La smetta!", lo interruppe urlando Irwin, contraendo i lineamenti in una maschera di odio e disprezzo, "La smetta di mentire! Ha ingannato tutto il mondo con quella ridicola storia del mostro, Cellini... ma io non l'accetto!"

"Il mio rapporto", continuò tranquillamente Cellini, come se l'altro non lo avesse interrotto, "Il mio rapporto contenente tutto quel che è successo su Ultra non sarebbe mai stato reso di dominio pubblico... ai media non è stato concesso di intervistarmi o di farsi raccontare per intero la mia storia, dopo che i vertici della WSC hanno avuto la loro copia. Ma grazie a qualche mia conoscenza ho fatto in modo che la stampa e le televisioni sapessero tutto, ancor prima dell'inizio dell'inchiesta. Mi hanno ritenuto responsabile della rovina della precedente amministrazione, per aver rivelato ciò che invece sarebbe stato tenuto segreto... per coprire il fallimento della missione. Ma io ho voluto che il mondo sapesse, Irwin, sapesse tutto di quella minaccia... perché è tutto vero!"

"No, no", l'agente di sicurezza scosse la testa, sorridendo beffardamente. "È stata tutta una sua trovata, per confondere le acque, per nascondere le sue responsabilità. Avanti, voglio proprio vedere se avrà il coraggio, qui e ora, di tirare fuori ancora la storia di un fottuto mostro tentacolato, uscito dai fumetti per i bambini, che uccide gli astronauti della missione terrestre...", repentinamente, la mano di Irwin corse alla pistola laser, la estrasse e la puntò sull'uomo che aveva davanti, gridando, "... ci provi, davanti a questa, adesso, a parlare del suo maledetto mostro, Cellini!"

L'astronauta non si curò minimamente dell'arma puntata sul suo petto, né si chiese se il selettore fosse regolato su stordimento o su uccisione. Si levò a sedere e mosse passi decisi verso l'agente, che per quanto fuori di sé, non si aspettava certo quella reazione risoluta. Indietreggiò verso il centro della stanza, la mano tremante e sudata stretta sul calcio della stun-gun. I rumori e le grida di Irwin avevano però attirato l'attenzione di N'Dole, fuori dall'alloggio, che fece così il suo ingresso utilizzando il codice d'emergenza in dotazione della vigilanza sul suo commlock. Vide il compagno con la pistola laser spianata sull'astronauta e a sua volta estrasse la sua, puntandola su Irwin: "Derek!", esclamò, rendendosi immediatamente conto di come la situazione fosse trascesa, "Dannato imbecille! Posa subito quell'arma, Cristo!"

Aveva fatto appena in tempo a terminare la frase che si ritrovò spinto contro la parete dell'alloggio da un'altra figura in manica arancione che entrò come un fulmine, scagliandosi su di lui. Era Baxter, che era rimasto al di là dell'angolo sul corridoio esterno e aveva visto l'agente di sicurezza lanciarsi nell'unità abitativa dell'ex comandante della Missione Ultra. I due uomini cercarono goffamente di immobilizzarsi a vicenda ma fu l'ordine perentorio di Cellini a riportare una parvenza di calma: "Mike! Fermo! Smettetela, voi due!"

L'agente e l'astronauta si voltarono verso di lui, ancora l'uno con le mani addosso all'altro, scarmigliati e anche un po' stupiti.

"Va tutto bene, piantatela! Baxter, lascialo! E lei, tenente... riponga il laser. Cercate di calmarvi, e chiudete la porta!"

Incerti, i due uomini si ricomposero. N'Dole abbassò la stun-gun, rimettendosi in sesto, ancora frastornato dall'assalto inaspettato di Baxter, che lasciandosi sfuggire un risolino andò a chiudere i pannelli dell'alloggio. Irwin, che si era distratto un secondo, voltandosi verso i due nuovi venuti, non si accorse neppure di quel che stava per succedergli. Cellini si mosse in modo così veloce e improvviso che nessuno parve comprendere la dinamica dell'azione. La sua mano, di taglio, scattò oltre la guardia dell'agente, colpì il suo polso scoperto, gli fece spalancare il palmo per reazione nervosa. Il laser volò in aria, roteando e andando a finire nella salda presa dell'astronauta. Il tutto durò un paio di secondi. Se un istante prima Irwin ancora stringeva il calcio della pistola, ora era rimasto a mani vuote, gli occhi spalancati per lo stupore, il braccio destro formicolante fino alla spalla.

"Ehi, capitano!", soffiò ammirato Baxter, "Saresti capace di rifarlo più lentamente?"

Non appena la stun-gun finì tra le mani di Cellini, che la impugnò senza però puntarla contro nessuno, N'Dole per riflesso tornò ad alzare la sua. L'astronauta gli fece un cenno rassicurante, ruotò abilmente di un mezzo giro la stun-gun, che finì col posarsi di piatto sul palmo della sua mano, poi la lanciò all'allibito N'Dole, che la prese al volo con la mano libera, non sapendo più esattamente come comportarsi. Ci pensò Irwin, cercando di aggredire Cellini, ma fu un attacco vano fin dall'inizio. Cellini evitò di essere preso per l'uniforme in modo che l'altro potesse assestargli un pugno e con un'eleganza quasi coreografica sfruttò lo slancio dell'agente di sicurezza a suo vantaggio. Gli afferrò il braccio teso e con uno strattone abbinato ad uno sgambetto lo fece volare fin sul letto. Irwin si riebbe ringhiando, sul punto di tornare a lanciarsi su Cellini ma questa volta fu decisivo l'intervento del tenente N'Dole.

"Va bene, Derek, ora smettila!", la stun-gun del congolese, sull'opzione stordimento, venne inequivocabilmente puntata sul compagno, "Non fare una mossa o mi costringerai ad usarla!"

L'avvertimento conteneva una dose tale di determinazione che Irwin preferì eseguire l'ordine, ricadendo sul letto e portandosi con una smorfia di dolore sul viso una mano sul braccio anchilosato.

"Un momento, tenente", intervenne a quel punto Cellini, "Vediamo di risolvere questa storia senza complicazioni. È evidente che voi due non vi trovate in una buona posizione, a questo punto..."

"Eh, no, non mi pare proprio", continuò per lui Baxter, gongolante in un angolo, "Aggressione a mano armata immotivata, in due poi... mi chiedo come reagirà a saperlo il comandante Gorski, o già che ci siamo il comandante Koenig!"

N'Dole non sapeva più che pesci pigliare, maledicendosi per aver dato retta ad Irwin nel partecipare a quel ridicolo blitz notturno ai danni di Cellini. In evidente stato di imbarazzo non riuscì a spiccicare parola, fulminando però il compagno con un'occhiata di fuoco.

"Non sarà necessario arrivare a tanto", riprese con calma Cellini, "Il signor Irwin, qui, è venuto a trovarmi per parlare con me... e voglio che lo faccia, in quanto lo ritengo doveroso per entrambi. Ora mi sembra in condizioni di poterlo fare con tranquillità. Per ritenere chiuso questo incidente, dimenticando il fatto che siano state estratte le armi, voglio che lei, tenente, esca di qui e attenda il suo collega fuori. La raggiungerà dopo che saranno state chiarite le cose fra di noi. Credo di poter garantire che non vi saranno altri... tafferugli. Vero, signor Irwin?"

L'agente non rispose, guardando fisso in terra. N'Dole fece per dire qualcosa, poi rinfoderò la sua stun-gun al fianco, annuendo. Non vedeva l'ora di andarsene da lì... e poter poi parlare a quattr'occhi con il collega.

"Ehi, Mike", Cellini si avvicinò all'amico, stringendogli la mano, "Grazie per il tuo intervento. A buon rendere".

"Di niente, capitano, è stato un piacere...", Baxter sorrise, poi passò davanti a N'Dole e gli diede una leggera pacca sulla pancia, "Senza offesa, tenente, eh?".

Non appena i due furono usciti, l'astronauta tornò a rivolgersi all'agente di sicurezza, fissandolo intensamente con i suoi occhi scuri ed incavati e muovendo qualche passo verso di lui. Si appoggiò alla colonnina del commpost, improvvisamente stanco, passandosi una mano sul volto: "Allora, signor Irwin", disse poi, con voce stranamente addolcita, "Vediamo se potrò farle capire alcune cose. Per iniziare... come crede che sia ora la mia vita, dopo quanto mi è successo lassù, su Ultra? Come crede che passi le mie notti? Come pensa che possa prendere quanto è successo qui stasera? Tre persone sono morte nel peggiore dei modi, un intero programma spaziale ha avuto il tracollo, io stesso mi considero vivo per miracolo. Vivo? Irwin, la mia non è più una vita. Se esiste un motivo per cui trovo ancora sopportabile alzarmi la mattina è perché sono convinto che presto o tardi mi sarà resa giustizia. Non so come, non so in che modo... ma trascorro quel che resta della mia esistenza alimentato da questo unico pensiero. Mi aspetta un appuntamento, da qualche parte là, nello spazio. Sarà un appuntamento cui io non mancherò... e che probabilmente non mi vedrà tornare. Ma sarò . Avrò la mia vendetta".

"Io non le credo, Cellini!", sbottò l'agente di sicurezza, mettendo in quella frase tutto il suo rimorso, il suo dolore, la sua disperazione. Cellini lo comprese benissimo... a differenza di tutti coloro che gli avevano rivolto quella frase, Irwin era molto più parte in causa della tragedia che lo aveva visto protagonista. La sua posizione non era tanto diversa da quella dell'ex comandante della Missione Ultra... solo che non aveva vissuto in prima persona quell'incubo.

"Irwin, nessuno può credermi, lo so bene. Nessuna persona razionale può credere al mio mostro, il parto di una mente malata e senza fantasia, visto come la storia che ho raccontato sia risultata, e me ne rendo conto io per primo, di uno stereotipato fantascientifico senza paragoni. Probabilmente oggi nessuno sceneggiatore hollywoodiano la prenderebbe in considerazione neppure per il più scontato dei B-movie. Ma è la mia storia... è esattamente come l'ho vissuta!"

L'astronauta colpì la colonnina col pugno chiuso, violentemente, tanto da fare sobbalzare Irwin. "I fatti li conosce, Irwin. Ma c'è una cosa che lei non sa. Che nessuno qui sa", andò a prendere dal cassetto del mobile l'immagine di Monique Bouchere, passandogli davanti, "Guardi... la riconosce, no? Era il dottore di bordo della nave Ultra... la donna che io amavo".

Mise l'immagine a forza in mano all'agente di sicurezza. "La guardi... Monique Bouchere... ha fatto una fine orribile. Come Juliet, come Darwin... io non ho potuto fare nulla per salvarli, nulla! Ci ho provato, Irwin!", lo afferrò improvvisamente per le spalle, in una stretta d'acciaio, scuotendolo, "Ho cercato di distruggerlo quell'essere, l'ho colpito e fatto sanguinare! Ma non è bastato! Non è bastato!", Cellini, colto da un eccesso di rabbia, strattonò l'agente, gettandolo a terra. Irwin finì sul pavimento, gli occhi spalancati di fronte all'improvviso scoppio di furia, che però, com'era arrivato, passò. Cellini si ricompose subito.

"Juliet era già morta quando sono riuscito ad entrare nel modulo di servizio", mormorò, con più calma, "Non l'ho vista morire... ma ho visto morire Monique. Mi è stata... strappata dalle braccia da quella creatura". Gesticolò con le mani, quasi stesse rivivendo quello straziante episodio, cercasse di trattenere Monique opponendosi alla forza inumana dei tentacoli, una vuota pantomima che non avrebbe potuto avere alcun effetto reale. Irwin si allontanò dall'astronauta prima di alzarsi, malfermo sulle gambe, temendo una nuova crisi. Lo guardò con timore, quasi cercasse di penetrare con lo sguardo in ciò che si nascondeva oltre quegli occhi neri e luminosi, nell'animo di Anthony Cellini, l'uomo che avrebbe voluto, lo confessò solo in quel momento a se stesso, uccidere con le proprie mani, l'uomo che era stato la causa della morte di Juliet Mackie... ma chi era davvero quell'uomo? Perché ora non si sentiva più tanto convinto nel tributare ogni colpa all'ex comandante della nave Ultra? C'era una forza interiore in lui, un'energia contenuta ma pronta a rivelarsi, un segreto intendimento che sarebbe stato portato a termine ad ogni costo, nato dall'aver contemplato e fronteggiato orrori al di là dell'immaginazione. Questo, con le sue parole, con le sue azioni, era riuscito a comunicare ad Irwin l'astronauta... che ai suoi occhi aveva perso, nonostante non riuscisse sul momento a confessarselo, ogni parvenza di colpa che potesse identificarlo come responsabile del disastro, della perdita di preziose vite umane. No, quell'uomo non poteva essere stato l'assassino di Juliet Mackie. Tony Cellini era adesso, davanti a lui, l'incarnazione vivente di tutto il suo stesso dolore, la sua stessa rabbia e disperazione... con qualcosa in più. La sete di vendetta, che non era nulla a paragone di quella vagamente provata da Irwin qualche istante prima. L'agente di sicurezza sentì che bisognava temere quell'uomo, che lo spingevano impulsi che nessuno avrebbe potuto sedare, che qualcosa di terribile lo aspettava nel futuro. Qualcosa che sarebbe tornata a fare sentire la propria tremenda presenza ma che avrebbe trovato un formidabile avversario. Irwin rabbrividì, tirandosi su in piedi.

Cellini fu su di lui, incombente, lo afferrò per la casacca grigia e lo addossò brutalmente contro la colonnina del commpost, il volto sudato, gli occhi stretti in due fessure, le mani saldamente strette sulla sua bandoliera pettorale. L'agente non riuscì a divincolarsi dalla presa.

"Irwin, io distruggerò quella cosa, quell'essere che ha spento il mio futuro, che ha ucciso le persone che amavamo... sarà l'ultima cosa che farò, ma lo annienterò! Io farò in modo che tutta la luce... che erano Monique, Juliet e Darwin... venga liberata!"

All'improvviso, Cellini ebbe come un mancamento. Tutta la forza straordinaria dei suoi muscoli parve defluire di colpo, il suo corpo vacillò ed Irwin, istintivamente, lo sorresse. L'astronauta si riprese, allontanando l'agente da sé: "Ora se ne vada, per favore".

Derek Irwin si sentiva in preda ad una inspiegabile angoscia interiore. Non era riuscito a comprendere il significato di quelle ultime parole dell'astronauta ma ciò non di meno lo avevano profondamente impressionato. Mentre si avviava verso la porta dell'alloggio lanciò un'ultima occhiata a quell'uomo, che era andato a sedersi pesantemente su una poltroncina, in una zona di penombra, abbandonandovisi come colto da una incolmabile stanchezza. Vedeva solo il luccichio dei suoi occhi febbricitanti nel buio. Fece per comandare l'apertura dei pannelli quando Cellini parlò di nuovo: "Irwin", mormorò con voce comunque ferma, "Farò quello che potrò... quando sarà ora".

Irwin non si voltò, andandosene a capo chino, ma quasi contro la sua stessa volontà seppe che non avrebbe mai dimenticato le parole dell'ex comandante della nave Ultra.

I pannelli si chiusero alle spalle dell'agente di sicurezza. Tony Cellini fu solo, nella penombra verdastra del suo alloggio: "Colpirò duro... anche per te".

22. Il nono comandante di Alpha

Noi viviamo su una placida isola di ignoranza in mezzo ai neri mari
dell'infinito e non fu previsto che ce ne spingessimo troppo lontano.

H. P. Lovecraft, The Call of Cthulhu


John Koenig giunse su Alpha il 9 settembre 1999, a bordo di un'Aquila di cui era unico passeggero. La nomina a nuovo comandante della base lunare era il riconoscimento di tutta una vita passata al servizio dell'astronautica e della WSC anche se sono convinto che John l'avrebbe barattata volentieri con il posto di comando a bordo della nave Meta. Ma evidentemente era necessario che parte delle sue straordinarie capacità dovessero essere rivolte alla soluzione di un grave problema che affliggeva segretamente i vertici della Commissione, sebbene in molti già si fossero resi conto che qualcosa non andava, sulla Luna. Il giorno stesso del suo arrivo si verificò un misterioso incidente a due tecnici al lavoro nell'Area Due, che il notiziario di Alpha riferì ricoverati al Centro Medico, senza però che i colleghi potessero avere accesso per visitarli. Questi andavano ad aggiungersi ad altri nove uomini, due dei quali riserve per l'equipaggio della nave Meta, che scarni bollettini medici indicavano come in cura sempre al Centro Medico. Alan Carter non aveva avuto il permesso di andare a trovare i due astronauti del suo settore, Warren e Sparkman, cordialmente ma fermamente respinto dalla dottoressa Russell, che aveva parlato di una malattia contagiosa, anche se non grave, senza entrare nei particolari. Al capitano era bastato questo, non voleva certo correre il rischio che un banale morbo potesse mettere a repentaglio la scelta dei futuri membri della missione del secolo, anzi del millennio. Ma c'era comunque qualcosa di strano nell'aria, lo si poteva chiaramente percepire facendo attenzione a piccoli particolari, a stento celati dalla febbrile attività di preparazione che richiedeva il programma spaziale. Inoltre era prevista entro pochi giorni una nuova carovana di scorie atomiche da seppellire nelle aree di stoccaggio sulla faccia opposta della Luna, cosa che avrebbe richiesto una meticolosa attività di trasporto, logistica e monitoraggio che andava scrupolosamente eseguita. Non potei accogliere John quando allunò, ma lo vidi poi, alla visita che fece nell'ufficio di Carter sopra il grande hangar delle Aquile. Parlarono un po', davanti allo schermo che raffigurava la nave Meta mentre io stavo compiendo alcuni controlli tecnici sulla passerella al di là dell'ufficio. Quando John strinse la mano a Carter gli feci un cenno di saluto da oltre la vetrata. Mi indicò, senza che Carter se ne accorgesse, di raggiungerlo in un posto isolato. Passai a Young la mia cartella, affinché portasse a termine il mio lavoro e mi mossi per raggiungerlo. Conoscevo bene John e intuii subito che stava accadendo qualcosa di grave dall'espressione del suo volto. Me lo aspettavo. Era evidente che mi avrebbe confidato cose note solo a lui e ai vertici della WSC. Sperai non avessero a che fare con la missione... ma che altro poteva essere, alla fine?


Tony Cellini uscì dal retro dell'ufficio di Carter, andando verso il comandante Koenig, che lo attendeva all'incrocio di due corridoi con un andirivieni di persone indaffarate, prevalentemente tecnici di servizio all'hangar.

"Manica nera, eh, finalmente?", esclamò l'astronauta, stringendo la mano al vecchio amico, "Dovevi aspettartelo, John!"

"Mi è stato praticamente imposto dal nuovo Alto Commissario... ho dovuto accettare per levarmelo dai piedi!", rispose Koenig, con un sorriso aperto, "Tony, vecchio mio. Come stai?"

"Sto bene. Mi chiedo se dovrei ringraziarti per il fatto di essere qui su Alpha... c'è senz'altro il tuo zampino in questa faccenda. Ottenere il recupero di quella testa matta di Tony Cellini non dev'essere stato facile, però".

"Puoi dirlo. Simmonds è impallidito quando gliel'ho proposto... ma avevo bisogno di essere circondato dai migliori, Tony. Anzi, ti dirò che una delle condizioni da me poste in atto prima di accettare la nomina era proprio quella di averti al mio fianco".

"Bella soddisfazione quella di potersi imporre sulla WSC. Ma non deludermi, vecchio primo stadio di vettore lunare, sapere che tu possa esserti in qualche modo politicizzato sarebbe troppo da sopportare".

"Non ti darei mai un tale dolore. Detesto cordialmente gente come Simmonds... non è migliore di Dixon, solo più scaltro e opportunista. Senti, Tony. Vorrei parlarti, in un posto tranquillo".

"Sì, l'ho capito... c'era poca gente prima, al posto di ristoro del livello superiore. Andiamo là". I due presero un ascensore sul fondo del corridoio e salirono alle costruzioni esterne, raggiungendo la palazzina della manutenzione a piedi e andando poi nella saletta-relax di quel settore, dalla quale uscirono due ragazze in manica rossa, che salutarono cordialmente il nuovo comandante. Koenig e Cellini sedettero su uno dei comodi divani lungo la fila di vetrate rettangolari nella saletta deserta, dopo essersi presi una tazza di caffè al distributore automatico.

"Niente vurella, quassù, purtroppo", considerò con falsa amarezza Cellini, servendo al comandante la sua tazzina.

"Ti farà bene fare a meno per un po' di quella robaccia", fu il commento di Koenig. Sorbirono il denso liquido scuro per qualche istante poi il comandante depose la tazza su un tavolo, rivolgendosi all'astronauta, "Tony, quel che sto per dirti è strettamente confidenziale..."

"Ovviamente, John. Non era difficile da intuire".

"Ancora la tua famosa preveggenza?", si riferiva al fatto che il pianeta Ultra fosse scomparso dall'universo un anno prima, esattamente come Tony aveva predetto.

"Ne hai mai fatto parola con qualcuno?", chiese Cellini, con una punta di curiosità.

"No, mai", rispose Koenig, solo vagamente imbarazzato. Non c'era tempo ora di tornare a discutere su quella faccenda, "Ascoltami, Tony. Qui su Alpha è stato interdetto l'invio di certe informazioni sulla Terra, per ordine di Gorski. Io ne sono venuto a conoscenza dal professor Bergman, che me le ha rivelate non appena sceso dall'Aquila. Ci sono state nelle ultime settimane nove morti... tutti tecnici che lavoravano nella Zona Due, a cui si aggiungono due astronauti in coma della riserva dell'equipaggio della nave Meta, Eric Sparkman e Frank Warren".

Cellini aggrottò la fronte, pensieroso: "Era nell'aria, John, che ci fosse qualcosa che non andava. Ieri mattina altri due tecnici hanno avuto un incidente mentre erano al lavoro nell'area scorie..."

"Nordstrom e Steiner. Ambedue deceduti. Secondo la dottoressa Russell si tratterebbe di un contagio radioattivo".

"Radiazioni?", Cellini inarcò un sopracciglio, stupito, "Le zone di stoccaggio sono monitorate fino all'eccesso e non si è mai registrata alcuna perdita".

"Questo è il mistero. E Simmonds mi ha ingannato, tenendomi all'oscuro sulla verità, parlandomi solo di una generica e non ben specificata infezione virale. È evidente che è al corrente dei decessi e che l'ordine di silenzio radio sulla faccenda è partito da lui. Non vuole rischiare che un contagio mandi a monte l'intera Missione Meta. È troppo importante per lui e per la WSC".

Cellini annuì: "Capisco... e capisco anche perché abbiano mandato te, evidentemente non sanno più come sbrogliare la matassa. Ma quel che non capisco... un conto è che vengano colpiti da una possibile fonte radioattiva i tecnici che operano sul posto... solo che Eric e Frank non si sono mai neppure avvicinati nei voli di addestramento a quella zona".

"Già. Le contraddizioni abbondano... comunque nove morti sono troppi, Tony. Se non veniamo a capo di questo problema dovrò annullare la Missione Meta", ribadì gravemente il comandante.

"Simmonds ti sbranerebbe... almeno nelle intenzioni. Ma non possiamo certo rischiare di inviare in un volo di mesi nello spazio un equipaggio di uomini col rischio di un contagio radioattivo".

"È l'opinione della dottoressa Russell. Né io posso prendermi la responsabilità di farlo. Una brutta faccenda, Tony... per di più è imminente l'arrivo di un altro carico di scorie nucleari dalla Terra".

"Va fermato, John. Finché non saremo sicuri di quel che sta accadendo. Scaricare la pattumiera nucleare sulla Luna poteva essere una buona idea, un tempo. Ora mi sembra invece che si stia mettendo il tappo su un vulcano in attività, alimentandone la furia sottostante. Il rischio è forte. Al tuo posto forzerei la mano a Simmonds per impedire l'invio del nuovo carico. Ricattalo in qualche modo... del resto ti ha tenuto all'oscuro di tutto".

"È mia ferma intenzione farlo... la vita degli uomini del personale sopra ogni cosa. Certo, se venisse confermata una fonte di radioattività sconosciuta attiva su Alpha... latente, forse cumulativa, saremmo davvero nei guai. Chi di noi potrebbe dire di non esserne entrato in contatto?".

"Non mettiamo il carro davanti ai buoi, John. Facciamo un controllo intensivo di entrambe le Zone e vediamo il risultato".

"Non appena parlato con Simmonds ordinerò un volo di ricognizione e chiederò due volontari che si rechino sul posto per scannerizzare a fondo i pozzi dell'Area Due, che è il sito con scorie più recenti. Voglio essere personalmente presente con Bergman alla casamatta di controllo e seguire tutte le operazioni", Koenig era decisamente preoccupato anche se cercava di non darlo a vedere, "Tony, vorrei poter contare su di te per ogni tipo di aiuto in questa faccenda".

"Non devi nemmeno dirlo. Ti condurrò io stesso in volo, se Carter lo consentirà. John, la situazione secondo te è davvero così drammatica?"

Koenig esitò nel rispondere, valutando bene le parole: "Secondo me sì. Nove morti, tutto un intero modo di comportarsi all'insegna dell'ambiguità, la prospettiva di dovere affrontare un contagio da radiazioni e di veder saltare la missione spaziale... come ho detto a Victor poco fa, non sono il tipo da infischiarsene se la gente muore qui su Alpha ma Meta non possiamo proprio lasciarcelo sfuggire. Hai saputo del segnale?"

Cellini scosse la testa.

"Dovevo immaginarlo, Simmonds me l'ha comunicato a bordo dell'Aquila assieme all'ufficializzazione della presa di comando su Alpha ma non credo abbia ancora diffuso i dati raccolti dalla sonda Space Farer Nove", continuò Koenig, "Su Meta c'è un'atmosfera, Tony, e non solo. Un segnale è stato colto dai sensori della sonda, di origine non naturale. Forse un tipo di comunicazione, un'onda sinusoide che si ripete periodicamente. Capisci cosa può voler dire?"

"La possibilità di una qualche forma di vita senziente, lassù", comprese subito Cellini e negli occhi passò un lampo dell'antica energia e passione, "Hai ragione, John, Questa volta non dobbiamo fallire. Cerchiamo di risolvere subito questo problema e poi, per Dio, mandiamo un uomo su Meta".

23. Alba nucleare

Il suolo si spaccò e aurore folli
si gettarono dal cielo sui bastioni
traballanti dell'uomo.

H. P. Lovecraft, Nyarlatothep


Ma nessun essere umano scese mai sul pianeta Meta, quantomeno nessun astronauta della base Alpha e verosimilmente nessun altro almeno per molti decenni a seguire. Nessuno di noi lo sapeva ancora ma eravamo nell'imminenza della più terrificante ed imprevedibile delle catastrofi mai occorse nella storia dell'uomo, l'impossibile che diventava realtà. E nessuno dei precedenti otto comandanti di Alpha iniziò mai la propria permanenza di servizio nella cittadella lunare in modo così drammatico. L'11 settembre 1999 John Koenig visitò con il professor Victor Bergman il sito dell'Area Due, il più vasto giacimento di scorie atomiche tuttora alimentato dai rifiuti irraggiati provenienti dalla Terra, a bordo di un'Aquila pilotata dall'astronauta Guy Collins. Avrei voluto accompagnare John io stesso ma Carter aveva già selezionato l'uomo che li avrebbe condotti in loco. Sorvolando l'Area Uno a bassa quota, il primo deposito scorie ormai saturo di elementi nucleari sotterrati, non appena doppiato il radiofaro Delta che indicava la via per il sito gemello, Collins fu colpito da una misteriosa emissione di radiazioni che scatenò in lui una incontenibile frenesia omicida, che quasi costò la vita sia a John che al professor Bergman. Fu il primo tassello di una serie di prove inconfutabili che permise di giungere alla tragica verità. La Missione Meta fu sospesa e al personale fu rivelata la gravità della situazione e il numero di decessi già registrati.

Al di sotto del deposito di rifiuti atomici si stava sviluppando un'incredibile e mai sospettata fonte di energia elettromagnetica dovuta alla combustione dei residui nucleari, fuori della portata degli strumenti, in quanto sembrava che nessuna attività atomica registrata fosse alla base della spaventosa emissione di calore che stava originandosi dall'Area Uno. John volle sorvolare nuovamente la zona, stavolta da solo, proprio quando il calore giunse al suo picco massimo, provocando lo stallo dell'astronave, che precipitò in un'area piana oltre il perimetro del sito. John ne uscì fortunatamente illeso ma l'intera area di stoccaggio esplose senza che fosse possibile evitarlo... fu un miracolo che i contenitori delle scorie resistettero all'onda d'urto, quasi un naturale sfogo dell'attività del campo magnetico che riuscì a dissiparsi scaricandosi del tutto. Bergman comprese allora che non erano in realtà radiazioni a causare la morte degli astronauti e l'improvvisa combustione dell'area, bensì un flusso magnetico di straordinaria potenza, generato dal continuo ammassarsi di scorie, una manifestazione mai vista prima, sconosciuta, ma in grado di raggiungere livelli di incredibile potenza energetica. L'invio di un'Aquila telecomandata sulla Zona Due rivelò senz'ombra di dubbio che anche il secondo deposito stava subendo le stesse conseguenze dovute alle variazioni del campo magnetico... solo in proporzione incommensurabilmente maggiore. Eravamo seduti sulla più grande bomba mai realizzata da mente umana... e questa stava per esplodere. Il commissario Simmonds fu convocato su Alpha mentre prendeva l'avvio una disperata corsa contro il tempo per cercare di disperdere il flusso magnetico nella Zona Due, vera e propria miccia già innescata. Tutte le Aquile cargo della base, dotate di verricello, furono impegnate per prelevare i singoli cask corazzati dai pozzi e portarli altrove, sparsi su una vasta area al di là della zona di influenza magnetica... un piano rischioso e pericolosissimo, data la difficoltà estrema di volare attraverso un campo magnetico in grado di influire negativamente sui sistemi di navigazione ma l'unico modo per evitare una catastrofe che avrebbe potuto cancellare la vita sull'intero satellite. Io fui mandato con Michael Donovan ad occuparmi della dispersione dei cask sulla griglia A.


"Ehi... ma che diavolo è stato?", gridò Mike Donovan, cercando di riportare l'Aquila in assetto.

L'astronave era stata scossa fin nel profondo da una bordata esterna che l'aveva fatta impennare come un puledro selvaggio, quasi fosse incappata, evento impossibile sulla Luna, in un gigantesco vuoto d'aria. Tony Cellini afferrò la cloche, riuscendo a riprendere il controllo dell'Aquila. Per un istante l'ampia visuale sulla Zona Due offerta dai grandi oblò triangolari era stata sostituita con uno scossone dal cielo stellato ma subito il muso aguzzo della nave si ristabilì nella giusta rotta e i fitti monoliti perimetrali luminosi del deposito tornarono ad occupare il raggio visivo.

"Dannazione, Mike", intuì Cellini, guardando gli strumenti sul cruscotto, "Il campo magnetico sta fluttuando ed è in continua espansione. Un'altra botta così e finiamo di sotto!"

"Bella prospettiva", rincarò Donovan, "Cadere nel bel mezzo di un campo minato! Questa operazione mi sembra una follia... tanto valeva evacuare subito Alpha e tornarcene tutti a casa!"

"Siamo ancora in tempo per evitare il disastro, ma certo volare quassù non sarà cosa facile. Va bene, Mike, dirigiamoci al pozzo numero A-7, laggiù... ma abbassiamoci solo all'ultimo momento. Controlla i servomeccanismi del verricello, per favore".

"Tutto OK", disse Donovan, dopo aver compiuto l'operazione, "Luci verdi su tutti i sistemi. Carrucola pronta a scendere".

L'Aquila si abbassò sulla Zona Due, che rappresentava un panorama quasi fiabesco. Una gigantesca area dal perimetro a forma di croce, illuminata a giorno da potenti lampade al quarzo fissate sul vertice di grossi obelischi che delimitavano l'intero deposito, cosparso di decine e decine di silos circolari sormontati da una piramide conica in sintocreta, vistosamente dipinti di rosso. Erano i pozzi delle pile atomiche, alcuni dei quali già aperti da mezzi articolati telecomandati dalla base, che però subivano disastrosamente gli effetti del campo magnetico e spesso finivano per impazzire e girare a vuoto. Le conseguenze dell'aumento di magnetismo erano percepibili anche visivamente: improvvise ed accecanti scariche azzurrastre si sprigionavano dai pozzi come lampi a ciel sereno, sviluppandosi per ora solo rasoterra, a ridosso dei crateri lunari oltre l'area illuminata.

"Se ci sfiora uno di quei magli di energia...", Donovan stava sudando freddo, il casco gli dava un terribile fastidio e aveva la schiena bagnata dentro lo scafandro.

"Non distrarti, Mike, tieni gli occhi sul pozzo A-7. Il mezzo lunare è andato in avaria e si sta muovendo in circolo... dobbiamo aprire noi il silo con l'argano magnetico".

"Ci mancava giusto questa... se quell'affare finisce con il cadere dentro il pozzo una volta aperto..."

"Calmati, sangue freddo", cercò di rassicurarlo Cellini, ma l'ipotesi non era poi così remota. Alpha avrebbe dovuto richiamare i mobili di superficie o disattivarli subito, così rappresentavano solo un surplus di pericolo. "Main Mission, qui Aquila Sette, mi ricevete?". Il viso contratto del vice-comandante Paul Morrow apparve sul monitor incassato fra gli strumenti di bordo, attraverso tutta una serie di disturbi e scariche dovute al magnetismo locale. "Aquila Sette, parlate".

"Morrow, i mezzi di superficie per l'apertura dei pozzi stanno dando i numeri e rappresentano solo un pericolo per le manovre basse dell'astronave. Disattivateli, non servono più a nulla".

"Ricevuto, Aquila Sette. Purtroppo molti sono già al di fuori del nostro controllo a causa del campo magnetico. Faremo il possibile". Il viso di Morrow, molto disturbato dall'effetto neve, sparì dal video.

"Di bene in meglio", brontolò Donovan, "Ne agganceremo uno, me lo sento... Ma che ci stiamo a fare, qui, nel bel mezzo di... Cristo, Tony, guarda là!"

Allarmato dal tono del co-pilota Cellini alzò lo sguardo dai suoi strumenti, seguendo l'indicazione. L'Aquila Cinque, visibile attraverso gli oblò triangolari, fu sfiorata da un lampo azzurro e prese a ballare furiosamente, perdendo quota. Il pilota riuscì comunque a mantenere l'assetto, evitando di piombare nel braccio nord della croce sottostante, e con un'ampia virata riprese quota. L'Aquila si allontanò dalla Zona Due, ancora non perfettamente stabile nel volo, in direzione di Alpha.

"Parks se la sarà fatta sotto... se torna indietro vuol dire che anche lui ha un guasto a bordo", commentò con voce malferma Donovan, "Di questo passo non ce la caveremo più..."

"Avanti, smettila di essere così negativo", lo redarguì Cellini, "Abbiamo già liberato un buon numero di pozzi dai cask, se continuiamo così dovremmo farcela".

"Ma le griglie di dispersione stanno diminuendo", fece notare Donovan, "Finiremo per creare altri focolai di magnetismo altrove".

"Preparati a far scendere l'argano magnetico", troncò Cellini, posizionando l'Aquila sulla verticale del pozzo A-7, "Vai, Mike, e vedi di non centrare quel mezzo impazzito".

Dal modulo di servizio dell'Aquila un cavo d'acciaio si srotolò lentamente, recante in fondo l'argano magnetico, andando a collocarsi con precisione sulla piattaforma circolare che era il vertice del pozzo A-7. Donovan avvertì il contatto, poi prese a direzionare il getto dei razzi chimici della nave per trascinare via di qualche metro la copertura in sintocreta, che scivolò nella polvere lunare. Ora erano ben visibili i dodici contenitori corazzati di scorie atomiche, cilindri dipinti di rosso fuoco con il simbolo del materiale radioattivo lungo tutta la superficie curvilinea.

"Va bene, Mike", mormorò Cellini, intento a tenere l'Aquila in posizione ma in grado di non perdere alcuna fase della delicata operazione, "Sgancia l'argano e fai abboccare uno di quei pesciolini".

Donovan eseguì la manovra, sudando copiosamente, distratto dal riverbero delle scariche di calore che sempre più intensamente illuminavano la Zona Due e dalle folli manovre del mezzo di superficie impazzito, che però finì col dirigersi verso la barriera laser attiva tra i due grossi minareti all'ingresso dell'area. L'argano si sganciò dalla copertura circolare rimossa, ciondolò sul pozzo spalancato e andò a prelevare uno dei cilindri. A contatto avvenuto, Cellini fece sollevare l'Aquila di qualche decina di metri, poi impresse alla nave una larga virata e la fece allontanare velocemente dal deposito di scorie. "Ben fatto, Mike", si complimentò con suo co-pilota, che aveva sbuffato di sollievo, "Ora andiamo a liberarci di questo ospite indesiderato".

L'astronave sfrecciò oltre le colline lunari, affiancandosi ad un'altra Aquila con il suo pericoloso carico appeso al cavo magnetico. Entrambe le navi stazionarono sulla griglia di dispersione prescelta, dove sparpagliati nella polvere lunare v'erano già molti cask abbandonati, poi sganciarono i rispettivi contenitori di scorie, che finirono tra i piccoli crateri sollevando una nuvola di polvere.

"Addio, piccolo bastardo, sei uno di meno!", esclamò Donovan, già più rinfrancato per la relativa facilità con cui era stato portato a termine il loro primo prelievo, "OK, Tony, torniamo indietro e vuotiamo il nostro pozzo".

Quanto però la Zona Due si profilò nuovamente ai loro oblò la situazione sembrava essere di gran lunga peggiorata. Le scariche azzurrastre si erano intensificate e avevano cominciato ad allungarsi anche verticalmente. Sul deposito pareva essere in corso una furibonda tempesta magnetica.

"Gesù, Tony, non va bene, non va niente bene!", soffiò allibito Donovan di fronte a quello spettacolo impressionante.

"Coraggio, non perdiamo la testa e finiamo il nostro lavoro", ribatté Cellini, a sua volta preoccupato per l'influenza che il campo magnetico stava avendo sugli strumenti di bordo. Quando già l'Aquila era tornata sulla verticale del pozzo, facendosi doppiare nel frattempo dall'altra astronave, diretta oltre, verso un altro sito, una furiosa scarica di lampi accecò i due astronauti per qualche secondo e la nave sbandò paurosamente, costringendo Cellini a lottare sui comandi per mantenere l'assetto. Segnali d'allarme baluginarono sugli schermi ma l'emergenza rientrò subito. Il verricello stava già per fare calare dal telaio l'argano magnetico per il secondo prelievo, proprio mentre l'Aquila al lavoro di fronte a loro si innalzava con il suo contenitore di scorie, quando dal pozzo su cui si librava scoccò un'improvvisa emissione di energia incolore che si propagò a ragnatela verso la nave in allontanamento rapido, avvolgendola in un globo di luce crepitante. L'Aquila perse immediatamente il controllo e il pilota non riuscì neppure a sganciare il cilindro, probabilmente immobilizzato in cabina a causa della forze G dovute all'avvitamento rapido del mezzo spaziale. L'astronave piombò al suolo ruotando su se stessa, il cavo d'acciaio che reggeva il cask avvoltolato ai supporti di atterraggio. La doppia esplosione, della nave e del cilindro di scorie, fu violentissima e spaventosa. Una terza Aquila, al di là della loro portata visiva, si disintegrò in volo raggiunta dalle scariche azzurre seguendo lo stesso tragico destino di quella precipitata.

"Mio Dio!", gridò Donovan, incredulo, che si era fatto scudo sugli occhi con le mani a seguito del bagliore dell'Aquila che esplodeva. Dopo qualche istante il monitor si illuminò, focalizzandosi sui tratti del viso alterato di Paul Morrow. "Alpha a tutte le Aquile! Rientro immediato! Ripeto, tutte le Aquile in rientro immediato alla base! Missione annullata, rientrare alla base al più presto!"

Cellini non esitò ad imprimere all'astronave una stretta virata per togliersi al più presto dall'influenza della Zona Due, tramutatasi di colpo in un vero e proprio inferno. I pozzi di scorie cominciarono ad esplodere ad uno ad uno, le deflagrazioni dei cask a distanza ravvicinata moltiplicarono esponenzialmente la loro portata distruttiva, cancellando letteralmente l'intero deposito in un'unica, apocalittica sfera di energia, che sbocciò come una mostruosa alba atomica sulla faccia oscura della Luna. Le Aquile che non furono coinvolte nella distruzione della Zona Due, spremendo al massimo i loro motori, riuscirono ad allontanarsi a volo radente verso Alpha ma il gioco di forze gravitazionali che stava avendo luogo costrinse tutti i piloti ad effettuare l'allunaggio di emergenza, poiché non era più possibile restare in volo. Alcune navi finirono con lo sfasciarsi tra i crateri, altre furono più fortunate. Alle loro spalle, la Zona Due si trasformò in una catastrofica, inimmaginabile pira di fuoco che si propagò in cielo, cancellandone le tenebre, un osceno bubbone di pura energia che si gonfiò ampliandosi e divorando ogni cosa, autoalimentandosi con una furia annichilente fino ad innescare una sorta di paurosa velocità di fuga orbitale in grado di agire su un intero corpo celeste, che nessun uomo avrebbe potuto descrivere. E nessun uomo tranne il capitano Alan Carter, inviato in orbita per supervisionare l'operazione, poté essere testimone di quell'Armageddon cosmico, sopraffatto dall'azione di forze gravitazionali fuori da ogni controllo... mentre la Luna, la Base Alpha e i suoi 311 componenti umani venivano sparati senza speranza nel cuore dell'infinito, lontano dalla Terra, per sempre.


PARTE QUINTA


SPAZIO


24. Dialogo con John Koenig

Un tenue segno di continuità
che la vista esteriore non può scorgere.

H. P. Lovecraft, Fungi From Yuggoth, XXXVI


13 settembre 1999, il giorno in cui l'incredibile divenne realtà, il giorno in cui i destini di 311 uomini e donne cambiarono radicalmente, il giorno in cui si dovette ricominciare da zero, mutare le proprie coordinate di vita, i propri schemi mentali, i propri desideri per affrontare un avvenire che più nulla di prevedibile o scontato avrebbe avuto. Accettare una condizione che non era più di semplice esistenza ma di sopravvivenza nel senso più pieno del termine. Accettare ciò che non si poteva più cambiare e continuare ad accettare ogni situazione che si sarebbe manifestata anche là dove ogni caratteristica propria della natura umana andava a perdere di significato. Eravamo diventati dei naufraghi, forse anche, non era da escludere, gli ultimi rappresentanti del genere umano... chi poteva dire infatti quali fossero state le conseguenze sulla Terra della catastrofica uscita dall'orbita della Luna e il suo allontanamento vettoriale dal pianeta madre? L'ultima comunicazione ricevuta dal terzo pianeta del Sistema Solare era una speciale del GTV che descriveva terrificanti disastri in atto sulla superficie terrestre, con milioni di morti e distruzione ovunque... e nessuna speranza di salvezza o recupero per i trecento uomini della Base Lunare Alpha, già considerati perduti. Ricominciare da zero... ecco quel che è stato fatto, sotto la miglior guida che si potesse avere, quella di John Robert Koenig. L'ipotesi di sopravvivenza messa in atto, dapprima precaria, traballante, aperta ad ogni nefasta bordata, soprattutto grazie a lui e alla sua forza, alle sue capacità decisionali ed umane, si è potuta così tramutare in una solida speranza per il futuro. Ricominciammo a vivere, proiettati in un vasto e minaccioso universo che dovevamo tentare non di domare ma piuttosto di comprendere, di venire a patti, di accettare... nessuno di noi sarebbe stato più lo stesso di prima. Una volta superata l'emergenza immediata, la disperazione, il terrore, una volta avviata la solida macchina dell'organizzazione vitale, le cose presero a migliorare e la Base Lunare Alpha si trasformò in avamposto semovente di esplorazione profonda dello spazio, con la rimarchevole caratteristica della assoluta casualità di penetrazione cosmica... un'immensa astronave, l'intera Luna, che non si poteva manovrare e su cui non si aveva alcun controllo. Ed ogni singola vita, di quelle trecento ospitate nel complesso lunare, diventava l'elemento più prezioso ed indispensabile per garantire la sopravvivenza delle altre, e andava preservata ad ogni costo. Nonostante tutto, se una lezione dovevamo imparare da quella follia che portò alla grande esplosione dei depositi scorie, il cataclisma inimmaginabile che non poteva accadere e che invece accadde, era proprio quella dell'accettazione. Solo così potemmo guardare avanti, coltivare la speranza di poter trovare un nuovo mondo nello spazio, anche se molti amici e compagni attorno a noi morivano, sopraffatti dalle insidie, dai misteri, dalle ignote manifestazioni di quell'universo non ostile ma indifferente all'umana presenza. Accettare il Grande Mistero, il Tutto Eternamente Infinito così come ogni giorno lo sperimentavamo, spesso a prezzi altissimi... accettare Vita e Morte nelle loro svariate manifestazioni, accettare di vedere ciò che si credeva immutabile mutare, accettare la fluttuazione e il cambiamento di distanze stellari, di moto, di tempo e di spazio, accettare di prendere nuova coscienza delle forze che regolavano il cosmo, accettare la non comprensione di queste forze...

Eravamo ancora vivi. Saremmo sopravvissuti nelle insondabili profondità dello spazio. Forse potevamo considerarci gli Eletti, gli ultimi sopravvissuti della specie umana, avevamo perciò un compito ben preciso, preservare la nostra razza, a tutti i costi. Un compito che toccava tutti, indistintamente... anche me.

Ma io sapevo che un altro tassello si era aggiunto a quelli che indiscutibilmente mi avvicinavano sempre più al giorno della resa dei conti con il mio mortale nemico.


Il cicalino di chiamata del commlock di John Koenig mandò il suo segnale, cogliendolo mentre si avviava a piedi verso il suo alloggio.

Il comandante alzò un sopracciglio, sorpreso, chiedendosi chi potesse essere a quell'ora di cambio turno. Aveva appena lasciato il suo ufficio alla Main Mission per concedersi qualche momento di meritato riposo, dopo aver controllato scrupolosamente assieme a Paul Morrow e Sandra Benes i rapporti finali giunti da tutte le sezione di Alpha sullo status generale delle strutture, duramente provate diversi giorni prima dalla guerra planetaria intercorsa tra i due mondi del sistema Gamma, che aveva rischiato disastrosamente di compromettere la sicurezza della base. (22)

Impugnò lo strumento che teneva al fianco, azionando il pulsante video. Nel piccolo monitor in bianco e nero incastrato sul vertice del commlock apparve il volto di Tony Cellini. Il comandante sorrise, lieto di vedere il vecchio amico.

"Ehi, John", esordì l'astronauta, "Come va?"

"Beh, mi fischiano ancora le orecchie, come a tutti quelli che non sono scesi nei rifugi durante il bombardamento da parte dei Deltani, ma a parte questo va tutto bene. Nessun danno irreparabile alle strutture esterne della base".

"Sono lieto di saperlo", disse Cellini, e dopo un istante aggiunse: "Se non sei troppo stanco mi farebbe piacere scambiare due chiacchiere con te. Non ti posso offrire una vurella, ma forse ti accontenterai di un caffè..."

"Perché no? Sarò al tuo alloggio tra cinque minuti". Koenig chiuse la comunicazione e si diresse verso una fermata del Travel Tube. Il veloce mezzo a cuscino d'aria lo portò al settore alloggi in men che non si dica. Raggiunse l'unità abitativa di Cellini, nel piccolo Quartiere degli Astronauti, denominazione non ufficiale ma accettata da tutto il personale della base. Cellini lo aspettava all'ingresso, facendogli cenno di entrare. Koenig gli diede una pacca sul braccio, percependo sotto la manica arancione una muscolatura d'acciaio.

"Ti trovo bene, Tony", esclamò sorridendo, "Si direbbe che tu ti sia rifatto il fisico qui su Alpha!"

"Qualche ora di palestra con Luke Ferro, che è maestro di kendo giapponese. Ti suggerirei di provare, per distenderti un po' i nervi e non perdere il tono muscolare".

"Non è detto che non lo faccia... un po' di movimento non guasterebbe affatto".

Si sedettero sui comodi divanetti offerti dall'alloggio. Koenig fece vagare lo sguardo sulle pareti e sulle illustrazioni africane, sulla raccolta di armi tribali, sugli innumerevoli oggetti provenienti dal lontano Continente Nero. Non era mai stato nell'alloggio di Cellini su Alpha, ma si accorse che ricordava moltissimo quello che aveva sulla Terra a Houston. Non gli fu difficile individuare anche la raccolta di racconti lovecraftiani sulla mensola piena di libri, il dono della sua defunta moglie all'amico comune.

"Inviti Sir Richard Burton e David Livingstone ogni sera a bere un brandy con te, Tony?", chiese, cercando di ricacciare indietro nella mente il ricordo di Jean Stevens.

Cellini ridacchiò, servendo le tazze di caffè bollente: "Se non sei mai stato in Africa, John, non potrai mai capire".

"Cos'è questo strano odore pungente?", il comandante annusò l'aria, l'attenzione già rivolta alla sicurezza della base di fronte ad ogni dettaglio che potesse uscire dalla norma e costituire un potenziale pericolo. Cellini prese da un tavolo una scatola di legno intarsiato, aprendola. Dentro c'erano dei curiosi, piccoli sigari avvolti da carta velina, da cui si promanava l'acuto odore.

"Sigari di betel, originali indiani, dono di un amico. Vuoi provarne uno?"

Koenig rifiutò, scuotendo la testa: "No, no. Devo già redarguire abbastanza Victor per i suoi pestilenziali sigari Toscani... il betel non fa diventare rossi i denti?"

"Ti riferisci alla foglia che gli indiani usano per avvolgere la noce di arecca con calce viva, che li induce a sputare orrendi boli di saliva rossastra... stai tranquillo, io non darò problemi igienico-sanitari alle ragazze dei Servizi".

"Allora, Tony", riprese Koenig, dopo aver bevuto un lungo sorso di caffè, "Cosa mi racconti? È da un po' di tempo che non ti vedo".

Cellini si allungò sulla poltroncina, congiungendo le dita delle mani a piramide.

"Innanzi tutto vorrei complimentarmi con te per come hai risolto la faccenda dei mondi in guerra fra loro. Sei un ottimo stratega militare... oltre che un dannato imbroglione" (23).

Koenig si schermì, scuotendo la testa: "Lo era Dione, vorrai dire... ho trovato un'istintiva simpatia per Talos, piuttosto. Mi chiedo se fosse solo per il fatto che anche lui era un uomo, come me. Chissà quale delle due parti ha dato inizio a quella gigantesca faida spaziale... ma Victor ha ragione: il loro unico modo di comporre il conflitto è tornare ad unirsi, uomini con donne."

"Suppongo che dai resti delle astronavi possa venir fuori qualcosa di interessante sul livello tecnologico raggiunto dai mondi di Beta e Delta", commentò Cellini, afferrando con falsa noncuranza una cartelletta di plastica posata sul tavolo.

"Le squadre del reparto tecnico stanno appunto studiando a fondo i rottami. Staremo a vedere... okay, Tony, avanti, cosa mi vuoi dire?", il comandante aveva compreso già da un po' che l'amico girava volutamente intorno all'argomento che voleva affrontare con lui. Cellini sorrise e gli porse la cartelletta. Koenig ne estrasse dei disegni, iniziando a sfogliarli attentamente. Erano schizzi, alcuni molto particolareggiati, di astronavi, e un paio di queste sembravano essere proprio i giganteschi incrociatori spaziali di Beta e Delta.

"Interessante. Li hai fatti tu? Questa è la corazzata di Dione, il Satazius..."

"John, guarda bene l'intestazione di quei fogli...", consigliò con calma Cellini, accendendosi lentamente un sigarillo di betel. Il comandante scorse i dati e i numeri nell'angolo alto dei fogli, notando subito alcune parole e date chiave: Ultra Probe Ship-1996-WSC- Sheet 21, Capt. Cellini, Anthony. Aggrottò la fronte, fissando l'amico avvolto da una nuvola di fumo azzurrastra: "Un momento... che vuol dire?"

"Sono fogli strappati dal mio libro di bordo cartaceo, in dotazione all'equipaggiamento della vecchia sonda Ultra. Poiché tutto il materiale video e fotografico del cimitero di astronavi è rimasto a bordo della nave, durante il viaggio di ritorno ho cercato di memorizzare e poi disegnare le sagome di quei mezzi orbitali. Come dovresti ben sapere, John."

"Certo, copie di questi schizzi erano sul tavolo degli inquirenti... ma questa è decisamente un'astronave simile al Satazius di Dione!", constatò stupito Koenig, continuando a sfogliare il plico, "E se gli occhi non mi ingannano... questo è un caccia dei giustizieri di Sidone..."

"... e più avanti un'altra nave molto simile a quella inviata contro la tua Aquila da Atheria", concluse Cellini, rigirandosi il sigaro tra le labbra, "Proprio così, John. E sono tutte navi che ho visto nel cimitero in orbita al pianeta Ultra. Una volta, tempo fa, ebbi anche un incubo notturno, in cui vedevo con gli occhi della mente, o meglio, tramite quelle immagini che mi erano trasmesse dal mostro in virtù di quel legame telepatico instauratosi fra noi, la strage operata a bordo delle navi Betane e Deltane dal mio mostro... le ho riconosciute subito, quelle corazzate, quando sono planate su Alpha, e prima ancora ricordavo le astronavi dei Sidoniani. Erano tutte là, abbandonate e deserte in quella ragnatela orbitale".

Koenig fissò l'amico di vecchia data, assorto: "Dunque, una prova in più a testimonianza di quanto hai sempre raccontato... anche se ora non c'è più nessuno degli antichi accusatori che possa ascoltarti e prendere atto dei propri errori di valutazione", commentò amaramente Koenig.

"Questa è una cosa che non mi interessa affatto... c'è dell'altro comunque". Cellini passò al comandante un'altra cartelletta, questa volta con il logo della base stampato sulla plastica rossa trasparente. Koenig aprì il nuovo plico e si trovò di fronte ad immagini fotografiche ad altissima risoluzione raffiguranti un pianeta dalla superficie bluastra, striato di macchie rosse ed arancioni. Guardò interrogativamente Cellini.

"Già... è proprio il pianeta Ultra", confermò Tony, annuendo e soffiando una nuvoletta di fumo.

"Sì, lo riconosco... le immagini sono simili a quelle che la nave Ultra ha inviato su Alpha prima che i contatti si interrompessero... ma qui la vicinanza è maggiore... credevo non vi fossero documentazioni fotografiche così ravvicinate, che tutto il materiale di studio fosse rimasto a bordo dell'astronave!"

"Ed è proprio così, John", Cellini sorrise, godendosi lo stupore del comandante, "Queste immagini sono state sviluppate solo ieri... dal laboratorio fotografico di Clyde Kander, qui su Alpha".

Koenig trasecolò: "Tony, com'è possibile...?"

"Erano dati contenuti nella memoria del Voyager Uno", lo interruppe incalzante Cellini, "Jim Haines mi ha permesso di assisterlo nello studio dei banchi mnemonici salvati dalla Vagante prima che Queller si lanciasse nel suo volo suicida (24)".

"Ma come poté il Voyager avvicinarsi così tanto ad Ultra, se ancora negli anni Ottanta quel mondo neppure era stato localizzato nei dintorni di...", lasciò la frase a mezzo, comprendendo di stare dicendo una sciocchezza, "Ma sì... il Voyager ha raggiunto evidentemente Ultra in un'altra zona di spazio lontanissima dal Sistema Solare... prima che Ultra si materializzasse oltre Plutone!", Koenig si illuminò, "La tua teoria sul pianeta errante..."

"Sì, John. Il Voyager si è avvicinato ad Ultra quando questo si trovava in chissà quale altro sistema. E solo il fatto che la Vagante era una sonda senza esseri umani a bordo è valso a non farla finire in quella tela del ragno che era il cimitero di navi spaziali in orbita".

"Ultra... è apparso nei sistemi di Gamma, Sidone e Atheria... e in chissà quanti altri prima di Sol", riflettè Koenig, "Dopo la sua scomparsa dai nostri telescopi... potrebbe essere finito chissà dove nella galassia... in cerca di altre prede".

"È così, John", confermò Cellini, gravemente, "Così come ti ho sempre raccontato... una incessante ricerca di prede per il signore incontrastato di quel folle reame che saltabecca nello spazio... un pianeta fantasma, uno specchietto per le allodole cosmico, il miraggio di un'oasi spaziale pronto a trasformarsi in una infernale trappola senza vie d'uscita".

Cellini si alzò, muovendo alcuni passi verso il centro del suo alloggio, mentre Koenig tornava a studiare le immagini fotografiche di Ultra.

"John", riprese l'astronauta, senza voltarsi, "Quando hai avuto quel colloquio con Arra, (25) sulla sua nave, cosa ti ha raccontato esattamente?"

"Arra ha parlato del nostro destino nello spazio. Ha detto che saremmo da considerare ben ingenui se pensassimo che ogni cosa che ci è capitata dall'esplosione che ha lanciato la Luna fuori dall'orbita terrestre fosse stata casuale. Forse intendeva addirittura ogni cosa che ci è capitata prima della catastrofe. Ha prospettato la nostra infiltrazione nello spazio profondo, la colonizzazione di nuovi mondi, l'ampliamento delle nostre conoscenze in tutta la galassia ed oltre".

"Questo per quanto riguarda il futuro... ma non ha parlato invece del passato?"

"Beh, sì, lo ha fatto. Ha voluto sfatare la nostra convinzione che ogni nostra azione giungesse a termine di un procedimento nient'altro che casuale, che quindi tutto quel che proviamo, sperimentiamo e viviamo avesse di contro precisi riscontri con ciò che ci aspetterà. Lo ha chiamato lo Schema delle Cose... tutti noi ne siamo parte, e ha una portata molto più che individuale. Non una sorta di predestinazione... quanto più un evolversi coerente di un cammino che comunque, pur nella sua libertà di progredire, reca già in sé le finalità ultime. Questo mi è sembrato di capire dalle sue parole".

Cellini si voltò: "Io sono profondamente convinto di tutto ciò, John".

Il comandante depose le cartelle sul tavolo, appoggiando la schiena sulla poltroncina e fissando assorto l'ex capitano della Missione Ultra. "Quando la Luna è stata proiettata fuori dall'orbita terrestre, il personale della base si è dimostrato di un coraggio senza eguali, nell'accettare la nostra condizione di vita nello spazio... pur nell'estrema disperazione di dover considerare pressoché impossibile un ritorno a casa. Certo, per alcuni è stato relativamente facile, per altri no... pensa solo al commissario Simmonds (26). Ma tu, Tony, anche se da allora non ci siamo visti molto spesso... sembri aver avuto una reazione contraria rispetto a quella di tutti gli altri. Oggi c'è ancora chi spera, su Alpha, di poter fare rientro sulla Terra o cominciare una nuova vita su un altro pianeta... tu non sembri minimamente dartene pensiero. Se non fosse una cosa assurda da pensare... direi tu, in qualche modo, hai ottenuto un misterioso guadagno dopo il 13 settembre 1999".

"Non sbagli, amico mio", rispose Cellini a bassa voce, "Credo in ciò che ti ha detto Arra e penso che per me valga in modo particolare. Ogni mia azione, ogni mio pensiero, dopo la Missione Ultra, ha avuto una finalità esclusiva... e sai, John... ora che con lucidità posso guardare al mio passato, ritengo che questo processo fosse in atto anche prima. Ho conosciuto un uomo, in Africa, prima del lancio, un Masai che non parlava neppure la nostra lingua... uno sciamano molto importante per la sua tribù delle terre oltre lo Tsavo... lui mi ha messo in guardia, mi ha detto che avrei dovuto affrontare qualcosa di demoniaco, lassù nello spazio, che avrei dovuto farlo comportandomi da guerriero, senza permettere che quell'entità mi sopraffacesse interiormente. Aveva ragione, su tutto... io lotto ancora nelle mie notti per evitare che la mia mente ceda a quell'influsso maligno. Una lotta in posizione di difesa... ma pronta anche all'attacco finale. Che avverrà, John, presto o tardi".

"Non mi avevi mai parlato di questo, Tony... di quest'africano che ti avrebbe predetto in qualche modo il futuro".

"Lo conobbi il giorno stesso in cui seppi che Dixon aveva dato il via libero alla Missione Ultra, poco prima di chiamarti, ricordi? Ngaia il Masai era riuscito a prevedere anche il destino del nostro astronauta Michael Donovan, che era con me in quella vacanza in Kenya, avvertendolo di stare alla larga dalla luce arancione di morte, ma lui non gli diede credito... come avrebbe potuto, del resto?".

"Donovan è morto infatti a causa del raggio arancione emesso dalla sonda tritoniana (27)... ma ascolta, Tony. Tu pensi che nel tuo caso le parole di Arra... debbano intendersi come la previsione di un nuovo incontro con il tuo mostro? Con ciò che tu stai aspettando disperatamente da cinque anni?"

Cellini restò in silenzio, limitandosi ad annuire, il sigaro di betel che bruciava fra le sue dita.

"Siamo lontani anni-luce dall'ultima posizione a nostra conoscenza di quel mondo...", gli rammentò Koenig.

"Che scomparve, come io ti avevo predetto... ora potrebbe essere ovunque. Molto lontano... molto vicino".

"Sì, lo avevi predetto... anche se è difficile poter ammettere la possibilità della smaterializzazione di un intero pianeta e la sua capacità di teleportarsi da un punto all'altro dell'universo".

"V'è forse qualcosa di credibile in tutta la mia storia, John?", sorrise l'astronauta, avvicinandosi alla panoplia sul muro dove era appesa la scure africana donatagli dallo sciamano Masai, "Comunque, ti ho voluto parlare perché credevo ti interessasse sapere queste ultime cose riguardo la mia vicenda. Mi rendo conto che le ultime incombenze dopo i danni arrecati dai bombardieri di Beta e Delta devono averti stancato. Perciò ti ringrazio di essere venuto. Per quanto riguarda il futuro e questa sorta di continuità che sembra legare ogni avvenimento connesso a me... staremo a vedere".

Koenig si alzò, avvertendo la stanchezza serpeggiargli non solo nelle membra ma anche nel cervello... forse era anche un po' intontito dall'aroma penetrante del sigaro indiano. La storia di Tony Cellini aveva il potere di provare sia fisicamente che mentalmente ma il comandante era lieto di aver saputo che altri particolari emersi tendevano ad appoggiare sempre di più la sua versione dei fatti. Non aveva mai dubitato del racconto di Cellini... anche se non era mai del tutto riuscito ad accettare l'idea del mostro tentacolato che faceva strage di astronauti. Ora gli era più facile farlo, anche se non poteva immaginare come una cosa del genere avrebbe potuto manifestarsi nuovamente in futuro. Mentre si avviava alla porta dell'alloggio di Cellini, dopo averlo salutato, fu colto da un pensiero improvviso.

"Tony...", tornò a voltarsi verso l'astronauta, "Quel legame telepatico che dici di avere con quell'essere... oh, può darsi che stia dicendo un non senso ma... non credi possa costituire una sorta di... come dire... catalizzatore, di bussola mentale... qualcosa che effettivamente deponga a favore di un altro incontro?"

"Ci ho pensato spesso, John... ma gli incubi da alcune settimane si sono manifestati con minor insistenza. Ho avuto qualche notte tranquilla".

"Dunque... ne stai uscendo, finalmente?"

"Forse gli incubi non sono più necessari... potrei essere vicino alla fonte", fu la fredda risposta dell'astronauta.

"Potremmo correre pericolo, noi tutti, su Alpha, se questo collegamento tra te e il mostro si rivelasse davvero una specie di segnalatore, di tracciatore fra voi due... lo strumento per non perdervi di vista o peggio ancora... per potervi ritrovare negli abissi dello spazio. Non hai pensato che il pianeta Ultra, dato per scontato che quanto dici sia vero, potrebbe materializzarsi nei dintorni della Luna, o lungo la sua traiettoria... il pianeta, o solo il mostro? Che quell'essere, in qualche modo... ti stia cercando?"

"Lo spero, John", il dito di Cellini scivolò sulla lama dell'accetta, avanti e indietro, minaccioso, "Lo spero proprio, amico mio... e che mi trovi presto".

25. La cappella

Ma poi mi resi conto che quei raggi
attraverso la cupola del cosmo
mi stavano richiamando alla mia casa
lontanissima e persa.

H. P. Lovecraft, Fungi From Yuggoth, XXXV


C'era un locale su Alpha, allestito lontano da ogni settore operativo, in un'area isolata ma facilmente raggiungibile dalla metropolitana della base, a sole due fermate dalla Main Mission . Si trattava di una specie di cupola dal soffitto trasparente, affacciata sull'immensità dello spazio stellato. In origine, doveva essere la cappella ufficiale, dove veniva celebrata la messa quando ancora la Luna orbitava attorno alla Terra. Il personale della base, formato prevalentemente da scienziati, quindi piuttosto refrattari nel credere in qualsivoglia divinità creatrice, non era solito affollare la cappella, tanto più che si era presentato fin dall'inizio il problema dell'eterogeneità razziale e del conseguente credo religioso diverso per molti dell'equipaggio. Si era quindi deciso di adibire il locale a semplice luogo di ritrovo interiore, aperto a tutti e privo di ogni vero simbolo religioso riconoscibile. L'esperienza che avevamo vissuto all'interno del sole nero (28), centoventi giorni dopo l'abbandono dell'orbita terrestre, aveva poi praticamente omologato ogni fede religiosa ad un'unica, generale fiducia in una inconoscibile ma vitale essenza cosmica, percepibile ma priva di reali connotazioni specifiche. Nella cappella quindi non si teneva alcuna funzione religiosa ma era aperta a chiunque volesse ritirarsi per restare solo coi suoi pensieri .

Proprio in quel luogo, intimo e separato dalla routine dei vari settori di Alpha, le cui luci inserite nei pannelli erano tenute basse e in tonalità verde per favorire il raccoglimento, riposavano in pace coloro che avevano perso la vita nel vagabondaggio della Luna attraverso gli abissi cosmici. Originariamente, le salme di chi moriva per qualsiasi circostanza su Alpha erano immediatamente trasportate sulla Terra a bordo di un'Aquila e seppellite sul pianeta natale, in quanto pochi del personale avevano compilato la clausola di contratto che prevedeva la possibilità di essere tumulati nello spazio. Ma dopo che il satellite era stato scagliato dalla grande esplosione alla deriva nel cosmo, si era reso necessario pensare alla creazione di un cimitero alphano, che potesse essere visitato da chiunque avesse perduto un amico o un collega, in modo da mantenere viva la memoria del defunto. Scartata l'idea di scavare il camposanto nella roccia lunare all'esterno della base, che oltre al dispendio di mezzi ed energia sarebbe stato difficilmente visitabile e sempre col disagevole utilizzo dello scafandro, si era optato infine per le pareti della cappella, che avrebbe accolto così i resti dei deceduti. Inevitabilmente, per i problemi di ristretto spazio vitale, i corpi sarebbero stati cremati... e spesso non era possibile effettuare neppure quell'operazione, dato che la stragrande maggioranza dei nostri morti erano astronauti-piloti, il cui corpo era andato disperso nello spazio, durante voli di battaglia o di ricognizione, nella distruzione delle loro astronavi.

Le urne, per lo più vuote, erano inserite perciò nelle due pareti lunghe del locale, contrassegnate da una fotografia e dalle date di nascita e morte. Ovunque, dove era stato trovato spazio, erano depositate composizioni floreali recuperate dalle serre idroponiche, oppure piccoli oggetti personali appartenuti ai defunti. La trasformazione della cappella da luogo di culto a piccolo mausoleo funebre ci aveva portato a frequentare molto di più il locale, dato il grandissimo legame di solidarietà reciproca instauratosi tra di noi dopo la catastrofe del 13 settembre 1999.


Tony Cellini entrò nella cappella, chiudendosi le porte alle spalle per evitare che l'intensa luce del corridoio esterno si riverberasse nel piccolo santuario silenzioso. Fece il giro largo, in modo da giungere al vano che ospitava i suoi amici e colleghi astronauti prima di uscire. Una delle molte tradizioni nate tra gli Alphani, scrupolosamente seguita da ognuno, in modo da poter far visita e rendere omaggio a tutti i trentacinque defunti e non solo ad uno in particolare. Lo sguardo dell'astronauta corse sulle immagini di volti noti, sebbene non legati a lui da intima amicizia, dato l'isolamento che si era riservato fin dal suo arrivo su Alpha. Molte di quelle morti erano avvenute in modo violento, spesso intimamente legate ad un pericolo mortale che aveva minacciato la comunità della base lunare. Cellini vide i nomi dei tecnici periti a causa del contagio magnetico scaturito dalla Zona Due, Jim Nordstrom e Karl Steiner, quello dello sfortunato Jack Crawford, morto prima di poter assistere alla nascita di suo figlio Jackie (29), di Ted Clifford, usato dai Tritoniani come computer-vivente (30), poi ancora quello del famoso professor Ernest Queller, che viveva su Alpha sotto falso nome per far dimenticare a tutti la catastrofe legata alla sua invenzione, la propulsione neutronica Queller (31), di Anton Zoref, diventato una pila atomica vivente a causa di un misterioso agente alieno, che Alan Carter era stato costretto, con grande rammarico, ad uccidere (32), del botanico Dan Mateo, la cui tragica ed assurda vicenda soprannaturale aveva commosso l'intera base (33)... e vide anche le vittime di questi ultimi due colleghi, diventati mostri involontari, Mark Dominix e Hilary Preston, uccisi da Zoref nel tentativo di assorbirne l'energia vitale, il dottor James Warren e Laura Adams, che lo spirito vivente prima del tempo di Mateo aveva condotto alla morte portando a termine gli istinti violenti dello stesso botanico... di molti di loro non era rimasto nulla che si potesse raccogliere per una degna cerimonia funebre.

Cellini si spostò all'altra parete, pensando nel frattempo ai suoi compagni di missione, che giacevano da anni insepolti sul pavimento della nave Ultra, scarnificati dalle fauci di fuoco del suo nemico. Un groppo gli strinse la bocca dello stomaco, cercò di scacciare quel macabro pensiero. Il suo sguardo abbracciò la parete di sinistra, scorgendo i visi di antichi amici e colleghi astronauti, molti dei quali vittime delle radiazioni elettromagnetiche che avrebbero fatto saltare in aria la Zona Due e già selezionati per formare l'equipaggio per la Missione Meta: Eric Sparkman, Frank Warren, Guy Collins tra gli altri che erano scomparsi in seguito alle deflagrazioni della Zona Due, poi Mike Ryan, che aveva tentato un primo disastroso approccio al sole nero, Steve Abrams, annientato dalla terribile Spinta Queller del Voyager Uno, gli inseparabili Wayland e Cousteau, stritolati dalla potenza del Cervello Spaziale, il povero Dwayne Kelly, involontario strumento di fallimentare comunicazione con lo stesso Cervello (34), Sandos Bowler, regredito geneticamente ad ominide primitivo a causa delle nebbie del pianeta Rheta (35), Mike Baxter, che aveva imparato a rispettare e a considerare più che un semplice collega, ucciso dal folle psicopatico extraterrestre Balor di Progrom (36)... ed infine giunse all'urna che era venuto a trovare, quella del suo vecchio amico Michael Donovan.

Si soffermò davanti all'immagine di Donovan, che sorrideva in modo vacuo davanti alla macchina fotografica, poggiò una mano sul rettangolo di plastica che ospitava le ceneri dell'astronauta.

"Avrei potuto evitarlo, amico mio...", pensò Cellini, tristemente, "Se solo in quel momento non fossi stato immerso nella terapia del sonno prescritta dalla dottoressa Russell... avrei capito cosa ti sarebbe successo, Mike, lo avrei impedito, anche con la forza!"

Donovan era stato inviato in missione su un'Aquila con Alan Carter, 133 giorni dopo l'abbandono dell'orbita terrestre, per indagare sul campo gravitazionale che aveva avvolto la Luna, giunta in prossimità di una sonda del pianeta Tritone. La sfera di energia arancione aveva colpito l'astronave con un raggio modulato, per impedirne l'avvicinamento, e l'aveva scagliata violentemente indietro... salvo prodigarsi affinché la nave non si schiantasse sul suolo lunare ma planasse senza danno per l'equipaggio. Purtroppo, l'impatto era stato comunque violento. Donovan aveva perso la vita sul colpo, e Carter stesso aveva subito lesioni che gli provocavano intensi dolori alla cervicale ancora adesso. Il comandante Koenig aveva comunicato personalmente la notizia a Cellini, ben sapendo della loro amicizia, subito dopo il risveglio dell'astronauta dalla terapia del sonno. Si era trattato di un incidente, poiché i Tritoniani non volevano la morte degli uomini di Alpha, sebbene due fossero state le vittime di quell'avventura: oltre a Donovan aveva perso la vita anche il tecnico Ted Clifford (37). Quando il comandante gli aveva narrato l'esperienza con la sonda aliena, che aveva avvolto la Luna con il suo accecante raggio arancione, in grado di abbattere le Aquile in volo, a Cellini era subito tornata in mente la profezia di Ngaia nei confronti di Donovan, risalente a cinque anni prima: "Attento alla luce dorata, stanne lontano o ti porterà alla morte", queste erano state le parole dello sciamano africano.

"Forse te ne eri dimenticato, Mike, o non hai pensato potesse essere più veritiera della mia battuta sulla pericolosità del costume iridescente della tua Mwali", Cellini sorrise appena al ricordo, "E comunque, questa sembra essere la prova che è inutile lottare col proprio destino... possiamo solo sperare di forzarlo a nostro vantaggio, quando siamo già coscienti di ciò che ci aspetta".

Cellini sedette su una poltroncina proprio davanti all'urna dell'amico scomparso, continuando il suo discorso mentale ad un solo senso: "Ed io so cosa mi aspetta... il momento finale si sta avvicinando. Non posso permettermi né ho interesse a chiedermi il perché le cose d'ora in avanti si svilupperanno in una certa maniera... saranno altri a cercare le risposte al mistero. Quel che interessa a me è il confronto con il mio nemico, l'ultimo combattimento. Porre fine al mio incubo personale, ad ogni modo, anche se dovessi morire nel tentativo. Non mi importa, la mia vita non ha più un significato suo... se non quello di vendicarmi. Solo una cosa mi chiedo, Mike... andrò lassù per uccidere il mostro e farla finita per sempre oppure sto davvero agendo come se credessi che l'essenza di Monique ancora viva di qualche misterioso tipo di esistenza, preservata sottoforma di energia vitale da quella creatura? Forse è a lei che voglio tornare... o meglio, è lei che voglio liberare definitivamente, concederle il riposo eterno... a questo non so rispondere, Mike. Tu conosci la risposta?"

Il leggero fruscio dei pannelli elettronici che si aprivano fece trasalire l'astronauta, inducendolo a voltarsi di scatto. Sulla porta della cappella era apparsa una minuta ragazza Alphana dai lisci capelli neri e la manica gialla. Cellini la riconobbe, nella penombra del locale: era Eva Zoref, analista dati in forza al settore del radiotelescopio, vedova di Anton, il tecnico della distrutta Area Generatori Tre che si era tramutato in un mostro assassino dopo che un'entità aliena lo aveva posseduto per assorbire calore umano nel tentativo di rigenerarsi. Probabilmente Eva era adesso la donna più sola del personale della base, ancor più solitaria dello stesso ex comandante della nave Ultra, poiché dopo la morte del marito si era chiusa profondamente in se stessa, rifiutando di partecipare alla vita della comunità di Alpha al di là della semplice esecuzione dei propri compiti lavorativi. La morte di Anton Zoref era stata una vera tragedia per tutti, data la sua ineluttabilità, paragonabile forse solo a quella del botanico Dan Mateo. In entrambi i casi nessuno aveva saputo come fare per aiutare i due uomini in balia di sconosciute forze estranee, che li avevano portati ad uccidere per sopravvivere altri sei Alphani... Zoref era stato fulminato dal laser di Alan Carter mentre stava per aggredire il comandante Koenig, nel tentativo di "ricaricarsi" di energia vitale per poter spalancare i portelli dell'Area Generatori e assorbire lo spaventoso potenziale energetico lì prodotto. Nell'esplosione dell'Area si era temuto che Alpha stessa potesse essere distrutta ma fortunatamente la reazione a catena era stata molto circoscritta. Cosa esattamente fosse successo, durante quelle ore critiche, era noto solo a Koenig, Carter, Bergman e ad alcuni agenti del servizio di sicurezza, ma tutti avevano visto la sfera di luce azzurra, quella stessa avvistata il giorno prima, levarsi dai resti dell'Area Generatori Tre e scomparire nello spazio, evidentemente satura di potenziale energetico. Secondo Bergman, ma l'ipotesi aveva più del trascendentale che dello scientifico, si sarebbe trattato di un processo vitale ai suoi primordi, il primo passo nell'evoluzione di una sconosciuta manifestazione di vita, l'anima stessa di ciò che forse sarebbe diventata una stella...

Eva Zoref fece un silenzioso cenno di saluto col capo verso Cellini, poi andò a sedersi davanti all'immagine del marito, dando così le spalle all'astronauta.

"Se Bergman avesse ragione, allora davvero si potrebbe parlare di continuazione della vita sottoforma di energia", pensò Cellini, "Un qualcosa dell'originale essere vivente potrebbe conservarsi anche nella nuova forma, generare una sorta di continuità esistenziale... nulla si crea e nulla si distrugge... e allora potremmo ancora continuare a pensare alla morte come ad un taglio netto? Quella sfera di energia azzurra potrebbe aver conservato l'essenza di Anton Zoref così come... così come quella creatura potrebbe aver fatto la stessa cosa con Monique... imprigionandola in sé? Allora io non sarei più Tony Cellini il vendicatore bensì... com'era quel termine usato da Kubal, quella notte al Magic Tsavo?... Mbarak... il liberatore. Sto andando a liberare Monique, e tutte le altre vittime di quella cosa orrenda che di loro si è cibata, si sta cibando! Dunque, gli incubi che mi assalgono la notte, le immagini che si sviluppano nel mio cervello su impulso del mostro potrebbero dire il vero. Un'esca per attirarmi, comunque... Ad ogni modo... io devo essere là... nella sonda Ultra, la mia lontana casa, cui mi sospinge un mai celato richiamo, ad attendere che si manifesti quell'essere... a porre fine al suo dominio! E tu, Eva Zoref... quali sogni o incubi devi fronteggiare, a cosa ti aggrappi per poter tirare avanti senza tuo marito, senza avere risposte su quanto gli è accaduto? Ti può essere d'aiuto pensare che Anton in qualche modo esista ancora, su un altro inconoscibile piano di esistenza, nelle vaste profondità dello spazio? Come siamo simili, io e te, costretti a condividere senza avere certezze una speranza valida solo per noi... reale come può essere reale un bel sogno, forse... o un incubo, come nel mio caso..."

Istintivamente, Cellini si alzò, percorse l'intera parete funeraria e andò a sedersi accanto alla silenziosa vedova, che ebbe un leggero sussulto. I suoi occhi lucidi brillarono nella penombra quando l'astronauta le fu vicino ma non disse nulla, tornando a fissare l'immagine del marito. Cellini attese qualche istante, poi poggiò delicatamente la mano su quella della donna, abbandonata sulla gamba. La sentì calda sotto la sua, poi avvertì una leggera stretta da parte di lei e le loro dita si intrecciarono dolcemente. In silenzio, Tony le circondò le spalle con l'altro braccio, lasciando che Eva poggiasse dopo qualche secondo il capo accanto al suo. Nessuno dei due parlò... non fu necessario, non almeno a livello verbale.

Restarono così per molto tempo, seduti vicini nella penombra della cappella immersa nel verde riverbero, sotto la volta brillante di stelle, sotto quel cosmo sconfinato e indifferente che aveva sottratto ad entrambi la persona più cara.

26. L'uomo nero oltre il muro del sonno

Spesso mi sono chiesto se la maggior parte del genere umano si sia mai soffermata a
riflettere sul significato dei sogni, sovente colossale, e sul mondo oscuro cui appartengono.

H. P. Lovecraft, Beyond the Wall of Sleep


Conoscevo quel posto.

Lo conoscevo perché vi ero già stato in precedenza e quell'unica visita era bastata per imprimermelo profondamente nell'animo, legandolo per sempre al mio spirito. Impossibile dimenticarlo. Era la vasta pianura africana del Kenya, in territorio Masai, con le sue torride savane dai contorni tremolanti per le ondate di calore, il suo spazio immenso punteggiato di zebre ed antilopi, il suo orizzonte azzurrino che si condensava nell'imponente sagoma del Kilimanjaro, cristallizzato nel cielo, padrone assoluto di quella sconfinata terra vecchia di millenni eppur sempre uguale. Mi trovavo proprio nei pressi del boschetto di nyika dove era avvenuto il mio incontro col gigantesco elefante stanziale che aveva cercato di caricarmi una volta che avevo puntato il fucile. Ma la selva di arbusti spinosa scivolò via sotto di me, come se mi trovassi molto più in basso rispetto alla sua posizione sopraelevata. La pianura piatta si spostava velocemente, o forse io mi stavo muovendo, galleggiavo spinto da chissà quale forza, in direzione dell'orizzonte. Il cielo si stava oscurando in un rapido tramonto, il panorama diventava sempre più sfumato nelle tenebre e presto non vi fu che il buio e la sensazione del vasto spazio senza riverberi che tutt'intorno si estendeva, come un oceano di terra riarsa dal sole ora scomparso. D'improvviso vidi tre colossali fuochi brillare avanti, incendi circoscritti di luce arancione, ne sentii il furioso crepitare nella notte. La sensazione di movimento gradualmente scemò, fino ad arrestarsi del tutto.


Tony Cellini avvertì un contatto sotto i suoi piedi nudi...

"Piedi nudi?"

... il tepore del suolo cosparso di erbe secche, l'odore, mai dimenticato, del selvaggio, della vita e della morte, l'odore dell'Africa. Le gigantesche pire infuocate illuminavano una grande capanna circolare a pochi passi da lui, fatta di canne e giunchi intrecciati, che sorgeva proprio al centro dell'area triangolare delimitata dai tre focolai crepitanti. Superò la barriera di luce e calore, passando attraverso le due colonne di fiamme, muovendosi verso il nero ingresso della capanna. I giochi di luce rossastri si riflettevano sul suo pigiama di tessuto azzurro, con lo stemma UJC sul petto, in dotazione ad ogni alloggio della Base Lunare Alpha...

"In pigiama, qui, in Africa...?"

... ma non riuscivano a scacciare le tenebre della rettangolare apertura della capanna. Tuttavia, era lì che era stato portato...

"Da chi? E perché?"

... e lì doveva entrare, senza remore alcuna. Varcò la soglia di quella misteriosa capanna e proprio in quell'istante udì una fragorosa risata, quel tipo di risata piena e profonda che sembra caratteristica della gente di colore. Il vano in cui era entrato si illuminò di colpo...

"Impossibile... quasi qualcuno avesse acceso una luce elettrica... ma qui?"

... rivelandone l'interno, coperto di pelli di animali selvaggi sul pavimento e sulle pareti di giunco, sostenute da lunghe aste e lance intrecciate, strani mascheroni oblunghi di materiale nero che lo fissavano in circolo, piccoli feticci in legno dalle fattezze mostruose, diversi bassi bracieri accesi e al centro, proprio davanti a lui, una sorta di trono fatto di zanne d'avorio giallastro incastrate ad arte fra di loro, con ricurvi spunzoni che si proiettavano in alto e ai lati, sui braccioli. Su quel trono, seduto compostamente e avvolto nello scarlatto lubega, il viso d'ebano dipinto di curiosi tatuaggi verdi e bianchi, stava l'alta figura di Ngaia il Masai, la pelle liscia delle sue braccia e gambe nude resa lucida dal riverbero delle fiamme, gli occhi come neri pozzi insondabili, al suo collo, legata da una cordicella, la pietra lunare che l'astronauta gli aveva donato cinque anni prima. Lo sciamano emise ancora una lunga risata, facendo cenno con una mano di avvicinarsi.

"Uomo delle stelle... tu sia il benvenuto nella dimora di Ngaia, sotto la Montagna della Grandezza", esclamò la regale figura, con quel tono di voce musicale che non si poteva scordare, ma questa volta in perfetto inglese.

"Ngaia? Sei tu? Ma... come è possibile? Dove sono? Tu... io comprendo le tue parole!"

Lo sciamano Masai scoppiò ancora a ridere, più dolcemente. Gli fece cenno di sedersi su una pelle di zebra a terra, proprio davanti a lui, si sporse lentamente, afferrandogli le braccia e sputò sul suo collo, sorridendo.

"Benvenuto, fratello mio, benvenuto in questo luogo che tu hai amato".

Strinse le mani sulle sue braccia e a sua volta egli strinse le sue, per accertarsi della sua realtà, della sua consistenza fisica. Restituì il saluto, ma ancora non credeva ai suoi occhi.

"Ah, uomo delle stelle... è tutto vero. Siamo qui, nella nostra casa, sul tuo mondo natale. Ma vedi, amico mio, alla fine si tratta di un sogno", disse Ngaia, tornando ad appoggiarsi con la schiena sul trono d'avorio.

Lo colpì l'inflessione, il tono delle sue parole... così occidentale, così americano. Non avrebbe mai immaginato un Masai potersi esprimere in quel modo, utilizzare quelle parole. Uno strano contrasto, inquietante.

"E poiché è un sogno, un tuo sogno", riprese Ngaia, quasi avesse letto nei suoi pensieri e facendogli beffardamente l'occhiolino con fare complice, "tu lo percepisci esattamente come la tua mente ti consente di percepirlo. Non ti è mai capitato di sognare cose impossibili? Ecco, io parlo la tua lingua... non è divertente, forse?". Rise ancora, mostrando i denti di un bianco abbagliante.

"Ti prego, spiegami...", iniziò, ma si interruppe, non sapendo che altro aggiungere.

"Sì, fratello, ti spiegherò... perché non abbiamo molto tempo a disposizione. Ti ho raggiunto, grazie all'energia contenuta nella pietra lunare che mi regalasti, ti ho molto cercato nel vasto abisso senza luce... tu eri perso nell'oceano di stelle e non è stato facile ritrovarti... ma ora sei qui... ti ho riportato indietro... solo per pochi istanti".

"Sono... sulla Terra? Ma la Luna, la catastrofe...".

"Sei sulla Terra... ma in un sogno. Tornerai là dove in realtà ti trovi, uomo delle stelle, ed io temo che non potrò più raggiungerti in seguito. Ma parliamo, ora che tu ti trovi qui, amico mio".

Ngaia lo fissò, simile ad un antico idolo millenario dalla lustra superficie nera, foggiato dall'essenza stessa della notte africana. Giocherellò con la pietra lunare al collo, senza smettere di fissare il suo ospite.

"Strana la notte, senza il vigile occhio della Luna che faceva brillare evanescenti i ghiacci della Montagna della Grandezza... tenebre fitte ovunque, e grandi pericoli, nuovi pericoli. Animali impazziti, venti implacabili e grandi mareggiate sulla costa... la terra ha tremato, ha scosso la pianura immota e le montagne... nuovi demoni hanno popolato la savana, distruggendo chi si dedica alla pastorizia e alla coltura dei campi... un grande lavoro per Ngaia, fratello mio, proteggere la sua gente, sopravvivere, procurare il cibo ogni giorno, affrontare i demoni notturni... lotta dura, come per voi, lassù sull'astro vagante, per restare in vita".

"Le ripercussioni naturali dopo l'uscita dall'orbita terrestre della Luna... terremoti, distruzione, catastrofi, forse mutazioni animali... cosa dev'essere stato, quaggiù, sulla Terra, vivere le conseguenze di quell'esplosione lunare?"

"Tutti noi dobbiamo lottare, fratello... combattere i nostri demoni... io ho il mio, e presto dovrò incontrarlo... ma ora si avvicina il momento in cui tu dovrai affrontare per la seconda volta il tuo nemico, uomo delle stelle".

"Come lo sai?"

Ngaia rise piano: "Non tutti possono diventare sciamani o hanno il dono della seconda vista e possono prevedere le cose... Ngaia sì", l'uomo nero perse di colpo il suo aspetto affabile, il suo viso divenne una maschera d'ebano non differente da quelle appese sulle curve pareti di giunco della capanna, "Tony Cellini, fratello mio, sei pronto per questa prova?"

"Sì... sono anni che lo sono!"

"Un guerriero... questo dovrai essere, per poter vincere. Combattere Mbatian, che ti aggredirà nei tuoi sensi interiori, e cercherà di indebolire la tua volontà, come fecero i leoni di Tsavo. Dovrai essere non solo coraggioso ma anche forte, saldo, fermo nelle tue intenzioni. Non perdere la tua identità, non permettere che ti sopraffaccia dall'interno, non dimenticare chi sei realmente, non credere alle sue illusioni e ai suoi inganni. Colpisci duro, fratello mio... colpisci a fondo!"

"Quando sarà?"

"È imminente. Troverai la risposta al grande quesito che da anni ti tormenta".

"Il grande quesito...?"

"La donna, uomo delle stelle. Ti sarà dato di sapere... ma non lasciarti ingannare, fratello, non cedere alle lusinghe di Mbatian!"

"Monique... lei è viva? Voglio dire, in qualche modo... esiste ancora?"

Ngaia tornò a sorridere: "Molto tempo fa Dio disse all'uccello holawaka di farsi suo messaggero e di annunciare agli essere umani che una volta diventati vecchi e prossimi alla morte sarebbe bastato cambiare pelle per rivivere nuovamente la loro giovinezza. Ma l'uccello holawaka si fermò da un serpente che si stava cibando, chiedendo per sé un po' di carne in cambio della rivelazione del messaggio di Dio. Poiché il serpente gli diede parte del suo cibo, l'uccello gli disse che gli uomini sarebbero invecchiati e morti, mentre invece il rettile avrebbe cambiato pelle e vissuto per sempre giovane. Dio si adirò per questo, ma il messaggio divino era stato trasmesso e non poteva essere cambiato. Così gli uomini ora invecchiano e soffrono e i serpenti no. Dio maledisse l'uccello holawaka con terribili dolori al ventre, così che ora vola tra gli alberi urlando wakatia-a-a, e cioè Dio aiutami! Ma, amico mio, questo è accaduto sulla Terra... lassù tra le stelle, l'uomo muore... ma non la sua luce interiore. Quella sopravvive per sempre, anche se ora la luce interiore della donna che ami è prigioniera del tuo nemico".

Ngaia alzò una mano, distendendo il palmo verso Tony Cellini.

"Devi andare, adesso. Non mi è più possibile mantenere il contatto. Addio, uomo delle stelle... fratello di Ngaia nello spirito. Cercherò di essere con te nuovamente, quando ne avrai il bisogno. Sii forte. Non cedere all'inganno. Colpisci a fondo. Ed ora, va' e combatti!"

Lo sciamano Masai, la capanna, la savana, tutto fu repentinamente risucchiato nelle tenebre, che inquinarono ogni cosa davanti a lui, soffocando e inghiottendo il vasto panorama africano. Dal quel caotico buio senza riverberi udì ancora la voce di Ngaia.

"Dimenticherai ciò che dovrai portare con te, ma avrai una seconda possibilità!"

Poi d'improvviso un agghiacciante urlo elettronico esplose nella notte, un ululato distorto e frastornante, a lui ben noto. Davanti ai suoi occhi apparve una girandola luminescente, fatta di affilati barbagli luminosi, in vorticosa rotazione. Il misterioso effetto cacofonico che preannunciava l'apparizione del mostro. Era lì. Il suo mortale nemico era lì. Doveva affrontarlo, ora. Ma non possedeva armi... si guardò intorno. La girandola di luce gli martellò occhi e cervello, più vicina, avvertì il vento demoniaco e l'orrido lezzo della creatura ma c'era qualcosa che non andava, qualcosa di incomprensibile. Gli sembrava di vedere vagamente l'interno della nave Ultra ma era come se l'immagine si sdoppiasse, rivelandosi quella del suo alloggio sulla Base Lunare Alpha, intimamente fuso alla sua vecchia nave in un gioco di dissolvenze incrociate. Il gorgo di luce brillò davanti a lui, troppo vicino. Balzò a lato, urlando, sentì una superficie dura alle sue spalle, sulla quale prese a scivolare verso destra. Inciampò nel suo letto sfatto...

"... un letto, sulla nave Ultra? No, non sono sull'astronave... sono su Alpha!?!"

... sentì sulla schiena l'angolo acuminato di un quadro appeso ad una parete dai pannelli verdastri e poi il contatto con qualcosa di duro, freddo e acuminato. Senza neppure guardare fece scattare la mano, che si afferrò al manico dell'accetta africana affissa sul muro.

"Finalmente, un'arma!"

Bramoso di uccidere, lanciò un grido roco, più simile ad un ringhio animale, e si scagliò contro il mulinello luminoso, brandendo la scure e tagliando l'aria con furiosi fendenti diretti al cuore del nemico. La girandola di luce sparì di colpo, lui perse quasi l'equilibrio per la foga dell'attacco e per un attimo gli parve in modo chiaro di essere esattamente dov'era, nel suo appartamento su Alpha, l'immagine della nave Ultra svanì nel nulla. Ma la creatura no. Udì il grido elettronico, il vento infernale gli morsicò la schiena come in una gelida morsa. Si voltò di scatto e colpì ripetutamente nel vuoto con la scure. Ancora una volta la luce scomparve, e con essa i terrificanti rumori, solo per manifestarsi nuovamente accanto alla colonnina di comunicazione dell'alloggio. Ruggendo come un animale, Cellini si scagliò verso l'anemone di luce vorticante, prendendo la rincorsa e vibrando un colpo formidabile. L'accetta africana colpì il commpost e affondò nel pannello, rimanendovi saldamente conficcata. Nell'urto poderoso i muscoli delle braccia e delle spalle dell'astronauta subirono il doloroso contraccolpo. Cellini gemette, afferrandosi con entrambe le mani alla colonnina, ricoperto di sudore, ansante. Ora non udiva più i suoni terrificanti né vedeva intorno l'alone luminescente. Si sentì perfettamente sveglio ed esausto, privo di fiato. Accese le luci dell'alloggio e come in preda all'intontimento mosse qualche passo verso il centro della stanza. Un cicalino elettronico richiamò la sua attenzione al commpost e uno degli schermi, proprio al di sopra dell'ascia conficcata nella plastica, si illuminò mostrando il volto serio della dottoressa Helena Russell, dal Centro Medico di Alpha.

"Cellini, tutto bene?", chiese la donna, con tono professionale.

"Sì. Sto bene, grazie, dottore", rispose, freddo, l'astronauta.

"Il computer medico ha dato l'allarme. Le sue pulsazioni e il ritmo metabolico hanno raggiunto un picco elevato oltre la soglia di sicurezza", insisté la dottoressa Russell.

"No, è stato un sogno. Questo è tutto, solo un sogno".

"Qualcosa di traumatico?"

"No, non era nulla".

"Va bene", sospirò Helena, comunque preoccupata nonostante l'evidente disagio che provava nel parlare con Tony Cellini, "Se dovesse aver bisogno di qualcosa, sarò di turno questa notte".

"Grazie, dottore... grazie". Cellini spense il monitor. "Al diavolo... non c'è nulla che tu possa fare per me!", pensò, ma già la sua mente aveva scordato la chiamata. Sentiva ancora un'eco proveniente dal sogno, un'eco simile ad un rumore elettronico, che si allontanava. Riprese fiato, tranquillizzandosi. Fece scorrere lo sguardo sulle pareti dell'alloggio, che era una quasi perfetta replica di quello che aveva sulla Terra alla WSC, con i suoi quadri d'ambientazione africana e diverse panoplie di lance, coltelli, asce, picche, antichi fucili ad avancarica.

"Africa... Kenya. Ho sognato il Kilimanjaro... ho rivisto Ngaia, che mi ha parlato... ha detto che il momento era vicino. Com'era vivido, quasi come... quasi come il mostro".

Si sentì stranamente appagato da quel ricordo e avvertì un senso di rilassatezza nascergli nel profondo. Cosa c'era di diverso, in quel risveglio? Di così... soddisfacente? Solo una cosa poteva arrecargli soddisfazione... distruggere il suo nemico e accadeva purtroppo solo nei sogni, nei suoi sogni ad occhi aperti. Ad ogni risveglio solitamente si sentiva male, quasi fosse sempre defraudato nel sogno dell'opportunità di colpire il mostro, ma questa volta le sensazioni erano differenti. Percepiva come una latente aspettativa, l'imminenza di un qualcosa di certo, che aspettava da anni. E lui si sentiva pronto ad affrontare l'evento, fiducioso di venirne a capo. Si avvicinò agli oblò rettangolari che si affacciavano sul cosmo infinito. Fuori, un mare di stelle, un lontano anemone lattiginoso, una nebulosa fatta di una trama sottile e trasparente. Cellini rimase in contemplazione dell'asterismo cosmico. Stelle ovunque, come quelle che si riflettevano un tempo negli occhi castani di Monique...

E poi, all'improvviso, seppe.

Restò in silenzio e registrò in sé quel che le tenebre gli stavano comunicando. Era un messaggio personale, a lui solo diretto. Anthony Cellini fissò il cosmo insondabile, sostenendone l'arcano fascino. Sorrise, senza distogliere lo sguardo dal profondo della notte. Era ora di muoversi, di rispondere a quel richiamo. Doveva impossessarsi subito di un'Aquila e seguirlo, nel profondo spazio.

Afferrò il suo commlock personale, senza curarsi di indossare l'uniforme, e così com'era vestito, in pigiama e scalzo, azionò l'apertura elettronica della porta ed uscì nel corridoio illuminato, diretto verso il Punto di Imbarco della Rampa Quattro.

La scure che gli aveva donato cinque anni prima Ngaia il Masai restò conficcata nel pannello della colonnina di comunicazione.

27. Un solo scopo nella vita

La cosa (gli) aveva fatto un torto terribile, che il maniaco (se maniaco era) desiderava ardentemente di vendicare.

H. P. Lovecraft, Beyond the Wall of Sleep


Sì, ne avevo la certezza assoluta.

Era lì fuori. Mi stava aspettando. Dopo tutto quel tempo, gli anni-luce che ci separavano dal pianeta Ultra, l'impossibilità che si potesse verificare un evento del genere... ero vicino al mio nemico. La fine del mio viaggio. Per qualche motivo che non aveva alcuna importanza conoscere, lui era laggiù, nel suo regno, e aspettava colui che era riuscito a sfuggirgli per il round finale. Al centro del suo reame di morte, tra le astronavi abbandonate, il luogo del nostro appuntamento. Monique, cherie, stavo tornando da te, amore mio...

Non ho fortunatamente incontrato nessuno lungo il tragitto verso la Rampa Quattro ma inevitabilmente la mia presenza nella Zona Proibita d'accesso sarebbe stata registrata dal computer della Main Mission, in quanto nessun astronauta era di turno né vi era l'autorizzazione ad alcun volo. Dovevo agire in velocità prima che il mio commlock venisse neutralizzato. Ma evidentemente era una cosa impossibile... il cicalino elettronico stava già mandando il segnale di chiamata, probabilmente John cercava di entrare in comunicazione con me. Non rispondendo, avrebbe reso inefficiente lo strumento. E infatti ero già stato segnalato e identificato ancor prima di mettere piede del condotto mobile d'attracco dell'Aquila in pista perché l'impulso elettronico del mio commlock non suscitava alcun effetto nell'apertura della camera di compensazione. Fine della corsa... se non che dall'ufficio che si affacciava sul corridoio è uscito Alan Carter, evidentemente ancora di servizio. Ho riconosciuto senza voltarmi la sua voce allegra che mi apostrofava amichevolmente, senza nulla sospettare. Ho atteso che mi sfiorasse la spalla e mi sono girato di scatto, colpendolo di sorpresa allo stomaco e poi dietro al capo, abbastanza forte da metterlo fuori combattimento. Carter è crollato svenuto a terra... mi è dispiaciuto farlo, che proprio Alan fosse di servizio alla Rampa Quattro... ma avevo ora il suo commlock. L'ho preso e con esso sono entrato nella camera di equilibrio, azionando manualmente i comandi di estensione del condotto mobile. La passerella si è unita al modulo dell'Aquila in attesa e senza alcun problema sono entrato nell'astronave, dirigendomi subito in cabina di comando. Dovevo agire in fretta e decollare al più presto ma ancora una volta sono stato battuto sul tempo. I controlli preliminari per il decollo hanno preso troppo tempo ed evidentemente John non ha perso il suo nel bloccare immediatamente tutti i sistemi della rampa. Lo schermo davanti a me lampeggiava con la scritta che annunciava il decollo annullato, il condotto mobile non si è staccato dall'Aquila, trattenendola a terra, legata alla rampa. Ho tentato ugualmente di partire, rischiando gravi danni sia alla nave che alle strutture esterne, ma i razzi chimici sul ventre dell'Aquila non hanno avuto alcun effetto. Non potevo fare altro che cercare di persuadere John a lasciarmi andare... aveva promesso di aiutarmi, non poteva aver dimenticato. Mi sono alzato con ira dalla poltroncina di volo, tornando nel modulo di servizio. Probabilmente ci sarebbero stati agenti della sicurezza ad attendermi fuori... dovevo prendere una stun-gun dalla rastrelliera all'ingresso della nave e prepararmi a resistere. Sono corso verso il vano armi, ma proprio mentre afferravo una pistola ho visto John, che a sua volta ne prendeva una, ci siamo quasi incastrati assieme nel tentativo di togliere il laser dalla rastrelliera. Ci tenevamo entrambi sotto tiro, fronteggiandoci, in attesa della prima mossa da parte di uno dei due, e in quel momento un pensiero fulmineo mi ha attraversato la mente: non potevo partire... avevo dimenticato la mia sola arma a disposizione per affrontare il mostro. L'accetta. Il dono di Ngaia era rimasto nel mio alloggio, incastrato nel commpost. Ho avuto un moto di rabbia, ho alzato il braccio armato e John ha fatto fuoco per primo, tramortendomi. Ho sentito la scarica ridotta del laser abbattersi su di me, sono svenuto immediatamente.

Per la prima volta, grazie a John, un sonno senza sogni né incubi.


La dottoressa Helena Russell si era appena avviata verso il Centro Medico con le due infermiere, scortata da un paio di uomini del servizio di sicurezza che spingevano la barella su cui era stato sdraiato il corpo esanime di Tony Cellini. Il comandante Koenig chiamò David Kano in Main Mission e fece ripristinare i normali sistemi interni della rampa quattro. Alan Carter era rinvenuto, grazie all'intervento del dottor Mathias, e aveva seguito le ultime fasi dello strano scontro, tenendosi dolorosamente una mano sullo stomaco e cercando di riattivare la circolazione sul collo.

"Come stai, Alan?", s'informò Koenig, avvicinandosi al capitano e porgendogli il commlock che gli aveva sottratto Cellini.

"Mah, direi meglio prima... me le ha ben date, l'amico. Adesso capisco a cosa gli è servito passare tutto quel tempo in palestra con Luke Ferro e Toshiro Fujita allenandosi nelle arti marziali!", esclamò Carter, massaggiandosi la nuca.

"Nessun problema, Alan", annunciò Mathias, terminati i controlli medici, "ti resterà solo qualche livido, ma nulla di grave".

"Eh, grazie, Bob", borbottò con una smorfia di dolore l'astronauta.

"Mathias, assista la dottoressa Russell con Cellini, vorrei che si riavesse il più presto possibile per potergli parlare. Alan, vieni con me". Non appena il dottore si fu allontanato, Koenig condusse il capitano Carter nell'ufficio presso il Punto di Imbarco. Alan invitò il comandante a sedersi, spostando plichi di carte relativi ai piani di volo delle Aquile di addestramento dal divanetto pneumatico, lasciandovisi cadere a sua volta con uno sbuffo di sofferenza e permettendosi di sogghignare: "Beh, si direbbe che sono proprio giù di allenamento...", considerò con rassegnazione.

"Alan", il comandante non perse tempo in preamboli, "Cos'è successo qui?"

"Posso dirle poco, comandante", iniziò Carter, "Stavo uscendo dall'ufficio, perché ho sentito qualcuno passarvi davanti a quest'ora mi sono chiesto chi potesse essere, visto che non c'era in programma nessun decollo. Pensavo fosse Pierre Daniel che sovente dimentica qualcosa sull'Aquila dopo i suoi turni di volo, invece ho visto Tony in pigiama, scalzo, davanti al pannello, che armeggiava con il suo commlock. Non ho sospettato di nulla, anche se ho visto i segnali luminosi sull'ingresso di accesso proibito, quindi doveva aver già fatto un tentativo di entrare... gli ho chiesto se soffrisse di una crisi di sonnambulismo, ho fatto in tempo a posargli una mano sulla spalla... e lui si è voltato di scatto colpendomi. Game over per me... ed ora un discreto disturbo diffuso un po' ovunque!", Carter ebbe una fitta allo stomaco.

"Non ha parlato? Non ha detto nulla?", incalzò Koenig.

"Niente. Neppure l'ho visto bene in faccia, tanto è stato repentino il suo attacco".

Koenig si appoggiò allo schienale del divanetto, portandosi una mano sulla fronte e scuotendo la testa, in cerca di una spiegazione.

"Comandante", chiese esitando Carter, "Ci risiamo, con Tony?"

Gli occhi azzurri di John Koenig fissarono il capitano: "Voleva decollare con l'Aquila... perché? Dove voleva andare? Ci troviamo in una zona di spazio completamente vuota tutt'intorno. Non ha neppure pensato di vestirsi... probabilmente ha avuto un incubo durante la notte", considerò il comandante, soprappensiero, "Alan, dimmi. Durante questi anni, da che Tony ha preso servizio su Alpha... come ti è sembrato? A livello psicologico, intendo".

Carter rifletté un istante prima di rispondere: "Beh, non ho dimenticato che lei mi aveva detto di tenere un occhio su di lui, quando è stato assegnato alla squadriglia di Aquile d'addestramento ma non ricordo alcun tipo di atteggiamento sospetto o preoccupante da parte sua, ha sempre svolto diligentemente i suoi compiti. Ha ripreso ad insegnare tecniche di volo agli Alphani, dopo l'abbandono dell'orbita terrestre ha accettato che gli affidassi l'incarico di istruire al meglio ogni singolo componente del personale in modo da sapersi almeno barcamenare alla guida di un'astronave, lui stesso ha suggerito di estendere la pratica anche alle donne. Nulla da eccepire sul suo comportamento in generale. Comunque...", Carter esitò, tentennando il capo.

"Sì?", sollecitò con impazienza Koenig.

"Comandante, stiamo parlando di Tony Cellini. Posso dire di non avere alcuna lamentela da fare sul suo conto, a livello professionale. Però non è cambiato dal suo rientro dalla Missione Ultra, dopo l'esito della Commissione di Inchiesta e il verdetto sul suo conto. Dà l'idea di essere un uomo solo, spaventosamente solo. Non ha fatto vita comune nei periodi liberi con gli altri piloti, non lo si vede mai alla mensa, al solarium o al cinema, non partecipa affatto alla collettività alphana. Oh, non voglio dire che ci snobbi completamente o deliberatamente... ma è tutto un atteggiamento molto passivo, il suo. A battuta risponde, e a volte risponde anche bene. Ma non è mai lui a farlo per primo. Ho perso il conto di tutte le volte che abbiamo tentato di coinvolgerlo in qualcosa, anche solo ad una partitella a carte tra piloti. Molti astronauti si sono interessati allo studio dei rottami della corazzata di Beta esplosa sulla Luna, cercando per quanto possibile assieme ai ragazzi del Tecnico di comprenderne le caratteristiche tecnologiche... un tempo anche Tony si sarebbe entusiasmato della cosa. Invece ora non sembra condividere alcun interesse comune. L'unica cosa che so con certezza che coltiva è la cura del fisico. È riuscito a battere al kendo anche Luke Ferro, a quanto mi ha detto lo stesso Luke. È come se si stesse preparando a qualcosa, qualcosa che non vuole rivelare ma che richiede una costante preparazione atletica. Si direbbe che abbia un pensiero fisso, che lo assorbe completamente... che non può condividere con nessuno".

Koenig annuì, meditabondo: "Già, Alan. È proprio così. Tony ha il suo chiodo fisso... e noi sappiamo bene qual è".

"Comandante. Una volta le ho detto che Tony stava rischiando di autodistruggersi con la storia del mostro. Ma non mi sembra affatto, ora, che il ricordo di quell'esperienza lo abbia condotto ad uno stato psicologico alterato. Piuttosto, pare invece che sia riuscito a ricostruirsi una ragione di vivere... ma non sappiamo quale. Tony è in forma, sta benissimo. Non ha mai dato l'idea di covare insani tipi di comportamento, tali da mettere a rischio la sua e la nostra sicurezza".

"E questa sera, allora?", si chiese Koenig, "Come spiegare questo tentativo di fuga... se poi di fuga davvero si tratta?"

"Tony Cellini che tenta di fuggire? Non lui, di certo. Lui gioca sempre in attacco, non in difesa".

"Il suo rapporto con gli altri piloti com'è, Alan? E cosa pensano di lui i tuoi ragazzi?", volle sapere ancora il comandante.

"Da parte sua il contegno è cortese, ma freddo, con tutti. Era molto amico del povero Mike Donovan, ma non mi pare avesse stretto legami con molti altri. La morte di Donovan lo ha senz'altro scosso... l'ho visto un paio di volte nella cappella di Alpha, vicino alla sua urna. Credo fossero molto uniti. Frequentava un po' anche l'altro Mike, Baxter... ma ora anche lui non è più fra noi. Ovviamente, per tutti è sempre il migliore astronauta pilota mai esistito, e qualcuno dei miei ragazzi, soprattutto fra i più giovani, avverte ancora un senso di privilegio nel lavorare a fianco a lui. Nessuno ha mai toccato la storia del mostro in sua presenza. Sembra esservi un tacito accordo a non sollevare mai l'argomento. Ma tutti ricordano il suo miracoloso rientro sulla Terra... Tony Cellini è ancora un punto di riferimento per molti dei miei astronauti. Credo che a qualcuno spiaccia molto il fatto che sia così chiuso in se stesso".

"Mi confermi di non ricordare da parte sua episodi simili a quello di stasera? Tentativi di appropriarsi di un'astronave, o meglio intenzione di farlo?"

"No, niente di tutto questo. Ricordo che appena arrivato su Alpha aveva seguito con interesse le fasi di preparazione della Missione Meta, cosa naturale del resto, molti astronauti dell'equipaggio già selezionato si erano rivolti a lui per consigli sul viaggio... ma se mi sta chiedendo se gli sia mai frullato per la mente di impossessarsi di quella nave...", Carter scosse la testa, sorridendo.

"Quindi nessun problema da quando ha preso servizio su Alpha, ed io stesso, prima del mio arrivo, ho insistito con il commissario Simmonds perché Cellini fosse assegnato alla base... come si spiega dunque la ricaduta di questa notte? Deve essergli successo qualcosa per farlo agire in questa maniera. Alan, non è una cosa da prendere sottogamba. Sono portato a considerare ogni atteggiamento fuori dalla norma di Tony come avvisaglia di qualcosa che sta per accadere, qualcosa di inspiegabile. In passato Cellini mi aveva confidato, a me solo, che il pianeta Ultra sarebbe svanito nel nulla entro breve... cosa che puntualmente è accaduta. Quell'uomo è parte di eventi che vanno al di là della nostra comprensione, una pedina di un gioco che è tuttora in corso. Ma quali che ne siano le regole o gli scopi... forse neppure lui lo sa. Una cosa è certa, però. Niente di tutto quel che gli accade è dovuto al caso. Credo che dobbiamo prepararci a qualcosa di grave".

Alan restò in silenzio per alcuni istanti, massaggiandosi piano il collo, poi riprese: "Sono d'accordo. Tony è sempre sembrato agire secondo un determinato schema, ignoto a tutti noi. Sta attendendo che accada qualcosa, come dice lei, ha atteso per tutto questo tempo, con pazienza. Io penso che la sua integrità mentale sia dovuta proprio alla fede assoluta in un momento futuro in cui gli sarà resa giustizia. Lui mi sembra una specie di ronin dello spazio...".

Koenig fissò intensamente l'astronauta, aggrottando la fronte: "Allora non giriamo attorno all'argomento e parliamo chiaro. Tony ha un solo scopo nella vita, ora. Affrontare il suo mostro, mettere fine all'incubo che si porta dentro da cinque anni. Non c'è nient'altro che lo spinga a tirare avanti. Il fatto che conduca un'esistenza solitaria, lontano da tutti, che si alleni in palestra per essere nel pieno della forma fisica non può che farmi pensare che il fine ultimo del suo comportamento preveda un altro incontro con quella creatura".

"John", Carter adottò il tono confidenziale che usava con il suo comandante nei momenti più critici, "Non abbiamo più alcun legame con la Terra. Tutto quello che apparteneva al nostro passato è stato vanificato dall'uscita dall'orbita quel 13 settembre, qui non ha più alcuno scopo. Il fallimento della Missione Ultra, anche il fatto che vi siano state delle vittime che si potessero in qualche modo attribuire ad un errore di Tony, su Alpha adesso sono fatti che non contano più nulla. Se nel personale della base si aggirasse il redento Jack lo Squartatore, potremmo accusarlo dei suoi passati delitti e prendere provvedimenti contro di lui, qui ed ora, nelle nostre condizioni sempre votate alla criticità? Abbiamo avuto il caso di Ernest Queller... Il passato di Tony poteva essere tranquillamente dimenticato, eppure nel suo caso torna ancora a bussare alla sua porta".

"Non potremmo agire nei confronti di un Jack lo Squartatore su Alpha... salvo non torni a mietere vittime. E il caso di Queller si è riaperto nell'incontro con il Voyager Uno e i giustizieri di Sidone. La crisi di Tony, dopo anni di apparente tranquillità dovrebbe perciò metterci in allarme. È questo che vuoi dire?"

"Esattamente, comandante. Questa ricaduta di Cellini mi sembra essere una ulteriore prova della verità delle sue parole. Perché se Tony fosse stato davvero colpevole del fallimento della Missione Ultra, dopo che la Luna ha abbandonato l'orbita terrestre, qui si sarebbe automaticamente trovato in una favorevole posizione di auto-assoluzione, in una comunità di trecento persone che non avrebbe più risollevato il suo caso, troppo presa a risolvere i problemi legati alla sopravvivenza nello spazio. Sarebbe stato a posto. Invece... lui sta ancora combattendo".

"Koenig sorrise: "Alan, stai cominciando a ragionare come il professor Bergman!"

"Ah, no...", si schermì l'astronauta, "Io sono solo un astronauta, non un filosofo, continuerò a ripeterlo. Però ci sono due cose che vorrei dirle ora. Una di queste non credo le sia mai stata riferita, comandante, anche perché accaduta poco prima del suo insediamento sulla base".

Carter si sporse verso Koenig e continuò: "Tony ha sempre svolto regolarmente tutti i suoi compiti nella pattuglia di Aquile, soprattutto i voli di addestramento e le missioni più pericolose. Ha guidato lui il gruppo di astronavi che avrebbero dovuto alleggerire il carico di scorie nella Zona Due, prima dell'esplosione, ed era lui il battistrada quando abbiamo deposto le cariche nucleari su quell'asteroide in rotta di collisione con Alpha. Eppure un giorno mi ha fatto una richiesta, chiedendomi una cosa che non avrei ritenuto possibile sentire da uno come lui".

"Dimmi, Alan", sollecitò Koenig.

"Beh... fatte salve le emergenze o un suo specifico ordine, mi ha chiesto di non sceglierlo mai per le missioni di esplorazione e di ricognizione di un pianeta. Una cosa curiosa, questa, tenuto conto che stiamo parlando di Tony Cellini, il Cristoforo Colombo nei nostri tempi. Avrei scommesso la mia palla da football firmata da Harrison nel 1963 che Tony si sarebbe prestato tra i primi per portare un'Aquila su un mondo sconosciuto, compito che sembrava apposta designato per lui e che magari lo avrebbe fatto uscire un po' dal suo forzato isolamento. Eppure questo è stato il suo volere e finora sono riuscito a fare come mi aveva chiesto. Forse lei avrà notato la cosa..."

"Sì, è vero, ma ho pensato che si potesse spiegare con turni di volo già prestabiliti da te. Ma ora che me lo hai detto, facendo mente locale, Tony non è mai stato a bordo di un'astronave diretta su un pianeta che la Luna ha avvicinato. Stranamente, lo stesso computer non lo ha disegnato come pilota dell'Aquila di Salvataggio che ho allestito quando ci siamo trovati nei pressi del sole nero. Senza farti alcun torto, Alan, ma evidentemente Cellini aveva molta più esperienza di lunghi viaggi nello spazio profondo. Come interpreti comunque questa sua richiesta?"

"Nell'unico modo possibile", rispose prontamente Carter, "Pur senza sfuggire ai suoi doveri verso la base, Tony evidentemente pensava di doversi preservare ad altro".

Koenig annuì, pensieroso: "Non fa una piega, Alan. Lui doveva sostenere una missione... la sua missione. Sopravvivere fino ad incontrare per la seconda volta il suo mostro".

"Già. E riguardo al secondo fatto... non è neppure esatto ritenere Alpha completamente estranea alle faccende della Missione Ultra. Oltre a lei, comandante, che conosceva personalmente i membri dell'equipaggio che non sono tornati, nel personale della base c'è un altro uomo che è stato profondamente colpito da quella tragedia. Si tratta di Derek Irwin, della sicurezza. Avrebbe dovuto sposare Juliet Mackie al suo ritorno".

Koenig trasalì, colto di sorpresa da quella rivelazione: "Derek Irwin... non lo sapevo. Ricordo bene di averlo visto tra gli Alphani che hanno festeggiato Tony poco prima della sua partenza per la Stazione Centauri... già, è vero, avevo notato allora che aveva abbracciato Juliet con più effusione rispetto agli altri".

"Tony è arrivato su Alpha assieme a Mike Baxter con uno degli ultimi invii di personale", proseguì Carter, "Il fatto mi è stato riferito proprio da Baxter, che aveva l'alloggio vicino a quello di Cellini. Sembra che dopo il suo insediamento nel personale Irwin e il tenente N'Dole abbiano fatto una visita a Tony... e che si sia risolta con una prevedibile colluttazione. Non è difficile immaginarne il motivo... Irwin avrà voluto andare oltre quanto già si sapeva ed era comunemente accettato sulla vicenda e affrontare direttamente il comandante della Missione Ultra sulla sorte di Juliet. Dubito potesse credere che la sua donna fosse stata uccisa da un mostro alieno e probabilmente ha in qualche modo accusato Tony della sua morte. Io stesso dopo l'incidente mi sono recato dalla sorveglianza e ho parlato sia con Irwin che N'Dole, siamo rimasti d'accordo che la cosa non sarebbe stata riferita al comandante Gorski e che non si sarebbero più ripetuti episodi del genere. Certo per Irwin non sarà stato semplice accettare la situazione, sapendo che su Alpha c'era anche la persona più sospettabile di essere la causa del disastro e della scomparsa di Juliet ... ma sembra non abbia avuto più alcun contatto con Tony".

"Le conseguenze nefaste della Missione Ultra hanno coinvolto in varia misura un gran numero di persone... e molte di esse sono qui, su Alpha, legate alla vicenda di Tony, una storia che non ha avuto ancora la sua conclusione, a quanto pare... e proprio come ha sempre detto lui".

Koenig si alzò dalla poltroncina, imitato più lentamente dal dolorante astronauta: "Bene, Alan, grazie. Questa situazione deve essere risolta, ad ogni modo. È necessario ora che parli al più presto con Tony... se Alpha sta andando incontro a qualche minaccia, dobbiamo saperlo".

"Come già ho avuto modo di dirle in passato, comandante, conti pure sul mio aiuto... non addebiterò a Tony la pestata di questa sera!"

Koenig riuscì a ridere alla battuta, diede una pacca sulla spalle di Carter poi uscì dall'ufficio, dirigendosi verso il Centro Medico.

28. Déjà vu

Hanno ruotato, ed io ritorno
al luogo dove adesso brillo.
(...) Soltanto quando il mio corso sarà finito,
il passato recherà turbamento alla tua porta.

H. P. Lovecraft, Polaris


Quando tornai in me, superando l'effetto stordente del raggio laser a minima potenza, sentii delle voci alla mia destra. Ero ricoverato al Centro Medico, ovviamente, e la dottoressa Russell stava discutendo con John del fatto che a suo tempo aveva fortemente lottato affinché non fossi più assegnato a nessun tipo di impiego sulla base Alpha. Mi fece piacere sentire John che le rispondeva a tono, sottolineando come fosse stato proprio lui ad insistere per riavermi nel personale. Non era difficile intuire come si fosse evoluta la discussione in precedenza. Evidentemente la dottoressa Russell non aveva mai mutato parere su di me: Tony Cellini doveva continuare ad essere un represso isterico. Per John doveva essere una situazione spiacevole quella di doverle dare apertamente torto... sapevo bene che col tempo aveva maturato per Helena Russell un forte sentimento di affetto e lei, per di più, assomigliava fisicamente a sua moglie Jean. Al di là delle sue concezioni sul sottoscritto, era davvero una donna in gamba e aveva avuto modo di dimostrarlo più volte, dall'uscita della Luna dall'orbita terrestre. Per togliere John dall'imbarazzo mi sollevai a sedere, ancora intontito, attirando la loro attenzione. Non potevo raccontare del mio incubo, rinfocolando l'opinione negativa della dottoressa su di me, preferii chiudermi piuttosto nel vago ma quando John mi chiese se nel mio tentativo di rubare un'Aquila volessi fuggire dal mostro la risposta mi uscì spontanea. Io volevo andare ad affrontarlo! Ora avrei dovuto spiegare tutto, davanti alla dottoressa, con le inevitabili conseguenze... mi salvò il doppio beep dell'interfono.

Paul Morrow comunicava che le telesonde orbitali avevano captato un segnale nello spazio. John si affrettò a rientrare nella Main Mission, lasciandomi solo con la dottoressa. Un senso di rilassatezza mi pervase, scacciando i postumi traumatici del laser, perché io sapevo bene quale fosse la fonte di quel segnale. Ora era tutto chiaro, e il mio momento era finalmente giunto. Prima che la dottoressa potesse continuare a parlare, le chiesi di fornirmi una divisa dal guardaroba generico del Centro Medico e, con dovuta gentilezza, se volesse accompagnarmi alla Main Mission, dove senz'altro avrebbe avuto modo di cambiare finalmente opinione sul sottoscritto. Helena corrugò la fronte, come se questo mio invito contribuisse invece ad ottenere in lei lo scopo contrario. Feci del mio meglio per rassicurarla sulle mie condizioni mentali, insistendo che era mio desiderio provarle una volta per tutte che avevo sempre avuto ragione, e che ora era possibile averne la prova. Helena, titubante, acconsentì, ritenendo che due passi mi avrebbero rimesso del tutto in sesto, ed insieme ci dirigemmo alla Torre di Comando. Entrammo da uno degli ingressi accanto alla parete dell'intervideo e già dal corridoio compresi che era successo esattamente quel che mi aspettavo, riuscendo a cogliere parte di quanto John e Bergman stavano discutendo. Non appena mi profilai sulla soglia, tutti gli occhi dei presenti si puntarono su di me e di botto calò il silenzio. Ma non era più quel tipo di silenzio che ero solito suscitare con la mia sola presenza negli ambienti della WSC e a volte anche su Alpha, il silenzio dettato dall'imbarazzo e dal disagio... era finalmente un tipo di silenzio rispettoso. In un attimo lessi su ogni viso una muta espressione di dispiacere, una accorata richiesta di scusa, un moto di istintiva vergogna. Per anni avevo desiderato tutto questo... ma ora non mi importava più nulla. Mi voltai e guardai il grande video.

Eccolo... eccolo lì. Il dominio del drago, il cimitero di astronavi... e al centro dell'invisibile ragnatela che tratteneva quei mezzi fantastici abbandonati la mia nave. La nave Ultra, la tomba del mio equipaggio. Rabbrividii, ma non lo diedi a vedere. Ci si aspettava evidentemente che dicessi qualcosa, qualsiasi cosa per alleviare l'atmosfera di imbarazzo che ognuno sentiva. Dopo aver riscontrato con un mezzo sorriso che mi si presentava una seconda occasione, alleviando la tensione nella Main Mission, mi rivolsi a Morrow, con una domanda superflua. Ovviamente, non era stato registrato alcun segno di vita. Fissai Bergman, l'espressione contrita dello scienziato mi lasciò indifferente, poi cercai lo sguardo della dottoressa Russell, che distolse il suo, arrossendo. John intervenne, ripristinando il giusto livello di equilibrio tra le parti ed esponendomi il suo piano di azione. Accettai la sua idea di approccio alla sonda con Aquile armate e mi concessi un altro sorriso al suo invito a partecipare alla missione. Il vecchio Tony Cellini, caduto in disgrazia dopo i grandi fasti del passato, era scomparso. Ora c'era nuovamente l'unico, vero Tony Cellini... colsi questa consapevolezza negli occhi e nei volti di tutto il personale e fui completamente ripagato di cinque anni di incredulità e sofferenza.


"Va bene, Victor", disse il comandante Koenig, una volta che le porte scorrevoli del suo ufficio si furono chiuse alle loro spalle, isolando l'ambiente dalla Main Mission, "Hai qualche logica spiegazione a tutto questo?"

Lo scienziato scese gli scalini, a braccia conserte, andando a fermarsi vicino ad una delle vetrate rettangolari, sulla quale si poggiò col gomito mentre una mano veniva passata tra i radi capelli, arruffandoli: "Una spiegazione al fatto che la Luna abbia finito con l'incontrare nella sua corsa tra le stelle il cimitero di astronavi che ci ha descritto cinque anni fa Tony?", scosse la testa, ancora incredulo, "Come potrei spiegare una cosa simile? Va contro ogni calcolo statistico, anche ragionando ora sulla incontestabile realtà dei fatti così come Tony ce li ha sempre raccontati... ma, John, hai visto quel ragazzo? Eravamo tutti ipnotizzati a guardare quell'assurda immagine sul grande schermo, lui è arrivato nella Main Mission e di colpo ci ha fatti sentire gretti, colpevoli... piccoli, di fronte a lui. Sembrava essere l'unica persona perfettamente a suo agio, soddisfatta, sicura di sé, come se finalmente gli fosse stata resa quella giustizia che ha sempre cercato così disperatamente in tutto questo tempo".

"Ed è proprio così", considerò Koenig, meditabondo. "Victor, ascoltami", riprese, all'improvviso, "Voglio che tu sappia tutto, adesso". Il comandante narrò con concisione tutto quello che aveva privatamente appreso da Cellini negli anni passati, il suo affetto per Monique Bouchere, i continui incubi notturni, il collegamento mentale con il mostro e l'immedesimazione con esso, la predestinazione che l'astronauta sembrava avere accettato, le profezie dello sciamano africano, il segreto confidato sulla scomparsa del pianeta Ultra e la sua natura errante nello spazio... non nascose nulla di quanto sapeva sui retroscena mai venuti alla luce della disgraziata Missione Ultra e man mano che procedeva con le rivelazioni lo scienziato aggrottava sempre più la fronte, impressionato. Andò a sedere sulla sponda di uno dei divanetti che circondavano le pareti dell'ufficio, rimanendo qualche istante in silenzio dopo la conclusione del racconto di Koenig, le mani strette a pugno e il mento posato sui pollici.

"Mio Dio, John", mormorò infine, colpito, "Povero Tony... cosa deve aver passato. E nessuno di noi sospettava nulla né poteva fare niente per aiutarlo. Cinque anni davvero infernali, se tutto ciò che mi dici è vero... e a questo punto chi potrebbe dubitarne?"

"Ora è giunto alla resa dei conti con il suo mortale nemico", considerò Koenig, "Tutto quel che ha raccontato si è finora rivelato vero fino all'ossessione... tranne il mostro, almeno per ora".

"Né potrebbe esserlo", gli ricordò Bergman, "Gli scanner della nave Ultra non sono riusciti a registrarne mai la presenza, e così pure i nostri. Quell'essere si è manifestato, secondo Cellini, solo quando si sono spalancati i portelli delle due navi attraccate... proprio nell'attimo in cui la scatola nera di bordo è entrata in avaria per quel lasso di tempo inspiegabile. E a quanto dice Tony, anche se questo sembra più appartenere alla sfera dei suoi sogni, la creatura si sarebbe materializzata dal nulla... come concretizzandosi da un'altra dimensione, irraggiungibile da qualsiasi tipo di analizzatore. Non farebbe una piega, John... un essere che non vive nel nostro piano di realtà, nel nostro continuum spazio-tempo, ma che può raggiungerlo, penetrarvi ed operare in questo".

"In cerca di nutrimento energetico, l'energia vitale di ogni essere vivente", Koenig si appoggiò sullo schienale della sua poltrona, incrociando le mani sul petto, "Proprio come descriveva Lovecraft nei suoi racconti..."

"Quello straordinario fantasista che si sforzava di descrivere ciò che non poteva essere descritto, mondi oltre i regni dove poteva giungere l'umana comprensione. Sì, John, ci troviamo ad affrontare una situazione senza paragoni... non saprei che consiglio dare al riguardo", riconobbe Bergman, ammettendo la propria impotenza.

"Tony invece credo che saprebbe esattamente cosa fare... forse dovremmo affidarci completamente a lui. È il suo nemico, non lascerà nulla di intentato a questo punto, perché non gli si ripresenterà più un'occasione come questa".

"Esiste ancora, comunque, una remota possibilità che il mostro non esista affatto... non possiamo escluderla", rimarcò tuttavia Bergman, "Certo, ora che abbiamo constatato coi nostri occhi l'esistenza del cimitero di navi, che ce lo siamo trovato davanti dopo che Cellini ti ha sempre detto con sicurezza che sarebbe venuto il momento di fronteggiare nuovamente questa situazione, sono io il primo a non confidarvi troppo... nondimeno, la possibilità esiste. Durante la fase di attracco fra le due astronavi, Tony potrebbe aver compiuto un errore fatale, tale da generare una decompressione esplosiva ed uccidere l'equipaggio. Il resto se lo potrebbe essere inventato nei lunghi mesi del viaggio di ritorno, finendo poi col credervi maniacalmente".

Il comandante scosse la testa: "Victor, troppe coincidenze... quelle navi sono là, davanti a noi, e non dovrebbero esservi! Siamo ad anni-luce di distanza dal nostro Sistema, là dove si supponeva dovesse trovarsi anche il pianeta Ultra, che invece si è vaporizzato nel cosmo, scomparendo... proprio come Tony mi ha raccontato! E il fatto poi che in quel cimitero vi siano mezzi spaziali di Beta e Delta, un incrociatore atheriano, le navi di Sidone? Tony mi ha fatto vedere gli schizzi di quelle astronavi che aveva fatto a bordo della sonda Ultra mentre tornava sulla Terra! No, Victor, no... non mi parlare di coincidenze, tutto sembra invece confermare un disegno ben preordinato, ci troviamo a dover fronteggiare eventi che vanno al di là della nostra logica, di cui Tony è l'esatto baricentro!"

"Sì, John, ti ripeto che io per primo ora mi rendo conto di questo, provo addirittura una sensazione di già visto, per come quel cimitero spaziale assomigli in tutto e per tutto a quello descritto da Tony... ma da scienziato ancora non posso permettermi di escludere alcuna teoria o possibilità, se è possibile formularne di ulteriori. L'universo ci sta rivelando l'azione di forze che sono al di là dei nostri criteri di comprensione, pensa solo a come abbiamo dovuto riconsiderare le distanze stellari dopo essere finiti dentro il sole nero, e anche adesso ci si prospetta un mistero insolubile..."

"L'universo, Victor?", si chiese il comandante, "Non forse una singola entità? Un essere in grado di manipolare la materia o la stessa trama spazio-temporale per far muovere un intero mondo, in cerca di un nutrimento per se stesso che non esiste nel luogo da dove proviene... intenzionato ora a fronteggiarsi per la seconda volta con l'unico essere vivente che sia riuscito a sfuggirgli e che potrebbe minacciarne l'esistenza?"

Bergman fissò il comandante, dondolandosi sulle gambe: "John... se devo dirti la verità su ciò che penso...", cercò di trovare le parole adatte per esprimersi, "mi sento sempre più portato a crederlo anch'io".

"Ora come ora non è importante sapere come e perché quelle navi siano qui, perché non vi sia invece il pianeta Ultra, se mai è esistito davvero un mondo chiamato Ultra, quale che sia la forza che sta agendo dietro tutta questa assurda situazione. Dobbiamo accettare tutto questo ed andare là... tornare a bordo dell'astronave e scoprire la verità. Dobbiamo andarci ben preparati, dando per scontato che tutto ciò che ci ha raccontato Tony, tutto, sia vero. Il che ci pone di fronte ad un grave problema. Quel mostro è immune alle nostre armi a raggi e a quanto pare è riuscito da solo ad annientare gli equipaggi di incrociatori spaziali come quelli di Beta e Delta... il suo potere ipnotico induce ogni essere vivente a gettarsi nelle sue fauci. Come possiamo far fronte ad una minaccia del genere?"

Bergman si alzò, risalendo i gradini e raggiungendo il tavolo di comando: "Mi chiedo quale sarebbe la risposta di Tony a questo quesito", mormorò, poggiando una mano sulla spalla del comandante.

Koenig rifletté: "Un tempo mi ha confidato che l'essere, per non so quale misterioso motivo, può essere attaccato e ferito con il puro acciaio... l'accetta che Tony ha utilizzato la prima volta sembrava arrecargli danno. Un espediente alquanto... esoterico, non trovi? Il semplice acciaio che riesce a scalfire ciò che neppure l'energia del laser riesce ad intaccare. Eppure, se Tony afferma questo..."

Lo scienziato sorrise: "Dovremmo utilizzare quindi armi di tipo medievale, aste, alabarde e lance? San Giorgio e il drago... una storia che si ripete, dunque".

Il cicalino di chiamata del commpost li interruppe, facendo udire il suo doppio segnale acustico. Koenig attivò gli schermi dalla sua posizione al tavolo di comando e sui quattro monitor della colonnina video apparve il volto di Alan Carter: "Comandante, è tutto pronto. Aquila Uno sulla rampa, Aquila Due e Tre armate di laser per scorta in stand-by sulle Rampe Quattro e Cinque, Aquila Quattro di rincalzo sulla restante rampa. Equipaggi già a bordo".

"Alan, che tipo di armamento portatile è in dotazione su Aquila Uno?", chiese Koenig, sporgendosi in avanti.

"Equipaggiamento standard, rastrelliera con sei stun-gun singole, più un fucile laser", rispose prontamente l'astronauta.

"Provvedi affinché vi sia a bordo anche un kit geologico completo fornito di sagola, rampone, accetta... e quant'altro potrebbe rivelarsi un'arma bianca da usare all'occorrenza".

"Comandante...?", Carter spalancò gli occhi, credendo di non aver compreso bene l'ordine.

"Esegui, Alan... e dai istruzione ai piloti di Aquila Due e Tre di posizionarsi nello spazio in modo da poter aprire il fuoco coi cannoni laser sui punti nevralgici della nave Ultra e della nave a cui è attraccata, in caso di emergenza... e solo al mio ordine".

"Sissignore", il viso di Carter scomparve dal monitor. Koenig tornò a rivolgersi al professor Bergman: "Voglio essere pronto a tutto, Victor. Al primo segnale di pericolo farò esplodere la Ultra... non voglio correre rischi. Se esiste davvero, quella creatura... deve essere distrutta". Bergman concordò con un cenno del capo, in silenzio, mentre Koenig premeva un altro tasto sulla consolle.

"Paul", chiamò il suo vice, "Ancora nessun segnale da quelle navi?"

"Nessuno, comandante", rispose Morrow, "Negativo su tutti i fronti il risultato della ricerca di scanner e telesonde... un momento", un foglio gli venne passato in mano, "Il computer ha comparato gli scarni dati della nave Ultra in nostro possesso con i segnali che stiamo registrando ora dalle astronavi. Sono virtualmente identici".

"Grazie, Paul... un'altra cosa", aggiunse Koenig, prima di interrompere la comunicazione col vice-comandante, "Voglio due agenti di sicurezza a bordo di Aquila Uno, il tenente N'Dole se possibile, comunque uno di loro deve essere Derek Irwin".

"Bene, signore".

Bergman inarcò un sopracciglio. Solitamente per le missioni ritenute pericolose Koenig non richiedeva specificatamente un particolare uomo della sicurezza, lasciando fosse Morrow a scegliere il nominativo o gli stessi tenenti di turno alla sorveglianza: "C'è qualche ragione particolare per questa scelta, John?", chiese, incuriosito.

"Sì, Victor", rispose gravemente Koenig, "Irwin aspettava di sposare Juliet Mackie al suo ritorno dalla Missione Ultra. Ha avuto un alterco con Tony, non appena ha preso servizio su Alpha. Credo sia giusto che venga con noi... anche lui deve sapere".

Bergman annuì, comprensivo.


PARTE SESTA


MBATIAN


29. Rivedere antiche posizioni

Ma ormai l'orrore, fisso e immutabile,
stringe il mio cuore per l'eternità.

H. P. Lovecraft, Astrophobos


Avevano fatto un sopralluogo nel mio alloggio e trovato l'ascia di Ngaia conficcata nel quadro del commpost. Era poggiata sul tavolo, il filo della lama non si era minimamente intaccato. Un metallo pregevole... mi chiedo se quest'oggetto non sia stato a suo tempo una sorta di amuleto, di totem tribale. Ora comunque lo saprò... è venuto il momento di usarla adeguatamente. Ho deciso di portare con me anche questo coltello dal manico avvolto di pelle, non avrei avuto bisogno di nient'altro. Ma come fare a nasconderli agli occhi di tutti, a farli salire sull'Aquila senza destare sospetti? Se li portavo con me avrebbero destato inevitabili domande... e non volevo ingannare John proprio adesso mentendogli sull'uso che volevo farne. Eppure dovevo trovare una soluzione... impossibile infilarmeli nei pantaloni, l'uniforme era troppo attillata e si sarebbero visti. Maledizione, che un particolare così insulso dovesse mettere a rischio i miei intendimenti! Ma fortunatamente a salvare la situazione e a risolverla nel migliore dei modi è stato Jim Haines, del reparto tecnico. Proprio quel ragazzo mi aveva interpellato sull'identità del pianeta Ultra, incontrato dalla sonda Voyager Uno durante il suo viaggio nell'universo, che risultava presente nelle sue memorie olografiche e ora che Jim aveva appreso, come tutti su Alpha, dell'avvistamento del cimitero di astronavi mi chiamò per augurarmi in bocca al lupo. Ne fui lieto, anche perché avrebbe potuto risolvere il mio problema. Essendo un tecnico era accreditato a salire in ogni momento sulle Aquile per eventuali dotazioni extra dell'equipaggiamento di bordo e nel salutarmi mi disse che stava appunto recandosi sulla nave con un kit geologico comprensivo di rampone, sagola e altri strumenti. Doveva essere stata una pensata di John... solo lui poteva sapere quanto utili sarebbero potuti essere quegli utensili. Pregai Jim di farmi un favore, e di collocare a bordo, nel vano predisposto a ridosso del modulo di comando, sia l'ascia che il coltello, senza fare domande. Mi guardò fisso... il ragazzo non era uno stupido e comprese perfettamente quello che mi proponevo di fare. Decise di essermi complice ed io capii che potevo fidarmi di lui. Lo considerai solo un piccolo ma utilissimo risarcimento a fronte di anni di incredulità da parte di tutti. Venne di corsa al mio alloggio, prese l'involto che gli porgevo, poi mi strinse la mano, in silenzio, e si precipitò alla rampa. Mi voltai, a guardare forse per l'ultima volta il mio alloggio, quel piccolo universo che era stata la mia casa per quasi tre anni, le immagini dell'Africa, le armi appese ovunque. Forse avrei dovuto prendere con me la fotografia di Monique... no, sarebbe stata un ingombro inutile. Presi invece il dischetto che conteneva l'Adagio di Albinoni e me lo infilai nella cintura. Avrei sentito il desiderio di ascoltarlo, una volta fatto quel che andava fatto. Non mi restava che raggiungere gli altri al Punto di Imbarco e pianificare, cogliendo l'attimo, come sbarazzarmi di loro.


"John...", la dottoressa Russell aveva atteso che il professor Bergman uscisse dall'ufficio del comandante per avviarsi verso la rampa di lancio, dove entro pochi minuti si sarebbero dovuti trovare tutti i selezionati per l'equipaggio dell'Aquila Uno, poi fece il suo ingresso, dirigendosi verso Koenig. "Devo parlarti".

"Helena", la prevenne il comandante, prendendole le braccia fra le mani, "Ora non c'è tempo per discutere. Dovrai ammettere anche tu che questa situazione si è evoluta nelle ultime ore in un modo che nessuno di noi poteva prevedere. Quelle navi là fuori... esistono, sono sempre esistite, proprio come diceva Tony, e là in mezzo c'è anche la nostra sonda Ultra. Abbiamo tutti in debito verso Cellini... un debito che non so se riusciremo mai a saldare, a questo punto".

"John, ascoltami. Va bene, Cellini aveva ragione su questo punto... ma ti sembra il caso di portarlo con noi in questa missione? Potrebbe avere una crisi, potrebbe agire in modo inconsulto e..."

"Helena", l'interruppe Koenig, esasperato, "cosa stai dicendo? Cos'altro deve accadere ancora per convincerti che Tony non è pazzo, non lo è mai stato? Cos'altro dobbiamo fargli passare, ora, dopo tutto quello che è stato costretto a patire in questi anni, perché nessuno gli ha creduto prima? Il suo tentativo di rubare un'Aquila, questa notte, per andare ad affrontare da solo il mostro... come potresti spiegartelo, se non con il fatto che Tony sapeva? Che ci saremmo imbattuti proprio in quel cimitero di navi? Il suo cimitero di navi!"

"Ma non è detto che debba esistere anche quel mostro, John!", insisté Helena, accalorandosi, "Sì, lo so che la faccenda ha dell'incredibile... e che io stessa debba rivedere alcune mie posizioni... ma potrebbe esserci una spiegazione logica per il fatto che la Luna sia incappata in quel...", la voce le si smorzò, evidentemente perché neanche lei credeva più molto a quel che stava dicendo, "John... io ho paura".

Koenig le circondò le spalle con un braccio, sollevandole il mento con una mano: "Helena, ci sono delle cose che non ti ho mai detto", le confidò, sorridendo con fare comprensivo, "Lo avrei forse fatto, se avessi saputo prima che proprio tu avevi stilato il rapporto medico che ha distrutto la carriera e la credibilità di Tony. Senti, ricordi quando vi è sembrato che raccontassi delle follie, vittima delle allucinazioni dovute alle radiazioni di plasma conseguenti alla distruzione di quell'asteroide che minacciava Alpha? Il mio incredibile incontro con Arra, le sue parole, che pareva dovessero mettere a repentaglio la sicurezza della base? (38) Nessuno mi ha creduto, neppure tu... mi hai sempre detto, per scusarti a posteriori di quel fatto, che mi avresti concesso l'assoluta fiducia che un'ulteriore situazione simile avrebbe richiesto, senza curarti più di quanto assurda sarebbe stata. Bene, io quella fiducia te la chiedo adesso... ma per Tony".

La dottoressa sospirò, annuendo, per niente convinta.

"Ascolta, Helena", Koenig tentò di addolcire il più possibile il suo tono, "Nulla di ciò che sta succedendo è dovuto al caso. Io e Tony, nel corso degli anni dopo la Missione Ultra, ci siamo parlati spesso e lui mi ha confidato cose che nessun altro sa, oltre a me. Solo adesso le ha apprese anche Victor... Non c'è tempo per riferirtele daccapo ora. Sappi solo che Tony, in qualche modo che neppure lui riesce a comprendere, è rimasto in contatto con quella creatura per tutti questi anni, c'è tra loro una misteriosa comunicazione a livello quasi telepatico... come se il mostro non lo avesse voluto abbandonare e gli ricordasse sempre di un secondo, inevitabile, decisivo incontro. Tony dice che non può permettere che lui sia sopravvissuto e che la sua esistenza costituisce una minaccia per la propria. Siamo alla conclusione di quest'ordalia, Helena... solo che Tony questa volta non sarà da solo".

"Ma, John..."

"No, Helena", troncò Koenig, con decisione, "Capisco che tu non possa comprendere. Non ti biasimo per questo, perché sei all'oscuro di molti fatti. Voglio però che tu ti fidi di me, se non proprio di Tony".

"La mia preoccupazione va oltre la singola persona. L'esperienza di Atheria dovrebbe indurmi ad essere meno chiusa nei miei punti di vista, lo riconosco, ma in questo caso... non sono per niente tranquilla".

"Chiuderemo questa storia una volta per tutte. Saremo là, sulla nave Ultra e scopriremo cosa sia successo in realtà, accettandone ogni conseguenza".

"Io sento che qualunque cosa possa accadere, lassù, sarà qualcosa di negativo, di tragico... John, come potremo comportarci se scopriremo che Cellini ci ha mentito, almeno a riguardo del mostro? Se lui stesso dovrà prendere atto della sua menzogna? Se sarà chiaro che al di là dell'esistenza di quelle navi tutto il resto è stato frutto della sua fantasia malata, il risultato di mesi trascorsi nello spazio ad autoconvincersi di una storia inventata per giustificare un suo madornale errore? Le reazioni tipiche di chi viene a trovarsi di fronte a queste situazioni, in cui un intero sistema di credenze viene di colpo distrutto dalla realtà dei fatti, sono estremamente violente e pericolose! Come potremo controllarlo?"

"Helena, tu stai parlando delle reazioni di malati di mente e Tony non lo è!", sbottò Koenig, allargando le braccia risentito.

"Non posso fare a meno di pensare anche a questa possibilità, John! E se così fosse, allora sì che Tony Cellini costituirebbe davvero un pericolo per la sicurezza di Alpha!"

Koenig si separò da lei, fissandola intensamente, uno sguardo che non ammetteva repliche: "Helena, io ora non sono affatto preoccupato che la storia di Tony si riveli alla fine un parto della sua mente disturbata... sono preoccupato invece che si dimostri vera del tutto!"

30. Diritto al primo colpo

C'era nebbia intorno, e a me davanti
la Galassia infinita e le sue stelle...
nessuna mano venne a trattenermi
la notte che trovai l'antica via.

H. P. Lovecraft, The Ancient Track


Incontrai l'equipaggio di Aquila Uno nella saletta di riunione pre-volo, poco distante dal Punto di Imbarco. John e la dottoressa Russell, che mi guardò con un misto di deferenza e sospetto, il professor Bergman, con un sorriso rassicurante sul volto dall'aria paterna, gli agenti di sicurezza N'Dole ed Irwin, quest'ultimo chiuso in sé, l'espressione indefinibile... sarebbe salito sulla nave Ultra, la tomba di Juliet Mackie e del mio equipaggio, e davvero mi chiedo cosa stesse provando in quel momento... non mi rivolse la parola ed evitò anche di guardarmi. Il comandante parlò brevemente a tutti, raccomandando la prudenza una volta attraccato il relitto, ordinò che ciascuno si attenesse scrupolosamente alle sue istruzioni... e alle mie, eventualmente. Non vi fu altro da dire... una situazione quasi irreale, che la mia apparente freddezza e calma interiore non contribuiva certo a migliorare. Ma avevo la mente impegnata a fare progetti, stando attento a tutto quello che poteva accadere attorno a me, sfruttando il momento favorevole all'azione... e ritenevo che non mi restasse che un solo modo per impossessarmi dell'Aquila, trovando la scusa di entrare nel modulo di comando, dove già doveva trovarsi Carter, e mettendolo fuori combattimento prima che gli altri potessero accorgersene. Ci avviammo verso la passerella telescopica collegata all'astronave, i due uomini della vigilanza davanti a tutti, io e Bergman dietro, John e la dottoressa a chiusura della fila... la sentivo esternare la sua preoccupazione sulla mia apparente calma... non si può dire che avesse torto nel pensare che sarebbe accaduto qualcosa. Una volta entrati nell'Aquila, Irwin e N'Dole presero posizione nel vano posteriore del modulo passeggeri, John cominciò a dare delle istruzioni particolari a Bergman e al dottore.

Il momento giusto era quello. Alle loro spalle dissi con tono noncurante che volevo andare a scusarmi con Alan per averlo colpito durante il mio fallito tentativo di appropriarmi della nave e John annuì senza darsi pensiero. Percorsi il modulo, attraversai l'anticamera della cabina di comando, dove potei constatare con una rapida occhiata che Jim Haines aveva mantenuto fede alla sua promessa e aveva lasciato l'involto con l'ascia africana e il coltello nell'armadietto con il kit geologico, e mi affacciai infine al portello. Alan era intento ad ultimare le operazioni di decollo e non mi vide. Mi spiaceva per quel che stavo per fare ma non avevo scelta. Perlomeno mi sarei scusato, e sinceramente, con lui, prima di colpirlo di nuovo. Il capitano non mostrò alcun risentimento verso di me quando gli espressi il mio rammarico... e non appena tornò a rivolgere l'attenzione agli strumenti, lo colpii con una semplice ma efficace mossa di karatè, appresa in palestra grazie agli insegnamenti di Luke Ferro. Carter si accasciò in avanti sbuffando. A quel punto dovetti sganciare le cinture di sicurezza, afferrare il corpo inerte e trascinarlo attraverso l'anticamera alla cabina di comando fino al modulo. Potevo giocarmi tutto in quel frangente, in quei pochi metri che separavano i due vani della nave... fortunatamente, anche se i portelli erano aperti, in quel momento nessuno sguardo dell'equipaggio era levato in quella direzione. Solo Irwin, dal fondo del modulo, si accorse infine che stavo depositando il corpo di Alan accanto agli armadietti con le tute spaziali. Lo intravidi estrarre la stun-gun, che già John era scattato in avanti, gridando il mio nome ma il doppio ordine di portelli si chiuse, separandomi da loro. John colpì il pannello, tentando di aprirlo, invocandomi invano... mi spiacque, sarebbe sembrato a chiunque una sorta di tradimento, o al più un gesto irresponsabile da parte mia. Saremmo andati comunque tutti sulla nave Ultra ma io non potevo permettere ad altri di interferire nella mia missione, neppure a John... mia la vendetta, mio il primo colpo. Me lo ero meritato e così sarebbe stato.

Corsi in cabina di pilotaggio. Era già tutto pronto al decollo, Carter aveva già azionato il ritiro della passerella telescopica e l'Aquila era libera da ogni attracco alla rampa. Operai lo sganciamento del modulo a terra e decollai in meno di cinque secondi, dirigendomi immediatamente alla volta del cimitero spaziale. Mi sentivo comunque in dovere di chiamare John, e lo feci. Era inutile permettergli di parlare, così semplicemente mi scusai e gli dissi che quello era il mio nemico e avevo diritto al primo colpo. Sapevo quale sarebbe stata la sua mossa successiva... spedirmi dietro le due Aquile di appoggio armate di laser e farsi raccogliere sulla rampa da un'altra nave. Avrei mantenuto comunque un discreto numero di minuti di vantaggio su di loro. Spensi subito dopo lo schermo, e mi concentrai sui comandi dell'Aquila, facendola filare a tutta potenza verso il mio obiettivo.


John Koenig era furente, soprattutto con se stesso.

Non riusciva a capacitarsi di quanto aveva fatto Tony Cellini e si sentiva amaramente deluso dal suo comportamento. Perché decidere di lasciarli indietro? Era la sua grande occasione per dimostrare la verità della sua incredibile storia dopo cinque anni di sofferenza, che motivo c'era di mandare tutto all'aria in quel modo? Solo una cosa poteva giustificare quell'azione, e lo leggeva chiaramente negli occhi severi della dottoressa Russell. E forse, proprio perché quell'accusa silenziosa proveniva da lei, si ritrovò quasi subito a prendere una posizione di difesa per il vecchio amico.

"Avanti, Helena, lo so cosa vuoi dirmi", sbottò, irritato, "Pensi che stia andando avanti per cancellare ogni prova residuale del suo supposto errore".

La dottoressa annuì, in silenzio.

"Ma è assurdo, rifletti! Anche se davvero volesse agire in questa maniera... a cosa gli gioverebbe? Dove potrebbe andare, poi? Cosa potrebbe fare, dopotutto, in sei minuti di vantaggio sui di noi?"

"John, considero Tony Cellini esattamente come l'ho sempre considerato... un represso isterico. Ci ha ingannati per tutto questo tempo ed ora che il suo castello in aria sta per crollare non ne accetta l'evidenza. Doveva essere infallibile in questa finzione come in tutte le altre cose che lo hanno riguardato".

"Mi rifiuto di crederlo!", esclamò veementemente Koenig, "Ora come ora, è ancora lui che si ritrova maggiormente dalla parte della verità. Ci ha parlato di un cimitero di navi, non è stato creduto, eppure eccole là, davanti a noi!"

"La sua storia risulta adesso inattaccabile fino al contatto con una di quelle navi... ma non oltre", fu la risposta, gelida, della dottoressa.

"Un momento, Helena", intervenne pacatamente Bergman, allontanandosi da Carter nel frattempo rinvenuto e dall'aria impotente nel modulo passeggeri, "Ora sei ingiusta nei confronti di Tony... se tutto quanto ha raccontato a John fosse vero, e non vedo ora il motivo di dubitarne, ogni tassello che compone la sua storia ha trovato una sua posizione non contraddittoria. Dobbiamo accettarlo e riconoscerlo".

"Victor, se anche così fosse con questo suo gesto irrazionale Cellini ha dimostrato invece che la vostra fiducia in lui era mal riposta e che lui stesso aveva qualcosa da nascondere, che ne fosse conscio o meno. John", Helena tornò a rivolgersi al comandante, "non intendo evidenziare un comportamento criminale in quell'uomo e neppure accusarlo di deliberata malizia nella sua condotta passata. Il mio giudizio su di lui si basa esclusivamente sulle mie conoscenze ed esperienze professionali. La storia di Tony sta per mostrare la corda, e proprio nella fase conclusiva, cioè quella che infine nessuno di noi aveva mai potuto accettare".

"Quindi la sua sarebbe stata tutta una vana lotta per convincere il mondo e soprattutto se stesso della verità di un sogno inventato per coprire un madornale errore. Ma non è possibile, Helena. Troppe cose, troppe circostanze, troppe coincidenze vanificano questa tua ipotesi. Non puoi far finta di nulla davanti a tutti i particolari di questa faccenda, anche gli ultimi venuti a tua conoscenza... la scomparsa di Ultra prevista da Tony, il fatto che là in mezzo vi siano navi di mondi che abbiamo incontrato nella nostra corsa nello spazio, l'incubo di questa notte, quella sua telepatia con il mostro..."

"Il fatto stesso che Tony abbia detto a John anni fa", aggiunse pensieroso Bergman, "che probabilmente solo il mostro si sarebbe fatto ritrovare sulla sua strada, non l'intero pianeta Ultra, che qui non c'è... il pianeta fantasma, lo aveva chiamato".

"Mente lucida e disturbata al tempo stesso, così lucida nel suo perfetto sistema immaginativo da potere influenzare in qualche modo anche la realtà circostante e addirittura gli schemi di pensiero di altri", rispose con voce malinconica Helena, "Casi come il suo sono stati registrate a bizzeffe, sulla Terra, ma la conclusione era sempre la stessa: gente malata, con la capacità relativa di saper rendere convincente il proprio sistema allucinatorio, comunicandolo ad altri. Le spiegazioni ad ogni circostanza da loro messa in atto però potevano essere altre, e lo erano sempre".

Koenig le diede le spalle, stizzito. Chiamò Alpha dallo schermo incastrato fra gli apparati lungo la parete del modulo: "Paul, situazione".

Il vice-comandante Morrow riferì prontamente: "Nessun segnale di vita proveniente dal cimitero di astronavi. Tassi di radiazione nulli, campi magnetici zero, nessuna fonte energetica rilevata, di qualsiasi natura. Quelle navi sono completamente inerti. Il pilota Pete Johnson che vi sta trasportando ha segnalato che avete circa sei minuti di ritardo rispetto all'Aquila di Cellini".

"Grazie, Paul", Koenig si voltò amareggiato verso gli altri, "Nessun segnale, dunque, Victor".

"Come del resto Tony ci ha sempre detto", puntualizzò lo scienziato, poi tornò a rivolgersi alla dottoressa, "Helena, definitivamente Tony non è pazzo. Sta agendo come il suo temperamento lo ha sempre costretto ad agire, esponendosi in prima persona. Può essere addirittura che non voglia che altri corrano rischi al posto suo. Ha perso il suo intero equipaggio ed ora vuole fare ciò che farebbe ogni capitano di nave in analoghe circostanze. Saldare i conti in sospeso. Ecco perché è lassù da solo".

Carter, seduto su un bracciolo delle poltroncine, annuì concorde, nonostante il dolore al collo. La dottoressa preferì non replicare, spostando la sua attenzione sugli strumenti. Koenig, con i nervi a fior di pelle, prese a camminare su e giù lungo il modulo, una mano sulla fronte, contenendo a stento la sua impazienza. Mise in funzione lo schermo sulla parete ricurva presso il portello. Il cimitero di astronavi, lugubre, immoto, si stava avvicinando.

"Devo dire, John, che quell'immagine rimanda in modo impressionante a quella di tante mosche prese in una gigantesca tela di ragno", commentò Bergman, stringendo gli occhi, ancora impressionato dallo spettacolo offerto dalle navi alla deriva.

"Qualcosa che non ci tiene troppo lontano dai mostri, dunque...", il comandante fu colto da un pensiero improvviso, "Quelle navi non sono più in orbita attorno ad Ultra, eppure sembrano immobili nello spazio, tenute insieme, vicine, da una sorta di campo gravitazionale. Come può essere possibile?"

"Lo avevo già notato, John. In effetti, un conto è un cimitero spaziale stazionario, in quanto orbitante attorno ad un corpo celeste. Le navi si muoverebbero al ritmo della giostra orbitale. Ma senza la forza gravitazionale del pianeta, avrebbero dovuto... che so, disperdersi, allontanarsi l'una dall'altra. Invece eccole tutte qui... ferme nello spazio".

"Ritieni forse... che la loro aggregazione sia dovuta in qualche modo al mostro... è una trappola preparata da lui per Tony Cellini?"

Helena scosse la testa, indispettita, il comandante finse di non essersene accorto ma Bergman non sapeva dare risposta al quesito: "Non lo so, John... certo è molto strano".

"Victor, come credi che si regolerà Tony, una volta laggiù?"

"Visto che la sua Aquila non possiede più una passerella telescopica potrebbe sganciare il modulo di comando dal resto dell'intelaiatura e attraccare la sonda Ultra", rispose Carter al posto dello scienziato.

"Sì, ho controllato i dispositivi di attracco e corrispondono. La tecnologia del 1996 non è cambiata molto da quella attuale", confermò Bergman, "È l'unico modo per lui di poter salire a bordo".

"Maledizione. Perché ci mettiamo tanto?", Koenig, esasperato oltre ogni dire, chiamò il pilota dell'Aquila Due che li stava traghettando dopo averli prelevati sulla rampa, "Johnson! Sprema i motori al massimo!"

"Comandante, siamo già al limite. Raggiungeremo la sonda Ultra pochi minuti dopo Aquila Uno", rispose il pilota. Koenig non replicò, troncando la comunicazione. Mentre continuava a camminare avanti e indietro incontrò lo sguardo di Derek Irwin, immobile a braccia conserte in un angolo vicino al vano posteriore dell'astronave. Per un istante fissò il giovane, cercando di capire cosa potesse passargli per la mente.

"Irwin, lei che cosa ne pensa?", chiese, all'improvviso. L'uomo della vigilanza, immerso nei suoi pensieri, evidentemente non si aspettava di essere interpellato e trasalì.

"Comandante, io...", l'agente di sicurezza aveva compreso da un po' che era stato scelto per la missione per il fatto che Koenig era venuto a conoscenza della sua relazione con Juliet Mackie, "Per quanto possa sembrarle strano... voglio credere in quanto ha raccontato Cellini... perché se non fosse così...", lasciò la frase in sospeso, eloquentemente. Ma Koenig lesse su quel viso qualcosa che andava oltre l'apparente minaccia velata. Ebbe l'impressione che Irwin fosse profondamente convinto della verità del racconto di Cellini, e che ora stesse facendo uno sforzo su se stesso per non rivelare quel che sentiva dentro, il desidero non confessato: essere a bordo di Aquila Uno con l'ex comandante della nave Ultra, per affrontare insieme la minaccia che aveva sconvolto le loro vite.

"Nervi saldi, una volta che saremo là, Irwin... a prescindere da quel che troveremo", ammonì l'uomo della sicurezza.

"Non la deluderò, comandante", rispose Irwin, fissando davanti a sé. Bergman si sentì commosso e si fece accanto all'uomo in manica viola, sorridendogli e stringendogli il braccio.

"Comandante Koenig", il volto baffuto di Pete Johnson apparve sul video, "Aquila Tre e Quattro in posizione strategica, pronte ad aprire il fuoco sulla sonda Ultra al suo comando".

"Bene, Johnson, stand-by per entrambe le navi. Tempo stimato per giungere in prossimità della sonda per eventuale attracco?"

"Sette minuti e mezzo, comandante", riferì prontamente l'astronauta, "Saremo pronti per... un momento. Ho l'Aquila di Cellini sul video, le passo l'immagine".

Lo schermo che riprendeva nel modulo passeggeri il cimitero di navi in campo lungo mutò angolazione, amplificando l'ingrandimento. La nave Ultra balzò in primo piano, perfettamente riconoscibile in tutti i suoi particolari nonostante la mancanza di cabina di pilotaggio, le linee portanti di tecnologia terrestre stonate accanto al colosso alieno cui si era ancorata, completamente diverso nella sua concezione aerodinamica. Al di sopra della sonda apparve anche l'Aquila Uno, in lenta manovra di avvicinamento tra le due navi. Quando si trovò in posizione adatta, ponendosi all'altezza di muso della Ultra, anche da quella distanza fu possibile notare le piccole vampate dei bulloni esplosivi che separarono la punta triangolare dell'Aquila dal resto dello scafo, che per forza di inerzia, oltre che dall'azione opposta dei razzi chimici del modulo di comando, entrò in autorotazione, allontanandosi via nello spazio dalle altre due astronavi e scomparendo dallo schermo. Il minuscolo baccello sembrò galleggiare nel vuoto, ma evidentemente Tony Cellini stava operando brevi e delicate correzioni nel suo assetto tramite i piccoli razzi chimici e direzionali, spingendo la navetta verso il punto di attracco con la sonda, contatto che avvenne felicemente poco dopo. Ora la decapitata nave Ultra aveva riottenuto il suo vertice, il modulo di comando mancante da oltre cinque anni.

"Johnson", chiamò Koenig, "Ci agganceremo alla sonda dal portello sul lato sinistro, mi raccomando, faccia attenzione alla manovra. Le mando anche Carter", si rivolse al capitano, seduto accanto alla dottoressa Russell, "Alan, in linea per l'attracco, nel modo più delicato possibile".

Il capo-piloti annuì, dirigendosi verso la cabina della nave.

"John", lo chiamò la dottoressa, china sui suoi strumenti, "Ricevo segni di vita dalla nave Ultra. È Cellini, dev'essere salito a bordo. Se vi fosse qualcos'altro avremmo dovuto già captarne i segnali".

"Sempre che i nostri strumenti siano in grado di farlo", rimarcò Koenig.

31. Fratelli nella notte, fratelli nella luce

Sono un'entità pari a quella che tu assumi nella libertà del sonno senza sogni.
Sono il tuo fratello di luce, e ho volteggiato con te nelle vallate rilucenti.

H. P. Lovecraft, Beyond the Wall of Sleep


Il mio lungo diario mentale si conclude qui, ora, in questo momento, perché non è più tempo di pensare, non è più tempo di guardare al passato. Mi trovo esattamente dove voglio essere, a bordo dell'Aquila che mi riporterà alla nave Ultra, al mio posto, al centro del dominio del drago. I miei ultimi cinque anni di vita mi hanno calamitato inderogabilmente qui ed ora il mio viaggio sta per finire. Se la mia esistenza dovesse mai avere un apice, che verosimilmente corrisponderà ad un epilogo, allora sto per viverlo. Il quadro è quasi completo, il mosaico che è la rappresentazione della vita di Anthony Cellini, astronauta del pianeta Terra. Inizio e fine, principio e conclusione. Le immagini della mente si allontanano, sfuggevoli come un sogno, ora che non è più necessario rievocarle. Il racconto di Lovecraft letto in gioventù, la predizione di Ngaia durante il safari africano, il viaggio della nave Ultra, Monique e il mostro, il ritorno dal grande abisso cosmico, la catastrofe lunare, l'odissea della base Alpha, il richiamo della creatura, l'occhio ardente dai molti bulbi. Ogni tessera al suo posto, attorno al pezzo mancante, all'ultimo tassello che renderà chiaro il disegno finale. Ma lo farà? Potrò leggere il significato ultimo di tutto? Vi sarà qualcuno che potrà comprendere? Forse ciò che deriverà dalla fine sarà solo e unicamente la fine, il cui messaggio non potrà essere decifrato, non avrà senso compiuto. Ma non importa. Quel che ha importanza è il mio disegno, il mio volere, che non corrisponde né si cura di alcun altro disegno superiore, anche se da questo dipendesse o fosse strettamente legato. Gioco una partita della quale mi interessa solo il mio ruolo, non l'esito generale del tutto, lo schema definitivo. Segnare il mio punto, ottenere quello che voglio... e niente altro.

Esiste ora solo Tony Cellini, e il suo egoismo. Nient'altro. Esiste solo l'appagamento del mio desiderio. Le cose andranno esattamente come io ho stabilito che vadano. Non c'è alternativa. Non c'è sorpresa. Non c'è variante né variabile. Sono il demiurgo della mia esistenza. Sto vivendo ora ciò che è già stabilito... e vedo il risultato finale. Non mi interessa comprenderlo. Non mi interessa capirlo. Io vedo il risultato finale, e andrà come voglio io.

Le note dell'Adagio di Albinoni riempiono l'abitacolo dell'Aquila, mentre il cimitero di navi si avvicina davanti a me. Il luogo dell'appuntamento. Dovrò solo risolvere una noiosa incombenza finale, eliminarla, poi finalmente avrò indietro ciò che voglio, ciò che mi appartiene. Non sto andando all'appuntamento con il mostro... sto andando all'appuntamento con Monique.

Lei mi ha aspettato tanto, ed ora la lunga attesa è finita. Vengo a riprenderti, amore mio.

Ma prima, niente e nessuno mi impedirà di godere della distruzione di chi ha foggiato questo Schema delle Cose. Per troppo tempo quell'essere ha invaso i miei pensieri, profanato la mia mente, violentato la mia volontà, torturato il mio animo. Mi ha indotto a credere di avere ucciso colei che amo, mi ha fatto provare l'orrore di appetiti e pulsioni che non appartengono all'uomo, mi ha trascinato in gorghi ultra dimensionali che giacciono al di là dei mondi della materia, mi ha scelto come Cassandra dell'era spaziale, ha distrutto quella che sarebbe potuta essere la mia vita normale. Il suo solo errore è stato quello di non uccidermi quando poteva, di farsi scappare la preda... che ora torna come cacciatore. Ho risposto al tuo richiamo, e sto venendo da te, al centro del tuo regno, nella tua ragnatela di astronavi, dove tu attendi di fare la tua comparsa... non sarà come le altre volte, credimi, non potrai contare sull'elemento sorpresa, non potrai usare la tua malefica influenza su di me, ora, non potrai avere la meglio sulla mia mente. Perché ti conosco, creatura... sono preparato ad incontrarti e ho per te un regalo, un dono di acciaio temperato, la mia scure che cercherà il tuo occhio luminoso, il tuo occhio di fuoco. Sei la prigione che racchiude la luce, ed io ti annienterò, o morirò nel tentativo. No, non fare affidamento su quest'ultima possibilità, mostro. È già tutto prestabilito. Ti affronterò nel tuo dominio, preparati! Ho atteso troppo a lungo, ora si chiuderanno i conti. Tu sei l'ostacolo che devo superare per ritrovare colei che amo ed io ti userò per ottenere i miei scopi. Il mio piano si svolgerà liscio come l'olio e tu farai la tua parte... così come io vorrò.

Questo universo non ti appartiene. Sei un intruso, un abitatore del buio, un incidente che deve essere ovviato. Non tornerai ai tuoi veri domini, no, non farci conto... morirai, morirai qui, lontano dal tuo mondo di origine, se di mondo si tratta... resterai vittima della tua fame insaziabile, la tua fame che ti ha condannato! Tu sei Mbatian, lo shaitan in forma animale, ma io ti ho dentro di me, ora, e userò questa forza rivoltandola contro di te.

Ora so bene quel che è il mio compito. No, non sono io Mbarak, il vero liberatore. Io aprirò solo la strada al liberatore. Io sono colui che guarderà nel tuo occhio ardente dai molti bulbi e ti farà capire che ti starò uccidendo. Sono la tua Nemesi... e nonostante tutto, per qualche istante, sarò anche la tua preda. Ma la mia prigionia non durerà molto... e tu lo saprai, ma non potrai farci niente.

L'uccello holawaka questa volta ha consegnato il suo divino messaggio al giusto destinatario... io non morirò.

Guardami, Ngaia, fratello nello spirito, guardami nel cielo, oltre la rossa Algol, la Stella-Demonio, guardami mentre vado incontro al mio nemico e sii parte di me, guida la mia mente e il mio braccio che impugna l'accetta che mi donasti. Spaccherò l'occhio ardente di Mbatian...Ti affronterò nel tuo dominio, mostro.

Ti annienterò e non morirò nel tentativo. Aspettami.

Sto arrivando.


Le lunghe dita affusolate, nere, carezzavano il ciondolo al collo del guerriero Masai, l'opalescente pietra lunare che era stato il dono dell'uomo delle stelle. Quell'amuleto aveva portato bene alla tribù di Ngaia nel difficile periodo seguito all'uscita dall'orbita della Luna, quanto gli elementi si erano scatenati sotto la Montagna della Grandezza e c'erano state grandi piogge torrenziali, tempeste con fulmini che si scaricavano al suolo, vento impetuoso e demoni ovunque, ululanti e famelici. Il paesaggio kenyota era stato devastato, la terra si era spaccata e le acque si erano riversate fuori dai loro alvei, inondando la savana. Grandi mandrie di animali erano fuggite, molti erano morti, solo i più grossi predatori erano riusciti per un po' a resistere nella lotta della sopravvivenza, ma poi avevano dovuto soggiacere alla furia della natura impazzita. Le tribù Masai, Kikuyu e Wakamba avevano visto i loro villaggi rasi al suolo, avevano cercato rifugio nelle comunità dei bianchi e negli abbandonati villaggi-vacanza, ma anche lì il disastro aveva apportato gravi danni. Per lunghi mesi non era stato più possibile vedere il cielo azzurro e le due vette della Montagna della Grandezza, nascoste da vapori e bassi strati di nuvolaglie grigie.

Poi un ulteriore catastrofe, l'esplosione della centrale nucleare di Mombasa, che aveva inquinato di scorie radioattive tutto il territorio circostante anche a distanze vastissime, per colpa dei venti impazziti che avevano diffuso la radioattività. I corsi d'acqua si erano subito inquinati, flora e fauna avevano cominciato a morire ovunque, il cielo nuvoloso si era tinto di una impressionante colorazione scarlatta. Nonostante le precipitazioni intense, il deserto aveva cominciato a divorare la terra feconda, portando la desolazione, la malattia, la morte.

E infine, erano tornati anche i demoni.

Si aggiravano nelle bruciate macchie di nyika, durante la notte, ma dopo che i bastioni nuvolosi si erano chiusi come pesanti cappe opprimenti sulla savana uscivano anche di giorno, più simile ad un perenne crepuscolo. Avevano cominciato ad aggredire gli ultimi animali feroci ancora vivi, sbranandoli dopo titaniche lotte, avevano cancellato per sempre dal territorio i pochi elefanti rimasti, i leoni, le gazzelle, le zebre, tutto ciò che si muoveva e conservava in sé un barlume di vita. Poi si erano avvicinati alle comunità dell'uomo, trovandole di proprio gradimento ed ora si nutrivano di carne umana, ogni notte, senza che nessun cacciatore bianco o nero riuscisse a fermarli. Nessuno sapeva quanti fossero esattamente, i demoni, ma l'elenco delle loro vittime, orrendamente straziate, era ormai lunghissimo e si pensava dovesse trattarsi di una numerosa turba di sanguinarie creature della notte.

Ma Ngaia lo sciamano sapeva che in realtà era un solo essere, anzi due in uno, il frutto orribile di una mutazione genetica conseguente all'esplosione della centrale di Mombasa, anche se questa particolare genesi sfuggiva alla sua comprensione... semplicemente, per i Masai e per tutte le razze di colore del rift al di sotto del Kilimanjaro, si trattava del ritorno dell'uomo-demone per eccellenza, di shaitan, degli antichi capi-tribù Mbatian e Nlian, questa volta reincarnatisi assieme nel corpo di un gigantesco leone mutato. Le descrizioni, vaghe, di chi asseriva di avere visto quella fantastica creatura assetata di sangue parlavano di un enorme essere ruggente, un colossale felino fornito di quattro spaventosi occhi gialli, non in linea fra loro, asimmetrici, di doppio ordine di fauci, anch'esse asimmetriche, con una sorta di cresta dorsale e zampe che fuoriuscivano dalle zampe, più simili a braccia malformate. Ma in genere chi si imbatteva nel mostro non aveva modo di raccontare l'accaduto.

Nell'ultimo anno, le vittime erano aumentate, specialmente tra la gente di colore. Mentre le condizioni climatiche e ambientali sembravano andare incontro ad un blando ridimensionamento e i cieli tornavano ad essere più o meno limpidi, l'accendersi della speranza, tangibile quando la Montagna della Grandezza e i suoi ghiacciai tornarono a stagliarsi sulla tormentata volta celeste, era vanificato dalle continue scomparse di persone, di cui raramente venivano trovati i resti insanguinati. La catastrofe avvenuta sulla Luna aveva rigettato quella zona dell'Africa orientale indietro nel tempo, cancellando quasi completamente le conquiste nel frattempo conseguite anche solo a livello urbano e sociale. Le tribù indigene si erano frammentate, molte erano scomparse, la religione unica era stata via via abbandonata e il paganesimo era risorto dalle sue ceneri. Dei e demoni tornarono ad infestare le menti semplici e di fronte all'orrore scatenato dalla creatura che era considerata la reincarnazione di Mbatian e Nlian, usciti dal buio della notte per vendicarsi di coloro che dimenticarono le loro figure e il loro retaggio, vinti dall'occidentalizzazione e dalle false lusinghe portate dall'uomo bianco, molti villaggi decisero di fare un proprio, tragico tentativo di allontanare l'indiscriminata minaccia bestiale, così come era già accaduto in un lontano passato: i capi-villaggio, i wazee e i moran, gli sciamani, tornati agli antichi costumi tribali, cominciarono a scegliere tra la propria gente coloro che sarebbero stati volontariamente sacrificati al mostro, vittime innocenti che venivano stordite da droghe naturali e abbandonate nelle selve di nyika o che coscientemente si avviavano disarmati verso il loro terribile destino, nella speranza di allontanare il male dai propri congiunti e dalla propria tribù.

Ma Ngaia il Masai non accettò questa inconcludente e cruenta soluzione. Dopo essersi isolato per due giorni e due notti nella sua capanna, distante dalle altre del villaggio, ed aver acceso tre immensi fuochi risplendenti nella pianura sotto le stelle, dopo essersi raccolto interiormente, aver aguzzato i sensi e preparata la mente al terribile confronto con il demone, lo sciamano si era sentito pronto ad uscire per la caccia, armato solo della sua lancia e del coltello. Aveva fatto in modo che le nascoste forze della natura, gli spiriti degli avi e l'energia vitale dell'universo si catalizzassero nella pietra lunare che suo fratello delle stelle gli aveva donato, prezioso amuleto in grado di annullare gli abissi del cosmo, ed ora era giunto il momento di affrontare nuovamente il cruento Mbatian, il due in uno, l'essere in grado di annullare con il terrore la volontà delle sue povere vittime. Comunicò agli elementi, al cielo, alla terra la sua intenzione, affinchè lo stesso Mbatian lo venisse a sapere... sapesse che la morte si era mossa implacabile verso il mostruoso drago leonino, che si preparasse a riceverla.

Da solo, avvolto in una lubega scarlatta che gli lasciava scoperte le gambe, senza intralciarlo nei movimenti, Ngaia si era inoltrato nella selva oltre i nyika per porre fine al sanguinoso dominio del redivivo Mbatian, o morire nel tentativo. Per molti giorni lo cercò, sicuro di poterne contrastare il potere ipnotico con la propria forza di volontà, certo di rappresentare l'unica vera minaccia per l'esistenza del mostro, pronto a fissare i suoi occhi neri nei gialli pozzi di malvagità del due in uno, incutergli la paura che l'avrebbe indebolito in modo da poter sferrare il colpo fatale. Liberare la terra dall'incubo, salvare ciò che restava della propria tribù dopo che l'essere l'aveva quasi decimata, questo era il destino di Ngaia, lo sciamano Masai... un destino che condivideva con un unico altro essere umano, lontano nello spazio, oltre gli abissi tenebrosi dell'oceano di stelle. Fratelli nella notte, fratelli nella luce, si muovevano contemporaneamente incontro ai loro nemici, spinti dal coraggio sovrumano del predestinato che sa imporre la propria volontà.

Ma il demone Mbatian era furbo, e sapeva quale era l'unico modo di vincere il cacciatore sulle sue tracce. Per una sola volta, avrebbe attaccato alle spalle, senza permettere che gli occhi del guerriero si incrociassero con i suoi. Nessun uomo poteva vincere Mbatian, nessun uomo poteva vincere il terrore. Quando il Masai lo trovò, sotto l'occhio rosso della fulgida Algol, il due in uno lasciò che Ngaia si avvicinasse, lo aggirasse e si inoltrasse davanti. Ora era in suo potere. Snudò gli artigli e assaporò il gusto del sangue ancor prima di farlo zampillare libero sul suolo riarso. Impazzì di folle piacere, e caricò.

32. Ritorno al dominio del drago

Stanotte io vado come una Nemesi che reca
una giusta vendetta in un fiammeggiante cataclisma.

H. P. Lovecraft, Beyond the Wall of Sleep


Il modulo di comando simile alla testa di una mantide dell'Aquila Uno, con una delicata manovra da perfezionista eseguita sui razzi direzionali, andò a combaciare con il portello frontale della nave Ultra, là dove un tempo si trovava l'originale cabina di pilotaggio diventata poi la sonda di salvataggio per Tony Cellini, cinque anni prima. L'attracco avvenne perfettamente e una volta di più l'astronave terrestre si ritrovò configurata come nella vecchia versione, sebbene il muso triangolare dell'Aquila fosse decisamente più piccolo e fuori di proporzione rispetto al resto della struttura. Non appena i cardini di aggancio unirono assieme i due mezzi spaziali, dagli accumulatori d'attracco della nave alphana si sprigionò un quantitativo energetico bastevole a ricaricare i sistemi di sicurezza sulla Ultra, che avrebbero così permesso l'apertura interna dei portelli, altrimenti inattivi a causa dello scaricamento di ogni fonte di energia elettrica dopo anni di deriva spaziale.

Compiute tutte le operazioni del caso per mettere il modulo, ormai diventato parte integrante della nave Ultra, in stand-by operativo, Tony Cellini si liberò delle cinture di sicurezza, balzando in piedi e andando al vano posteriore, dove il tecnico Jim Haines aveva collocato il kit geologico e l'involto contenente il pugnale e l'accetta africana. Afferrò quest'ultima e se la infilò nella cintura, assieme al coltello, liberato dalla sua fodera di pelle. Prese il rampone a quattro punte ricurve con uncini metallici, lo assicurò al gancio della robusta sagola avvolta su se stessa, né provò la resistenza con qualche strattone. Soddisfatto, srotolò un capo del cavo, cominciando a legarselo attorno alla vita dopo averlo adattato alla giusta misura. Ora era pronto ad affrontare il suo nemico, che lo attendeva al di là del doppio ordine di portelli. Con un brivido di soddisfazione si gustò quel momento, vissuto innumerevoli, troppe volte solo in sogno. Ma ora il sogno era diventato realtà, lui era tornato sulla nave Ultra, al suo passato, finalmente in grado di colpire a sua volta.

Liberò la mente da ogni pensiero: aveva valutato in precedenza ogni sua mossa e si sarebbe attenuto scrupolosamente a quanto stabilito, pur non avendo certezze riguardo alla tempistica. Una volta aperti i portelli, il mostro sarebbe già stato là ad attenderlo? Lo avrebbe attaccato prima di tutto con la sua influenza ipnotica, privandolo del controllo mentale? Questo era ciò che doveva evitare in primissima istanza: perdere subito le sue facoltà decisionali, soggiacere al potere ammaliante di quell'essere. Sapeva che si sarebbe giocato tutto in pochissimi istanti e lui doveva assolutamente trovare il modo di prepararsi a resistere alla forza della creatura, sia psichica che fisica. Appena entrato nella nave, doveva perciò assicurare subito il rampone alla prima colonnina portante dello scafo, proprio quella dove un tempo si era afferrata Monique Bouchere, prima di essere stata strappata via dai tentacoli del mostro. Si trovava alla sua sinistra, a circa sei metri dall'accesso, probabilmente in zona buia, perché le batterie di riserva energetica della Ultra dovevano essersi esaurite ormai da tempo. L'unica fonte di luce sarebbe stata probabilmente quella del modulo dell'Aquila, alle sue spalle, quindi solo un riverbero diffuso, ostacolato dal suo stesso corpo. Solo dopo essersi saldamente legato all'elemento portante, in modo da resistere al richiamo ipnotico come un novello Ulisse di fronte al canto delle sirene, avrebbe potuto valutare da che parte sarebbe giunto l'attacco.

Nei sogni il mostro appariva invariabilmente davanti a lui, ma non avrebbe potuto dire esattamente dove... e se l'avesse aggredito alle spalle, dalla parte del modulo dell'Aquila? Materializzandosi dal nulla ogni anfratto della nave poteva essere buono... no, no, la creatura si sarebbe manifestata davanti a lui, per raggiungerlo immediatamente con i suoi impulsi ipnotici e renderlo inerme. Sarebbe apparsa sul fondo della nave.

L'astronauta si avvicinò al portello, esitando un solo istante.

"I corpi", pensò, "I corpi dei miei compagni sono ancora lì, riversi sul pavimento, davanti a me. Non devo distrarmi... non devo pensare a loro... non devo neppure guardarli!"

Cellini si concentrò, cercando in quel suo legame telepatico con la creatura le avvisaglie di ciò che avrebbe trovato oltre. Ma la sua mente taceva, non trasmetteva alcun segnale. In quel momento, al di là del battente non c'era ancora nulla... ben ricordava cinque anni prima, dopo aver tagliato il tentacolo infiltratosi nella sonda, che le urla elettroniche del mostro e quel vento infernale si potevano percepire anche oltre il pannello. Dalla Ultra, per ora, non giungeva invece alcun suono. Stringendo nel pugno il rampone, pronto ad usarlo nel caso come arma, Tony Cellini mise fine all'attesa, all'attesa durata oltre cinque anni, azionando il comando di apertura del doppio ordine di portelli.

Il pannello svasato dell'Aquila scivolò nel suo alloggiamento, per un istante vide quello dipinto di arancione vivo e con il logo della Missione Ultra appartenente alla sua vecchia nave, poi anche questo si aprì con uno sbuffo elettronico. L'uomo fu investito da un caldo spostamento d'aria che gli portò alle narici il pesante sentore di chiuso, un'ondata viziata che gli fece lacrimare gli occhi. Non si verificò nessun tipo di repentino attacco, ovunque fosse la creatura in quel momento non si trovava in agguato all'ingresso della nave. Gli sembrava di essere un antico esploratore delle piramidi egizie, giunto sulla soglia di un millenario sepolcro immerso nelle tenebre... e la nave Ultra in verità questo era, una tomba per l'eternità.

La luce proveniente dai pannelli dell'Aquila sembrava faticare a penetrare nell'interno dell'astronave, vincendo a stento il buio totale e delineando debolmente qualche profilo di consolle e di banchi del computer, riflettendosi sulle colonnine portanti rosse lungo tutto il lungo vano della Ultra. Qualche spia brillava ancora come debole lumicino sulle pareti a destra e a sinistra, ma a parte questo la nave era morta, buia e silenziosa. A poco a poco si diffuse una vaga luminescenza e Cellini fu in grado di vedere meglio davanti a sé. Aveva cercato di evitarlo, ma il suo sguardo corse subito a circa metà del vasto ambiente, dove ciò che sembravano essere tre bozzoli sgraziati giacevano a terra, ricoperti da un velo simile al tessuto di una gigantesca ragnatela, improbabile sudario di polvere in un ambiente a tenuta stagna, che li rendeva simili ad orride mummie prosciugate di vita. Erano i corpi dei suoi amici, del suo equipaggio... Darwin King, Juliet Mackie e Monique Bouchere, poveri resti non più identificabili, abbandonati sul lucido pavimento. Oltre a questi, sul fondo della Ultra, i portelli posteriori sembravano deformati, fusi come da un calore immenso, non più rettangolari ma grossolanamente curvilinei, con i bancali degli strumenti elettronici irriconoscibili. In quel punto si era manifestato per la prima volta il mostro, laggiù avevano trovato una morte orribile i suoi compagni.

"Escludi dalla tua mente questa immagine! Non perderti! La colonnina portante!". Cellini mosse il primo passo all'interno della nave Ultra, e non appena fu dentro avvertì subito il cambiamento.

Un sesto senso misterioso fece scaricare nel suo corpo un'energia irritante che lo elettrizzò spiacevolmente, facendogli drizzare ogni pelo, ingenerando in lui una sorta di nausea. Come se tutt'intorno andasse manifestandosi una forza totalmente aliena che mettesse in risonanza fisica il suo corpo, producendone una avversione totale. Un sibilo acuto si propagò di colpo attraverso lo scafo, trasformandosi in una dolorosa sferzata di vento diaccio, accompagnato dal ben noto urlo elettronico, che sembrò riempire ogni anfratto della nave, rimbombando ovunque. Cellini fu colto di sorpresa, nonostante se lo aspettasse, vacillò piegandosi in avanti, cercando di resistere all'impeto del soffione cacofonico. Si spinse a fatica verso la colonnina portante, perse secondi preziosi per raggiungerla, continuamente investito da frustate di vento che gli impedivano quasi di stare in piedi. Davanti a lui vide, gli occhi stretti a fessure, una vorticosa girandola di sprazzi luminosi, bianchi, dolorosi alla vista, cominciare a ruotare in direzione della sezione posteriore della sonda, oltre i cadaveri. Lo avrebbe visto materializzarsi, per la prima volta... non in un sogno ma dal vero, come a suo tempo videro i suoi sfortunati ed impotenti compagni.

"Legati alla putrella! Ora! Non guardare laggiù!", gridò la sua mente, cercando di vincere l'osceno frastuono distorto che sembrava possederlo, penetrare in lui, nel suo cervello. Si afferrò alla colonnina, spiegò la sagola e fece passare il gancio metallico nel divisorio, incastrandola con le quattro punte ricurve nella parte bassa. Riuscì appena in tempo ad ancorarsi, prima di subire tremende spinte in avanti dalla corrente ghiacciata che lo aggrediva da ogni parte. La prima sferzata gli scorticò a sangue i fianchi sotto l'uniforme, dove era avvolta la sagola. Sentì il suo corpo sospinto furiosamente da dietro verso l'origine del gorgo luminoso, che andava condensandosi sempre più. Ora poteva vederlo bene... come una lacerazione di tessuto spaziale, uno squarcio dimensionale che andava riempiendosi di qualcosa di vibrante, mobile, nero ed orribile. Una massa viscida, apparentemente compatta, che iniziò a dividersi dal centro, a raggiera, in una corolla di tentacoli frementi che si allungarono all'interno della nave, verso di lui, come ciechi e giganteschi pitoni neri in cerca di una vittima. Vi fu un'esplosione catramosa, che si riversò fumando dal vorticoso gorgo luminoso che era il centro del groviglio di arti impazziti. Quella che era sembrata una rotonda lacerazione dimensionale si riempì di accecante luce pastosa, biancazzurra, una materia nerastra gli si raggrumò intorno, bollendo e fumando, coagulandosi in un tessuto butterato da cui presero ad originarsi altri tentacoli limacciosi e mulinanti, che cercavano di saldarsi alle strutture della nave Ultra o si muovevano come spessi cavi elettrizzati nello spazio libero davanti. L'urlo distorto del mostro deflagrò come una devastante bolla sonora tra le pareti e il bruciante occhio centrale dell'essere sembrò divenire un pozzo luminoso in grado di rovesciare ogni prospettiva al suo interno.

"L'occhio ardente dai molti bulbi! Ma da quale orrendo universo privo di stelle arrivi, tu... maledetto figlio di puttana!"

L'impulso ipnotico della creatura penetrò attraverso gli occhi dell'uomo fino al cervello, ordinandogli di eseguire i propri ordini e di lanciarsi verso l'occhio incandescente ma Tony Cellini riuscì a muoversi quasi contemporaneamente ad un nodulo di tentacoli che con insospettata rapidità gli si tese incontro. Estrasse l'accetta dalla cintura e colpì quasi alla cieca, menando tre fendenti. La sostanza di cui erano composti gli pseudopodi si lacerò, gettando fuori un nero fluido viscoso, il tessuto sfibrato non resse più il peso degli stessi tentacoli, che si piegarono ad angolo retto, ricadendo sul pavimento inerti. Il grido inumano del mostro cambiò tonalità, assumendo l'inequivocabile altezza sonora di un lamento lanciato da un animale che prova dolore, da una bestia momentaneamente stordita dallo stupore per essere stata ferita. Cellini mulinò ancora l'accetta di Ngaia, squarciando altri tentacoli che avevano preso il posto dei primi e che cercavano di avvilupparlo, di bloccarne braccia e gambe, avvolgendo anche la sagola tesa allo spasimo che tratteneva l'astronauta alla colonnina portante.

Cellini comprese che non avrebbe potuto fronteggiare a lungo la stretta di quei tentacoli incandescenti. Sarebbe bastato che uno di loro si stringesse al collo scoperto e nonostante la sua resistenza i sensi gli sarebbero venuti a mancare. Il suo cervello lottava spasmodicamente contro l'impulso ipnotico, impedendogli di avere la meglio su di lui, opponendogli un'indomita volontà d'acciaio. I suoi muscoli allenati da ore e ore trascorse in palestra su Alpha rispondevano ancora bene, assestando devastanti colpi di accetta ed infliggendo vaste ferite alla creatura, che barriva selvaggiamente il suo dolore, ma già cominciava a sentire la stanchezza e la fatica.

Un tentacolo dardeggiò verso la colonnina portante, avvolgendosi attorno alla sagola e cominciando a svellerla dal gancio con forza incontenibile. Cellini sentì di essere trasportato più vicino all'occhio fiammeggiante. Un'altra appendice gli si avvolse alla gamba destra, facendogli perdere l'equilibrio. Poté rimanere in piedi solo grazie al cavo teso dietro di lui, che però gli procurò un dolore lanciante attraverso tutto il corpo. Vide altri tentacoli guizzare verso di lui, li colpì con tutte le sue forze, tranciandone un paio, ma altri ne presero il posto, avvolgendosi in una stretta ustionante sul torso, sul braccio armato e sull'altra gamba. L'astronauta sentì intorpidirsi i muscoli, le forze gli vennero meno, le dita persero la presa sul manico dell'accetta, che cadde imbrattata sul pavimento della nave. Cellini urlò, cercando strapparsi di dosso l'arto schiumoso di catrame. Semi nascosto dall'accecante riverbero dell'occhio luminoso del mostro, un altro pseudopodo viscoso sfrecciò verso il suo collo. Lo vide galleggiare a mezz'aria, pronto a colpire...

...poi non fu più sull'astronave Ultra, non vide più l'orribile spettacolo del mulinello di luce e tentacoli, non udì più il terrificante grido elettronico, non avvertì più la stretta letale degli pseudopodi, non si trovò più confinato nel claustrofobico ambiente della sonda. I suoi sensi furono aggrediti da altri stimoli olfattivi, sonori e visivi, totalmente inaccettabili sotto tutti i punti di vista. Percepì un inconfondibile afrore, l'odore pungente di selvatico, il lezzo del sangue, vide una fronda di vegetazione di tipo terrestre, alberi e cespugli fitti, scorse sprazzi di un cielo stellato, sotto il quale notò il profilo di una montagna dalla cima ricoperta di ghiacci, debolmente luminosi, che riconobbe subito come il Kilimanjaro. E davanti a lui, armato di una lunga lancia in una mano, di un coltello affilato nell'altra, avvolto dallo scarlatto lubega che gli fasciava lo snello e altissimo corpo d'ebano, vide Ngaia lo sciamano, i muscoli tesi, pronti a scattare. Gli dava le spalle e sembrava essere intento nella caccia. Cellini stava per muoversi dietro di lui, quando i cespugli di nyika furono sradicati da una massa colossale che si avventò sul guerriero Masai. Era una specie di fiera, un leone dalla muscolatura possente, stranamente in rilievo specie sul dorso, in modo da fare sembrare la belva sottilmente aliena, probabilmente il frutto di qualche mutazione dovuta alle radiazioni. Non appena si lanciò dalla barriera selvosa, Cellini urlò il nome dello sciamano, nel tentativo di avvisarlo della minaccia incombente: "Ngaia, attento!". Il gigantesco animale voltò il capo sgraziato verso di lui, ruggendo, e l'astronauta vide con orrore che il terrificante muso era la fusione genetica di due distinte bestie in una, una mostruosa accozzaglia di occhi e mascelle irte di zanne snudate. La creatura tornò a rivolgere l'attenzione alla sua preda ma l'alto Masai si era però girato repentinamente, aveva alzato il coltello e l'aveva calato con formidabile forza sulla belva, prima che potesse caricare. Il sangue esplose vermiglio ovunque, il leone-demone si abbatté sulle sue zampe, ringhiando di dolore. Ngaia fu sopra di lui e per un secondo il suo sguardo si incontrò con quello di Cellini. Sul volto del guerriero-sciamano apparve un sorriso, il suo braccio nero dipinto di tatuaggi si tese riconoscente verso l'astronauta...

... il tentacolo guizzò sul suo collo, avvolgendolo strettamente e mozzandogli il fiato. Le urla elettroniche tornarono a torturargli le orecchie. Sentì un liquido incandescente bruciargli la pelle, imbrattando anche l'uniforme già pregna di sangue nero. Fu stordito dalle esalazioni di quell'arto e dalla forza con cui l'altro tentacolo tentava di svellere l'uncino incastrato nella colonnina, ogni strattone si riverberava dolorosamente attraverso il suo corpo martoriato. Raccogliendo le poche forze rimaste, Cellini estrasse il coltello con l'unica mano ancora libera, cercando di tagliare a forza l'appendice che lo strozzava. Il mostro gridò di dolore, colpendogli il cervello con un maglio sonoro assordante. Già la vista si stava offuscando all'astronauta, quando la lama riuscì a segare in due il tentacolo, che si sciolse in una poltiglia gelatinosa sul suo collo.

Cellini riprese fiato, continuando ad affondare il pugnale nell'intrico di neri serpenti impazziti ma in quel momento la sagola, per quanto robusta, non riuscì più a sostenere la tensione e si sfilacciò con secchi schiocchi, finendo con il rompersi. Il corpo dell'astronauta fu inesorabilmente attirato verso l'occhio pulsante di luce brumosa, addirittura sollevato da terra, passando sopra i cadaveri del suo equipaggio. Cellini gridò selvaggiamente e sfruttò la stessa inerzia prodotta dai tentacoli che si ritraevano a suo vantaggio, puntando il coltello davanti a sé, saldo in pugno. Il suo intero corpo era diventato un dardo mortale dalla punta acuminata e mentre i tentacoli più lunghi, che mulinavano tutt'intorno, lasciarono il posto a quelli più corti per serrare l'uomo davanti al globo infuocato che ne era al centro, la lama affondò nei tessuti appena sopra la mostruosa pupilla abbagliante, squarciandoli. Una pasta bruna ed oleosa cominciò a fuoriuscire, scivolando sulla superficie incandescente dell'occhio e fumando copiosamente. Il grido elettronico di dolore amplificato fino all'inverosimile esplose in tutto il suo furore, divenne strumento di offesa per l'astronauta ma in un certo qual modo anche di sollievo, perché i timpani già provati di Tony Cellini cedettero di colpo, sfondandosi, e un sibilante, umido silenzio lo avvolse. Sentì ogni suono e rumore cessare di colpo, il sangue scorrergli caldo sui lobi delle orecchie.

Con il braccio ancora libero spinse la lama del coltello a fondo, ruotandola su se stessa, infierendo disastrose ferite, sfibrando i tessuti coriacei del mostro, provocando danni irreparabili in quella massa spumeggiante di catrame ora rossastro che fiottava a fiumi dagli squarci slabbrati. Tony Cellini urlò di furore, continuando ad affondare implacabilmente il coltello nell'essere martoriato, e senza udire le sue stesse esultanti grida di gioiosa vendetta.

33. Doppio combattimento

Non c'è orecchio che possa sopportare,
né lingua sufficiente per narrare
il successivo orrore senza nome.

H. P. Lovecraft, The Nightmare Lake


"Comandante, manovra d'attracco completata perfettamente, pressione del condotto equilibrata con quella della nave Ultra. Potete andare", comunicò Alan Carter dal modulo di comando dell'Aquila.

"Bene, Alan, tieniti pronto, per ogni evenienza, a sganciarti e ad allontanarti al più velocemente possibile dai relitti", il comandante si rivolse poi alla dottoressa Russell, "Ancora nessun segno di vita oltre a quelli di Cellini?"

"Nessuno... ma quelli di Cellini stanno subendo delle preoccupanti variazioni. Battiti e pulsazioni accelerati oltre la soglia di sicurezza, l'intero sistema metabolico sottoposto a pesanti sollecitazioni nervose. Sta succedendo qualcosa, là dentro", rispose Helena, sollevando il volto preoccupato dai suoi strumenti.

"Non perdiamo tempo allora. Irwin, N'Dole, armi alla mano", disse Koenig, togliendo dai suoi supporti il fucile laser e controllandone l'efficienza, "Victor, stai dietro di noi".

La dottoressa si alzò dalla sua postazione per avviarsi a sua volta verso il condotto ma il comandante la fermò: "No, Helena. Meglio se tu resti qui".

I quattro alphani entrarono nel condotto d'attracco, la donna si fermò prima di accedervi, restò qualche istante interdetta sul da farsi, poi decise ugualmente di seguire la squadra. Il comandante, vedendola accodarsi a loro, le lanciò un'occhiata severa, ma non disse nulla.

Nel modulo di comando Carter si slacciò le cinture di sicurezza, spingendo all'indietro la poltroncina del co-pilota e alzandosi.

"Bene, Pete, tieni tu il fortino", disse, rivolto al collega, "Io ho una promessa da mantenere".

Si avviò nel modulo passeggeri, prese una stun-gun dalla rastrelliera e si unì ai compagni nel condotto di transito tra le due navi.


L'errore era stato compiuto, e sarebbe stato il suo ultimo.

Il cacciatore comprese che la morte si stava lanciando ad artigli snudati alle sue spalle, tutto il suo corpo e il suo spirito ne avvertì l'incombente presenza. Non avrebbe avuto modo di fronteggiarla faccia a faccia, contando sul proprio potere interiore per guadagnare i secondi necessari per sferrare il suo attacco offensivo, non avrebbe potuto combattere con gli occhi e trasmettere la sua malia nello sguardo giallo del due in uno. Mbatian aveva raccolto la sua sfida ma era riuscito a trovare il suo punto debole, sfruttandolo come ogni predatore a suo favore. Un assalto alle spalle, l'unico modo per poter evitare il breve stallo che un confronto giocato sul potere degli occhi avrebbe garantito al guerriero Masai.

Il ruggito della creatura esplose lacerante che questa era ancora in volo, lanciandosi da una folta macchia di nyika a ridosso di un'altura. Ngaia non avrebbe avuto neppure il tempo di voltarsi, le zanne di Mbatian lo avrebbero squartato senza che neppure avesse potuto fissare il suo nemico. Il cacciatore aveva perso ancor prima di poter predisporre il proprio attacco.

Ma non appena udì, attraverso l'ondulazione del terreno, il pesante tonfo della massa del due in uno che toccava terra, alle orecchie dello sciamano giunse anche un grido potente, che si articolò in due parole, una delle quali era il suo nome:

"Ngaia, attento!"

Era ancora vivo, e avrebbe dovuto invece giacere al suolo fatto a pezzi dall'enorme zampata della bestia, immerso nel suo sangue. Aveva ancora i secondi vitali che gli servivano per agire. Qualcuno aveva interferito nell'azione distruttiva di Mbatian, distraendolo il tanto che bastava affinché Ngaia potesse girarsi. Il guerriero si voltò di colpo, il coltello stretto in pugno saldamente, e vide il gigantesco corpo di Mbatian, la testa leonina che fondeva assieme gli orribili tratti di due grossi felini che convivevano in un solo essere, mentre si girava verso la fonte del rumore... e vide il suo fratello nello spirito, l'uomo delle stelle, oltre il mostro, vestito di un abito bianco dalla manica colorata d'arancione, in piedi dietro al due in uno. Lui aveva lanciato il grido che era stato la salvezza per il guerriero Masai, l'urlo che opportunamente aveva distratto Mbatian. Il mostro, comprendendo che la vera minaccia non sarebbe giunta dal nuovo venuto disarmato, tornò a concentrare la propria rabbia sul cacciatore, cercando forsennatamente di non perdere ciò che aveva guadagnato con il suo assalto di sorpresa alle spalle.

Ma era già troppo tardi.

Ngaia fissò i quattro occhi gialli della bestia e sferrò il suo attacco interiore, con tutta la sua forza. Il messaggio colpì come un maglio Mbatian, lasciandolo tramortito, un messaggio che esprimeva un solo, terribile concetto: morte. La potenza di quell'impulso mentale era tale e così chiara che per qualche secondo ebbe il potere di immobilizzare il mostro. L'istinto animale ebbe la meglio sul due in uno, che obbedì alla cieca brama di sangue che guidava la sua esistenza, oscurando completamente la strategia che avrebbe adottato in posizione di vantaggio. La notte fu squarciata dal suo bestiale ruggito, che iniziò come furioso ululato di sanguinosa attestazione di invincibilità e terminò come uggiolio di morte, quanto veloce come un lampo la lama del coltello di Ngaia andò a conficcarsi con un suono secco nella piccola scatola cranica del mostro, infrangendola e spappolando la tenera materia cerebrale contenuta all'interno. Mbatian fu come percorso da una gigantesca scossa elettrica, s'irrigidì contraendosi, come se l'intera spina dorsale venisse compressa e spaccata in più punti, con un pauroso guizzo spasmodico che in effetti sembrò rompere il due il corpo massiccio, il mostro eseguì una mezza capriola rovesciandosi a terra sul dorso crestato. Un breve spruzzo di sangue e cervella guizzò ad arco dal cranio infranto, spinto da una violenta pressione interna, colpì la lubega rossa di Ngaia, sospingendolo indietro per reazione. Il suolo tremò quando la carcassa rimbalzò un paio di volte nelle contrazioni finali. Le zampe si irrigidirono in aria, le orribili zampe mutanti, alla cui metà si ramificavano in arti più piccoli simili a braccia umane che fuoriuscivano dal corpo principale, il doppio sistema di fauci sul muso si spalancò in due sensi e il sangue eruttò bollente attraverso le zanne, bagnando la terra, mentre i crudeli occhi gialli senz'anima si vetrificavano crepandosi nella morte. L'enorme massa leonina, il due in uno, giacque infine a terra, senza vita, tra il cacciatore Masai e l'uomo delle stelle. Ma per uno di loro due la lotta con il nemico non era ancora finita.

Ngaia allungò un braccio coperto di sangue verso l'uomo delle stelle che lo aveva salvato, pronto a correre ora in suo aiuto...


La lama del coltello di Tony Cellini ormai non si alzava né calava più, troppo immersa nella devastazione dei tessuti del mostro sopra l'occhio infuocato, ricoperto ora di viscosi strati di sangue bruno, limitandosi a segare con brutalità brani di quella aliena materia fibrosa. Le carni della creatura non opponevano resistenza all'acciaio, sfilacciandosi in grumi catramosi. Le grida elettroniche avevano toccato dei livelli insostenibili per l'udito umano ma l'astronauta non poteva più sentirle. Il suo corpo, avviluppato di tentacoli, era troppo vicino all'essere, che non riusciva ad attirarlo nelle sue fauci inferiori, bloccato dalla stessa massa di putride appendici, molte delle quali ormai morte ma così strettamente attorcigliate alle gambe e al braccio dell'uomo da non poterlo muovere verso il basso. In quella posizione di stallo Cellini continuava a colpire, quasi accecato dal riverbero luminoso della pupilla davanti a lui e dagli schizzi di materia pastosa che gli finivano sulle palpebre, a sua volta impossibilitato ad abbassare anche solo di pochi centimetri il braccio armato per ferire l'occhio ciclopico, fuori dalla sua portata per quanto vicinissimo. Ma evidentemente la zona su cui stava facendo scempio era sede di delicati organi vitali, perché tutto il suo corpo avvertiva una progressiva diminuzione di forza nei tentacoli mulinanti. La creatura stava soffrendo come mai aveva sofferto nella sua esistenza e il suo potere fisico stava gradualmente scemando. Poiché in qualche modo se ne rendeva conto, approntò un altro tipo di attacco, anche se in quella circostanza si sarebbe ormai dovuto considerare come un disperato tentativo di difesa.

Tony Cellini, fermati. Mi sta facendo male. Mi stai uccidendo.

La voce melliflua fluì nella mente infuocata dell'astronauta, lenendone con la sua inaspettata mitezza la follia omicida che si era impossessata di lui. Fu una specie di balsamo, che ebbe il potere di togliere dagli occhi di Cellini il velo rosso della pazzia.

Tony Cellini, fermati. Se mi uccidi perderai per sempre ciò che sei venuto a cercare.

L'ex comandante della nave Ultra smise di infierire col coltello, senza estrarlo dalle carni devastate, cercò di riprendere coscienza di sé e comprendere il significato delle parole che fluivano nel suo cervello.

Tony Cellini, fermati. Getta la tua arma. Getta la tua arma. Getta la tua arma.

Il dolore che avvertiva nelle orecchie sembrò diminuire mentre le parole si impossessavano della sua mente, brillando luminose e calde, piene di significato.

Tony Cellini, fermati. Se mi uccidi perderai per sempre ciò che sei venuto a cercare.

... perderai per sempre ciò che sei venuto a cercare.

... ciò che sei venuto a cercare.

"Monique!", gridò l'astronauta, senza udire il suono della propria voce. L'immagine della donna prese forma in lui, la rivide com'era un tempo, i lunghi e soffici capelli neri, i dolci occhi castani, il sorriso aperto. La vide con gli occhi della mente, la vide riflessa nella gigantesca pupilla bianca del mostro, la vide tendergli le mani e chiamarlo. Volle raggiungerla, volle riabbracciarla con un desiderio tale da spazzare via il suo odio mortale per la creatura che gliela aveva sottratta per sempre. Il coltello affondato negli strati interni della fetida massa pulsante fu estratto e sollevato in aria... subito un tentacolo scattò sul braccio di Cellini, cominciando a stringerlo per arrivare a togliergli le forze, a fargli spalancare le dita e perdere la sua unica arma. Anche se lui non poté udirlo, il barrito di dolore del mostro assunse una inconfondibile nota vittoriosa. Il nemico era stato privato dei suoi artigli. Ora non poteva più né difendersi né attaccare.

Cellini se ne rese conto, con disperazione. L'immagine di Monique era svanita... ora vedeva solo l'orrenda vicinanza dell'essere che adesso lo avrebbe ucciso in un modo abominevole, risucchiandolo nelle sue fauci putrescenti. Gridò invano la sua rabbia impotente, sentendo già le dita perdere sensibilità ed allentarsi sul manico del coltello.

"No, uomo delle stelle, combatti da guerriero, impedisci che ti colpisca interiormente!"

La voce tonante di Ngaia il Masai esplose in lui, come una corrente in piena turbinosa spazzò via le lusinghe dell'altra, innaturale voce, liberandogli completamente il cervello. Lo sguardo dell'astronauta tornò lucido e cosciente, vide il tentacolo che gli avviluppava il braccio levato... e vide un altro braccio, nero come la notte, con strani tatuaggi e ninnoli stretti sui muscoli lucenti, distendersi sopra, afferrando il suo polso e guidandolo, nonostante l'arto limaccioso ancora attorcigliato. Sentì la forza ritornare copiosa nei suo muscoli, alimentata da quella visione impossibile. Il braccio di Ngaia fece calare il coltello nella piaga che sfregiava l'orlo superiore della pupilla e Tony Cellini tornò a colpire furiosamente, ancora, ancora e ancora, finché non fu avviluppato da una bolla di denso sangue color ruggine, inermi tentacoli impazziti, urla cacofoniche che non poteva più udire.

"Muori!", urlò, in preda alla furia omicida, "Muori! Muori, shaitan Mbatian!"

E la creatura, lentamente, cominciò a morire.


PARTE SETTIMA


MBARAK


34. "Colpisci a fondo!"

Ma al di là dell'affanno e l'agonia,
dell'orribile vita, c'è in attesa
il dolcissimo Oblio, in cui si sciolgono
tutti gli anni di inutile ricerca.

H. P. Lovecraft, Despair


Le mani ustionate dalle secrezioni del mostro, il viso bruciato dagli schizzi di materia incandescente, il corpo piagato dalla stretta dei tentacoli e dal putridume da essi colato, spinto ancora nonostante il dolore e la stanchezza da un'indomita volontà vendicatrice, Anthony Cellini aveva tuttavia vinto la sua battaglia, affrontato il suo nemico, ferito mortalmente la fonte di cinque anni di terribili incubi.

Il mostro stava morendo. I tentacoli attorno all'iride striata di fluido rossastro avevano perso quasi tutta la loro forza. Ora l'uomo poteva infierire il colpo di grazia, squarciando la sostanza luminescente e calda che costituiva l'occhio della creatura. Tony Cellini aveva adesso la possibilità di chiudere per sempre i conti... ma non ne approfittò.

Perché anche se ora la sua vendetta era compiuta, il mostro gli doveva ancora qualcosa, la cosa più importante, ciò che lo aveva spinto sin lì, sopportando cinque anni di inaudite sofferenze.

"Non morire ancora. Devi portarmi da lei".

Scavando nei tessuti nell'orrendo squarcio causato dal coltello, la lama aveva trovato un viluppo di organi dalla consistenza quasi plastica, tre umidi condotti grigiastri, avvolti strettamente l'un sull'altro, pulsanti. Il legame telepatico che ancora lo univa alla creatura gli consentiva di sapere con certezza che quello era il sistema di organi da cui dipendeva l'esistenza del mostro. Se il coltello li avesse tagliati col filo della sua lama, tutto sarebbe finito. Ma Cellini, la manica dell'uniforme zuppa di catrame oleoso, il braccio quasi per metà infilato nella terrificante ferita, non aveva intenzione di tranciare quei tubi gelatinosi. Avrebbe dato una possibilità di vita al suo odiato nemico.

"Portami da lei, ora"

Lentamente, deliberatamente e con ferma intenzione, estrasse la lama dallo squarcio, tranciò i tentacoli morti ed insensibili che tenevano bloccato il suo corpo, liberandolo e provocando una pioggia di fluido semiliquido. I tentacoli ancora attivi ebbero un guizzo, trascinandolo subito in basso, verso l'orifizio celato sotto la corona di pseudopodi. Cellini gettò il pugnale dalla lama corrosa, la sua mano scivolò sulla gelatina della pupilla luminosa, lasciando dietro di sé una scia di sangue. Venne attirato implacabilmente sotto la creatura, gridando per puro istinto di conservazione, rovesciandosi a terra, in mezzo a pozze pulsanti simili a petrolio... riuscì ad intravedere alle sue spalle, roteando violentemente il capo all'indietro, il comandante John Koenig e i due agenti di sicurezza in balia del micidiale vento prodotto dalla creatura, stretti alle colonnine portanti della nave Ultra. Allora comprese che anche l'ultima parte del suo terribile piano di vendetta sarebbe giunta a compimento secondo il suo desiderio.

Non oppose alcuna resistenza. Lasciò che i tentacoli lo proiettassero tra le fauci del mostro, chiudendo semplicemente gli occhi. Una guaina incandescente si chiuse attorno a lui, un caldo umore lo avvolse, penetrandogli dentro, avvertì un bruciore lancinante, ma solo per qualche istante. Provò come l'effetto di una totale, istantanea anestesia mentre i succhi gastrici dell'essere entravano in azione, divorando avidamente il suo corpo, consumandolo dall'interno.


Nessun dolore. Libero da ogni costrizione fisica. La mia luce, privata del guscio che la racchiudeva. Sono qui da te, Monique, per unirmi alla tua luce, in un breve, sublime istante di totale comunione, come nessuno mai ha potuto sperimentare prima. Ancora prigionieri, amore mio, ma per poco. Monique, Tony... un solo essere. Una sola luce. Ora. E dopo che saremo liberati... per sempre.


Non appena i portelli laterali della nave Ultra si aprirono, una deflagrazione sonora terrificante e una raffica di vento caldo e maleodorante, che sembrò soffiare con violenza verso il retro della sonda, attirò brutalmente Koenig, Irwin e N'Dole all'interno. Il comandante si afferrò con un braccio alla colonnina portante alla sua destra, rovesciandosi di spalle, quasi incapace di restare in piedi nel vortice pazzesco che devastava l'ambiente. Il suo primo pensiero fu che si fosse aperta una falla nello scafo, generando una decompressione esplosiva. I due agenti della vigilanza lottavano per restare aggrappati alla colonnina portante di sinistra, a ridosso uno dell'altro. Bergman e la dottoressa Russell non si erano ancora affacciati dal portello, gettati dall'impeto della corrente contro le pareti della passerella telescopica dell'Aquila. Intravide anche la manica arancione di Carter, che cercava di proteggere i due, trattenendoli nel condotto d'attracco.

"Devo chiudere il portello per salvare almeno loro", pensò, ma già la furia del vortice sembrava scemare leggermente e in sé non avvertì alcun sintomo tipico della caduta di pressione. Il suo sangue non stava bollendo, udiva perfettamente i rumori, una spaventosa cacofonia dai toni elettronici distorti, gli occhi non gli erano stati strappati dalle orbite. Si convinse che non si trattava di una perdita nelle strutture della nave. Tenendo stretto il fucile laser, cercò di voltarsi per vedere cosa stava accadendo alle sue spalle, aggrappandosi strettamente all'acciaio della colonnina. Quello che vide sul fondo della nave Ultra gli fece spalancare la bocca in un muto grido d'orrore.

Tony Cellini stava infierendo con il suo coltello su una creatura fuori da ogni immaginazione, strettamente avviluppato in un nodulo di tentacoli, alcuni dei quali, i più lunghi, mulinavano frementi nello spazio libero della nave, stringendosi ad ogni suppellettile, simili a grossi cavi neri sottoposti a fremente e cieca sollecitazione. Il mostro era inserito nel vano dei portelli posteriori, deformati da sostanze catramose, e se ne vedeva solo l'occhio fiammeggiante, il cui lucore biancastro era parzialmente coperto dalla sagoma imbrattata di sangue e fluidi nerastri del suo amico. Koenig non riuscì per qualche istante né a pensare né ad agire, paralizzato dall'orrore. Solo una parte del suo cervello riuscì a non fargli perdere la presa dalla colonnina ma tutto quel che poteva fare in quel momento era osservare annichilito il mostruoso spettacolo che si svolgeva davanti a lui.

Cellini all'improvviso tranciò con secchi movimenti del braccio i tentacoli che tenevano fermo il suo corpo davanti all'orbita fiammeggiante. Altre appendici ora libere di agire, dopo che quelle morte erano state tagliate e il mostro aveva potuto riprendere la sua mobilità, lo afferrarono alle gambe, avvolgendole e rovesciandolo sulla schiena a terra.

"No, Tony, no, cosa stai facendo?" Koenig aveva compreso che l'astronauta aveva deliberatamente fatto in modo che l'essere potesse avere la meglio sulla sua resistenza. Vide la mano di Cellini scivolare sulla abbacinante superficie plasmatica del ciclopico occhio, dopo aver lasciato cadere il coltello, lo sentì gridare pur nella cacofonia demoniaca tutt'intorno, non poté fare nulla per impedire che gli pseudopodi ventrali dell'essere risucchiassero nelle fauci sottostanti il corpo tumefatto di Tony Cellini. Non appena l'astronauta scomparve nell'orrido orifizio Koenig si riscosse abbastanza da potere ordinare ai suoi uomini di fare fuoco.

Irwin e N'Dole, superato il primo istante di paralisi, aprirono il fuoco contemporaneamente con le loro stun-gun a massima potenza, tenendosi alla colonnina con un braccio, il comandante a sua volta lasciò partire una scarica energetica dal suo fucile. I due raggi blu e quello rosso si insaccarono totalmente innocui nel folto dei tentacoli mulinanti, disperdendosi senza alcuna efficacia. I due agenti spararono nuovamente, ottenendo lo stesso frustrante risultato. Proprio in quell'istante il mostro ebbe una contrazione, risputando violentemente dalle sue fauci i resti carbonizzati di Tony Cellini. Il corpo bruciato scivolò sul lucido pavimento, finendo in mezzo a tre bozzoli avvolti da un velo trasparente al centro della nave Ultra. Koenig seguì pietrificato la scena, notando però a terra, accanto ai cadaveri, un'accetta imbrattata di materia rossastra e gelatinosa.

"Non un laser, John, ma l'acciaio... l'acciaio puro sarà il mio talismano contro quel demone!", ricordò di colpo le parole di Cellini, la risposta che gli aveva dato tanto tempo prima quando lui gli aveva chiesto come avrebbe affrontato il suo mostro.

"Cessate il fuoco!", ordinò ad Irwin e N'Dole, che erano pronti a sparare nuovamente, lanciandosi verso quell'oggetto. Il vortice ventoso era meno potente ma ancora non era possibile restare dritti in piedi. Koenig afferrò goffamente l'accetta africana, sentendo la materia viscosa di cui era ricoperta bruciargli il palmo della mano, mentre attorno a lui si agitavano i tentacoli della creatura, ancora vivi. Dovette evitarne un paio, saltare sopra un terzo, rovesciarsi su una consolle alla sua sinistra. Qui le appendici del mostro ululante lo raggiunsero, avvolgendosi su di lui. Si sentì trascinato verso l'orrore che mugghiava sul fondo della nave Ultra, cercando di colpire con l'accetta gli pseudopodi. La lama sembrava ferire il mostro, che rispondeva ai colpi modulando assordanti grida di dolore. Istintivamente, Koenig si rese conto che doveva tentare di affondare la scure in quell'occhio pulsante prima che i tentacoli ventrali entrassero in azione e gli intrappolassero le gambe, facendolo cadere e risucchiandolo nell'orifizio sottostante. Ormai avviluppato dalle appendici restanti, il comandante venne a trovarsi di fronte all'occhio screziato di scie di sangue rappreso, assordato da quel rumore terrificante. Ma alcuni tentacoli che lo stringevano si sciolsero, cadendo a terra e sussultando debolmente in sporche pozze sfrigolanti. La creatura si stava progressivamente indebolendo, l'orrida ferita causata dal coltello di Cellini sembrava aprirsi a dismisura, colando disgustosi umori. La sua forza era però ancora notevole: un grosso tentacolo si attorcigliò alla vita di Koenig, spingendolo sempre più verso l'essere. Davanti alla sfera biancastra che era al centro dell'orrore apparve come una girandola di raggi luminosi, qualcosa che sembrò avere l'effetto di un potente anestetico. Il comandante sentì la mente intorpidirsi e in lui insorse il vivo desiderio di abbandonare l'accetta e lasciarsi trasportare in avanti dalla forza ammaliante della creatura, sentì crescere in sé il desiderio di gettarsi volontariamente tra quelle spire vermiformi. Il tutto però durò un solo istante, perché un'altra volontà, di pari forza se non maggiore, riuscì a riscuoterlo brutalmente.

"John, colpisci a fondo!"

Il comandante Koenig non si curò di appurare se aveva udito davvero quelle parole nella sua mente, formulate con la voce di Tony Cellini. Semplicemente si abbandonò alla forza superiore che esse avevano scatenato in lui. Il desiderio di lasciarsi trascinare verso il mostro mutò in una ferrea volontà combattiva. Mulinò l'accetta tra i tentacoli, ferendo l'essere, si spinse oltre il cerchio di pseudopodi fino a giungere a distanza ravvicinata con l'ipnotico occhio luminescente. Raccogliendo ogni sua energia residua, calò un fendente attraverso lo spazio momentaneamente lasciato libero dal serto di orride appendici. L'accetta dalla lama acuminata affondò nella gelatina pulsante di luce biancazzurra, che si sfibrò e fuse come se fosse burro a contatto con acciaio incandescente. L'intera scure penetrò nella sostanza crepitante quasi senza trovare resistenza, mentre il mostro lanciava i suoi ultimi, assordanti e distorti latrati.

"Colpisci a fondo, John!"

Ancora l'impellente ordine mentale, attraverso il mostro stesso, con la voce di Cellini. L'intera massa della creatura stava sussultando mentre una sostanza colloidale quasi fluida eruttava dall'occhio sfondato. Koenig, stordito, prossimo allo svenimento, sentì che l'accetta veniva quasi attirata sempre più all'interno dell'orbita, il suo braccio seguì il solco scavato dalla lama africana, penetrando nelle interiora del mostro.

"A fondo!"

La scure toccò con il suo spunzone qualcosa di più coriaceo, la base delle tre condutture grigiastre. Il cuore pulsante che era fonte di vita per l'essere demoniaco.

"Ora, John, amico mio, Mbarak... liberaci!"

Nauseato, irritato dai vapori che si originavano dalla massa sussultante, bruciato dalla sostanza oleosa che colava ovunque, Koenig chiuse gli occhi, impresse al braccio una torsione, che fece in modo che la lama ricurva dell'accetta forasse l'apparato tubolare interno, poi con uno strattone deciso tranciò quegli organi, estraendo con violenza il braccio dalla pupilla che sembrava essersi sciolta. L'essere urlò e la nave Ultra diffuse amplificando il suo terrificante grido di morte. Koenig fu scagliato all'indietro dai tentacoli che si contrassero, liberandolo dal loro fetido abbraccio. Una lava biancastra eruttò dalla pupilla infranta, i tentacoli si intirizzirono di colpo, tendendosi in tutta la loro lunghezza, il vento infernale si ridusse fino a scomparire, così come i barriti elettronici. Fu come se il mostro finisse col rivoltarsi dall'interno, come un guanto che venisse rovesciato di colpo su se stesso. La creatura vomitò le sue visceri, consumandosi nell'istante stesso in cui le sue interiora venivano estroflesse fuori, risolvendosi negli atomi di cui era composta, riducendosi, disintegrandosi, evaporando a velocità spaventosa. La luce che teneva imprigionata in sé esplose gioiosamente fuori e tornò là ove era stata forgiata, nel cuore stesso dell'universo, venendo riassorbita nel Tutto Eternamente Infinito. E fu la fine.

Nel giro di pochi istanti, attraverso i corrosi pannelli posteriori della nave Ultra non rimase altro che un cumulo sussultante di materia nera, qualche tentacolo svuotato all'interno, una pozza putrescente di fanghiglia in ebollizione, destinati a scomparire presto del tutto. Come se non fossero mai esistiti.


35. Congedo

Solo quest'illusione rende degna di viversi la vita.

H. P. Lovecraft, Fungi From Yuggoth, XXVIII


Mbatian era morto.

Senza estrarre il coltello dal cervello frantumato del due in uno, Ngaia il Masai sollevò la lancia, puntando il vertice nel folto pelo sotto la criniera della creatura, dove c'era il cuore. Affondò il cuneo di ferro nella carne bruna, facendo peso con tutto il suo corpo, e sentì la lancia scivolare profondamente cercando l'organo vitale, che infine spaccò in due. Il colosso ebbe un'altra contrazione, un fiotto di sangue sgorgò libero e ribollente dal vello del felino mutante, imbrattando i rami abbattuti di nyika. Il guerriero estrasse poi con sforzo l'asta, ficcata tra gli organi dell'essere e trattenuta dalla carne senza vita, rischiando addirittura di spezzarla per quanto era la resistenza. L'enorme massa rimase a terra, immobile, tra i cespugli intricati sotto la notte pulsante di stelle.

Sì, Mbatian era morto, finalmente.

Ma Nlian era ancora vivo.

Il muso dalle zanne acuminate più piccolo, che si protraeva dal lato sinistro della gigantesca testa del mostro, si mosse, contraendosi, le mascelle scattarono, gli occhi mandarono un ultimo, crudele barbaglio giallastro. Nlian tese i muscoli delle zampe che fuoriuscivano da quelle di Mbatian, fece rovesciare da un lato il corpo insanguinato della creatura e si avventò sul guerriero-sciamano, colpendolo violentemente con gli artigli snudati. Ngaia avvertì l'urto, il dolore lancinante, sentì pelle e muscoli del torace che si laceravano con un suono sordo mentre gli artigli penetravano come lame nel suo corpo. Venne gettato a terra, la lubega ridotta a brandelli, la pietra lunare che gli aveva donato l'uomo delle stelle strappata dal suo collo. Come un'onda vermiglia il suo sangue gli inondò petto, braccia e gambe, un rosso, caldo torrente inarrestabile che andava ad unirsi a terra con la pozza nera del sangue del due in uno. La zampa di Nlian lo tenne inchiodato al suolo, scavando canali di dolore nel suo torace. Il mostro si avvicinò, prese ad incombere sul Masai, pronto a colpirlo con l'altra pseudo-zampa, a ridurre il suo corpo in un ammasso informe di sangue e carne per poi sbranarlo. Nlian ruggì, muovendosi a fatica, il muso digrignante a lato dell'altro muso ormai morto, gli occhi gialli pieni di desiderio di sangue caldo. La zampa simile ad un braccio si levò in aria, gli artigli luccicarono sotto le stelle...

Ngaia roteò l'asta della lancia tra le mani e colpì, quasi alla cieca. Il ferro penetrò attraverso la mascella destra di Nlian, attraverso la lingua e il palato, proseguì verso alto. Nel tentativo di svellere l'asta conficcata tra le sue fauci, Nlian cercò di serrare i muscoli dell'antro cavernoso che era la sua bocca piena di sangue, e così facendo agevolò inconsapevolmente il danno causato dall'orrenda ferita. Il ferro si fece strada, spinto dalle sollecitazioni muscolari, passò dietro agli occhi, che esplosero all'esterno, fino a che la punta si conficcò nel cervello più piccolo, penetrandolo di una buona decina di centimetri. Il due in uno diede due pesanti scrolloni del capo, causando una pioggia di gocce rosse ovunque, poi s'inarcò e si rovesciò all'indietro, cadendo tra gli arbusti di nyika. Dal suo punto di vista, a terra, Ngaia vide l'asta che gli era stata strappata dalle mani fremere negli ultimi spasmi d'agonia di Nlian, tremando furiosamente, infissa in mezzo al muso del mostro, a terra, fuori dalla sua visuale. Per alcuni minuti sentì le contrazioni del corpo tra i cespugli spinosi, gli ultimi rochi respiri della creatura, poi i suoni si affievolirono. Solo la lancia si muoveva ancora.

Cercò di sollevare piano la testa, per guardare la sua ferita. Non era neppure necessario, e non vi riuscì. Non aveva importanza, quello che doveva essere fatto era stato fatto. Sentiva la vita che ruscellava fuori dal suo corpo devastato, come il suo sangue, sfociava libera all'esterno, andando a cercare la comunione con il suo universo. Tentò di conservarne quanto bastava per allungare il braccio al suolo, stringere le dita sulla pietra lunare caduta lì accanto. Il suo pugno si chiuse sull'amuleto e il guerriero Masai sorrise. Avrebbe incontrato il suo fratello di luce, l'uomo delle stelle, prima di quanto si sarebbe aspettato.

L'asta della lancia si era immobilizzata, davanti a lui, la vedeva ferma, che puntava dritta verso la volta celeste, piena di innumerevoli gioielli siderali.


Non appena le ultime raffiche di vento infernale prodotte dalla creatura morente si affievolirono, mentre i tentacoli avvizzivano come bruciati interiormente, Irwin e N'Dole si fecero avanti, afferrando per le braccia il comandante Koenig e trascinandolo indietro, verso il portello. Anche Alan Carter accorse per aiutare i due uomini della vigilanza. Imbrattato di sostanza putrescente, ancora sconvolto per il contatto ravvicinato con quell'essere incredibile che ora si stava dissolvendo davanti a tutti, Koenig si riebbe abbastanza da poter stare in piedi da solo. Si assicurò con una veloce occhiata che anche Helena e Victor stessero bene. La dottoressa si teneva spasmodicamente al bordo dell'alloggiamento del portello, gli occhi sbarrati, un grido che premeva per uscirle dalle labbra serrate, il corpo tremante per la tensione che non riusciva a scaricare. Bergman era pallido, scosso, il respiro affrettato, tratteneva Helena al di là del vano d'accesso e fissava costernato l'angolo in cui si era vaporizzato il mostro. Carter, Irwin e N'Dole gli stavano intorno, le mani ancora serrate sulle braccia e spalle del comandante, quasi fanciulli nascosti dietro il proprio padre, allibiti, inorriditi dopo aver assistito al terrificante spettacolo che si era mostrato loro con tutto il suo orrore. Poi, lentamente, i loro sguardi lasciarono l'ammasso catramoso, spostandosi sui poveri resti degli uomini e donne dell'equipaggio della nave Ultra.

Il corpo risucchiato della vita e semicarbonizzato di Anthony Cellini era scivolato proprio in mezzo ai tre bozzoli avvolti dal velo fibroso trasparente, fermandosi accanto a quello di sinistra... dai pochi frammenti di tessuto biancastro di una manica Koenig comprese che si trattava del cadavere di Monique Bouchere. Percepì un inspiegabile senso di soddisfazione pervaderlo, quasi che la vista di quei due macabri resti umani, ora così vicini nella morte, suggellasse in qualche modo il desidero di Tony Cellini, il vero desiderio del suo amico, che andava oltre la sete di vendetta, oltre il dolore personale. Finalmente Tony era in pace accanto alla donna che aveva amato. Koenig assaporò quella strana sensazione quasi euforica, che costituiva quasi un balsamo all'orrore che aveva dovuto fronteggiare in quegli ultimi attimi. Si accorse di stringere ancora nel pugno l'ascia africana, la lama corrosa e imbrattata. Assecondando un impulso improvviso, andò a deporla accanto al corpo dell'astronauta, come fosse un antico guerriero dell'antichità caduto, che per aver accesso al suo glorioso paradiso necessitasse avere la sua arma accanto a sé.

Derek Irwin si piegò sulle ginocchia, tremante, guardando l'altro cadavere. Stringendo le mascelle, allungò una mano verso i resti irriconoscibili di Juliet Mackie, ma non ebbe la forza di toccarli. Strinse il pugno, a mezz'aria, lasciò ricadere il braccio.

John Koenig si riscosse, recuperando appieno le sue facoltà. Fece segno a Victor, con un cenno del capo, di riportare Helena a bordo dell'Aquila. In stato di shock, la dottoressa si lasciò accompagnare dallo scienziato senza opporre resistenza. N'Dole poggiò delicatamente una mano sulla spalla del compagno prono, aiutandolo a risollevarsi. Koenig gli afferrò l'altro braccio, stringendolo saldamente mentre si avviava al condotto telescopico. Prima di abbandonare la nave Ultra si soffermò sulla soglia, accanto ad Alan Carter, guardando per l'ultima volta i compagni che non avrebbe più rivisto.

C'era qualcosa che poteva ancora fare per loro? Avrebbe dovuto recuperare quantomeno i corpi? Offrire loro una degna sepoltura su Alpha? Coprirli almeno alla vista? Lo ripugnava doverli lasciare in quello stato ma comprese che non avrebbe potuto fare nulla, che la tomba definitiva per loro sarebbe stata la nave Ultra. Ogni singola fibra del suo essere premeva affinché abbandonasse al più presto possibile quel luogo di raccapriccio. Eppure, lì, al centro di quel cimitero di astronavi, ora che il pericolo era cessato, non avrebbe dovuto darsi pensiero di un altro ordine di problemi? Valutare la possibilità di esplorare per quanto possibile i vascelli abbandonati, nella speranza di poter cavarne qualcosa che si sarebbe tradotto con un vantaggio tecnologico per i naufraghi spaziali della Base Lunare Alpha? Alcuni di quei relitti provenivano da Beta e Delta, mondi dalla tecnologia avanzata ma similare in proporzione a quella terrestre e la possibilità di poterne studiare i segreti, stavolta non più in base a pochi rottami senza più valore, non era forse una opportunità da non lasciarsi sfuggire? Forse ci sarebbe stato il tempo di spingere alcune di quelle navi in orbita lunare, in modo che potessero essere trascinate nella corsa del satellite e recuperate poi con calma, studiate e analizzate, addirittura comprese... Tony stesso non gli aveva detto che lui e il suo equipaggio si erano resi certi che il sogno dell'uomo di vincere le grandi distanze interstellari sarebbe potuto diventare realtà, grazie ai segreti custoditi in quel vascelli spaziali? Cosa fare, dunque? Cosa avrebbe fatto Tony al suo posto?

Vai, John. È finita.

Le sue orecchie ancora rimbombavano dell'eco delle urla elettroniche del mostro, sibilando dolorosamente. Ricordò l'altra voce, quella che aveva sentito poco prima di affondare l'accetta nel bulbo luminoso dell'essere. La voce di Tony. L'aveva sentita veramente? La stava sentendo ancora?

Apparteniamo alla nave Ultra, tutti noi. Vai via, John, amico mio... e grazie.

Il fischio nelle orecchie sembrava acuirsi, Koenig fece una smorfia di dolore, senza distogliere lo sguardo dai resti dell'astronauta.

"Comandante", sentì la voce di Carter lontana, come proveniente da un abisso senza fondo, "John...".

È finita.

Carter, dietro di lui, gli afferrò un braccio: "Comandante", ripeté il capitano, "Abbiamo mantenuto la nostra promessa... siamo stati qui quando Tony ne ha avuto bisogno. Abbiamo chiuso la faccenda. Ora dobbiamo andarcene, John".

Koenig si voltò lentamente a guardare il giovane astronauta. Annuì.

"Portaci via di qui, Alan... alla svelta", ordinò, con voce ferma. Il capitano si affrettò a rientrare nel condotto telescopico, Koenig, dopo aver dato un'ultima occhiata all'interno della nave Ultra indietreggiò, salutò con il pensiero il suo vecchio amico che restava, poi fece scorrere il pannello arancione che sigillava per sempre la tomba di Anthony Cellini.

Vai via, John, amico mio, Mbarak... e grazie.

36. Pira funebre

E in quella bara e in quel sepolcro mi hanno promesso che sarò sepolto.

H. P. Lovecraft, The Tomb


Mentre Carter raggiungeva Johnson in cabina di comando, saltando agilmente sulla poltroncina del pilota e apprestandosi a ritrarre dalla nave Ultra il condotto telescopico, Koenig, dopo aver sigillato il portello dell'astronave, si avvicinò ansiosamente alla dottoressa Russell, che si era seduta raccolta su se stessa in preda ad una crisi di nervi. Anche Bergman, ancora pallidissimo, sembrava non essersi ancora ripreso dal violento shock. Irwin si era accasciato su una poltrona, lo sguardo perso, le mani intrecciate, un leggero tremito in tutto il corpo. N'Dole, solitamente in grado di non perdere mai il proprio ferreo autocontrollo, aveva assunto un'espressione completamente smarrita e non aveva ancora lasciato la spalla del compagno.

"Helena", il comandante si sedette accanto a lei, abbracciandola con tenerezza, "Helena, calmati. Ce ne stiamo andando. È tutto finito, ora".

La dottoressa sollevò gli occhi, incontrando quelli di Koenig, spostandoli poi sulla sua uniforma macchiata di umori alieni, bruciata in più punti. Scosse la testa, orripilata: "John... John...", non riusciva a pronunciare altre parole, ripetendo unicamente il suo nome. Crollò di colpo, scoppiando in un pianto liberatorio. Koenig strinse l'abbraccio, cercando di calmarla. Anche Victor le fu vicino, cercando di recarle un po' di conforto.

"Victor", Koenig si rivolse allo scienziato, con aria preoccupata, "Le tue pulsazioni... il cuore?"

"Va tutto bene, John", lo rassicurò Bergman, dando un'occhiata al suo biotester da polso, "Sotto i livelli di emergenza... ", tentò anche di sorridere, con evidente sforzo.

La dottoressa Russell si riscosse, cercando di recuperare il controllo dei suoi nervi. Si scostò dal comandante, ricomponendosi, ravvivandosi i capelli spettinati. "John... come stai? Quel... quel...", gesticolò, indicando l'uniforme imbrattata, "Devi toglierti subito la casacca, non sappiamo se quella sostanza, quel... sangue...", non riuscì a completare la frase, ancora molto scossa.

"Sto bene, Helena, stai tranquilla, non credo di stare correndo rischi", Koenig fissò a sua volta la divisa. Le tracce gelatinose stavano evaporando a vista d'occhio, scomparendo quasi senza lasciare traccia. Dopo qualche istante, l'uniforme dalla manica nera sembrava essere tornata del suo solito lindore, a parte le bruciature.

"Nessuna evidenza fisica, John", commentò Bergman, a bassa voce, "Nessuna traccia... proprio come allora".

L'Aquila si era nel frattempo staccata dalla nave Ultra e aveva puntato il suo becco verso la Luna che si stava allontanando nello spazio. Carter impresse ai quattro motori al plasma la massima potenza, per allontanarsi al più presto dal cimitero spaziale. Lo schermo a lato del portello, rimasto in funzione, mostrava i relitti delle astronavi scivolare via ai lati, uno dopo l'altro, con tutti i loro segreti. Alle spalle dei quattro Alphani si illuminò lo schermo delle comunicazioni, il volto serio di Paul Morrow occupò il quadro: "Comandante, tutto bene?", s'informò, ansioso.

Koenig si voltò verso il monitor: "Stiamo tornando, Paul. Dica al dottor Mathias di raggiungerci alla rampa con una squadra medica. Abbiamo avuto una perdita... Tony Cellini ha combattuto con il suo mostro e lo ha ucciso ma...", la sua voce s'incrinò per l'emozione, "... non è più con noi", concluse, mestamente.

Morrow, annuì, anche lui profondamente colpito dalla tragedia: "Provvederò ad informare il personale di Alpha. Comandante... quelle navi. Si stanno muovendo. Sembra che la forza che le teneva aggregate tra loro sia venuta a mancare all'improvviso. Ogni vascello si sta allontanando per diverse linee vettoriali, dovute all'inerzia e all'interazione col getto dei motori dell'Aquila".

"Grazie, Paul", il comandante tolse la comunicazione, si alzò e selezionò sul monitor un'angolatura visiva globale sul cimitero. Era vero. Le astronavi stavano lentamente allontanandosi una dall'altra, destinate a perdersi definitivamente nell'infinità dello spazio. Al centro di quella straordinaria ragnatela di mezzi abbandonati, che si stavano muovendo secondo traiettorie casuali dovute all'inerzia, la sonda Ultra aveva iniziato a ruotare su se stessa, sempre collegata alla gigantesca nave extraterrestre in un fantastico balletto a due.

"Allora era vero anche questo", considerò pensierosamente Bergman, "In qualche modo quell'essere teneva insieme il cimitero di navi. Ed ora che non c'è più..."

"Ma davvero non c'è più?", si chiese Helena, smarrita, "Lo abbiamo davvero distrutto? Non abbiamo mai saputo se fosse veramente vivo... come possiamo essere certi che ora sia davvero morto?"

"Esisteva, nonostante tutto...", iniziò Bergman.

"Ed ora è stato distrutto, nonostante tutto", completò Koenig, "Tony lo ha ucciso, definitivamente".

Helena si portò le mani sul viso, nascondendolo con un gemito: "Mi dispiace, John... per Tony... ma come potevo, come potevo...?"

"Dimentica questa storia, Helena. Non pensarci più. Ciascuno di noi si è comportato esattamente come avrebbe dovuto comportarsi. Tu, io... Tony. Ora dobbiamo affidarci al tempo... per dimenticare tutti quanti quest'orrore".

"No, John. Non potremo dimenticare. Non potremo mai dimenticare quanto abbia sofferto Tony... anche per colpa nostra. Il nostro aiuto è giunto troppo tardi. Era destino che Tony si confrontasse nuovamente con il mostro, per chiudere i conti... ma i suoi veri nemici... siamo stati noi, per tutto questo tempo. Solo tu gli hai sempre creduto". La dottoressa non riuscì a trattenere le lacrime, nuovamente. Anche Koenig sentì qualcosa che si rompeva dentro. Voleva impedire di abbandonarsi all'emozione davanti ai suoi compagni ma fallì nel tentativo. Si voltò verso lo schermo, nascondendo ingenuamente a tutti i suoi occhi lucidi.

"Comandante", era Irwin, alle sue spalle. Koenig gli si avvicinò, inchinandosi davanti all'agente di sicurezza.

"Irwin... come si sente?"

L'uomo della vigilanza non rispose alla domanda: "Comandante... non lasciamoli lì", si voltò lentamente, cercando gli occhi di Koenig, "Non in quella maniera..."

Il comandante comprese cosa stava chiedendogli l'agente di sicurezza e sentì che era nel giusto. Forse era davvero l'unico modo di comportarsi, un modo antico, vecchio di millenni, il tributo che si rendeva ai grandi guerrieri che erano caduti mentre combattevano per qualcosa... ma anche alle persone più semplici, venute a mancare all'affetto dei loro cari. Le avrebbero affidate ad un fuoco purificatore. Lasciare i corpi dell'equipaggio di Ultra in balia delle fredde correnti siderali era come abbandonarli una volta di più. Koenig prese la sua decisione e chiamò Carter.

"Alan, in che posizione sono rispetto a noi Aquila Due e Tre?"

"Attendono che ci lasciamo alle spalle l'area del cimitero spaziale, poi ci seguiranno", rispose prontamente il capitano.

"Prima l'estremo addio ai nostri amici, Alan. Comunichi ai piloti che una volta oltrepassata per noi la distanza di sicurezza facciano fuoco sulla nave Ultra, laser alla massima potenza".

Carter annuì, dopo una pausa silenziosa: "Si, comandante, capisco. Saremo oltre la zona di sicurezza in tre minuti".

I quattro Alphani nel modulo passeggeri si unirono attorno al monitor sulla parete. Bergman strinse la mano di Helena, Koenig posò le sue sulla spalla della dottoressa e su quella di Irwin, N'Dole fece lo stesso, allo loro spalle. La nave Ultra rimpiccioliva sempre più sul monitor, ma era ancora riconoscibile nella sua snella sagoma fusiforme. L'universo tenebroso sembrava volerla inghiottire per sempre nel buio, come un Titanic celeste, affondato nei golfi abissali del creato. Dai lati dello schermo, dalle invisibili Aquile in postazione, saettarono improvvisamente due fasci luminosi, azzurri, che scoccarono verso il relitto, colpendolo nei suoi centri vitali. L'energia distruttiva del laser azzannò lo scafo della nave, dilaniandolo a partire dal fondo, dai motori, dove i serbatoi d'emergenza di combustibile erano ancora pieni. Esplosioni silenziose, globulari, sbocciarono in sequenza propagandosi lungo l'asse dell'astronave, dilaniando la delicata intelaiatura metallica, procedendo verso la grossa parabola del radiotelescopio e dei pannelli solari, strappando il condotto telescopico che univa le due navi, aggredendo il modulo passeggeri dopo aver disintegrato gli intricati tralicci metallici, facendo deflagrare i lunghi serbatoi a corona attorno all'area vivibile della nave, giungendo infine all'altro capo del mezzo. Il cono aguzzo dell'Aquila Uno, saldato alla nave Ultra, fu scagliato lontano dall'ultima esplosione, roteando senza controllo nel vuoto. La bianca sfera di fuoco si propagò accecante nello spazio, spingendo lontano le navi ancora circostanti, imprimendo loro una spinta inerziale che non si sarebbe più esaurita. Il colosso cui era ancorata l'ormai disintegrata nave Ultra fu bombardato a distanza ravvicinata dai rottami e i detriti della sonda, che danneggiarono gravemente lo scafo esterno e il vertice a bulbo. Il gigantesco cilindro rotolò su se stesso, i suoi condotti d'attracco a croce, che sporgevano da quattro lati, girarono come una smisurata elica prima di essere inghiottiti dalla luce.

Quando lo schermo tornò nero, lo spazio era vuoto. Nessuna nave era più visibile. Il cimitero spaziale era scomparso. Il comandante Koenig spense il monitor, cercando gli sguardi dei suoi compagni. Dolore in quello di Helena, un'infinita tristezza in quello di Victor, smarrimento in quello di N'Dole... solo Irwin lo ricambiò con un silenzioso moto di gratitudine per quel gesto.

"Comandante", riferì Carter, sostituendosi all'immagine esterna, "Aquila Due e Tre ci stanno raggiungendo. Rientro stimato alla base in dodici minuti".

"Portaci a casa, Alan".

Koenig sentì la stanchezza piombargli addosso. Le gambe non lo ressero più, dovette lasciarsi quasi cadere sulla poltroncina, sfinito, davanti a tutti. Doveva ora fare fronte al proprio dolore, e tentare di soggiogarlo in qualche modo. Combatté in silenzio per dodici minuti e nessuno dei suoi compagni poté essergli vicino in quella battaglia solitaria. Non fu in grado di stabilire se alla fine avesse in realtà vinto o perso.


Un grande fuoco notturno ardeva nella savana al di sotto della Montagna della Grandezza, davanti all'isolata capanna di Ngaia, lo sciamano-guerriero dei Masai. Il mostruoso teschio bianco di Mbatian, il due in uno, era stato affisso su una sorta di altare all'interno, una cosa agghiacciante, con le zanne del doppio ordine di mascelle incastrate tra loro, i resti dei due musi uniti assieme privati della maligna luce gialla degli occhi, spenti per sempre. Sotto quell'informe ammasso di ossa c'era la lancia che aveva ucciso la bestia, il sacro coltello e l'opalescente pietra lunare che un tempo era stata al collo di Ngaia. Il suo corpo stava bruciando sulla pira, avvolto dalle fiamme purificatrici, circondato dai più valenti guerrieri della tribù, che innalzavano uno strano canto alle stelle, rendendogli onore. L'abitatore del buio era stato ricacciato nelle tenebre e lo spirito del liberatore, Mbarak, solcava ora i cieli, pronto a tenerlo lontano se avesse nuovamente deciso di ritornare. Ma Mbatian non sarebbe più tornato, non in quei luoghi, perché ora il suo posto spettava a Ngaia... lui sarebbe tornato, al bisogno, per la sua gente, in un modo o nell'altro.

37. Necessità di sapere

E mentre ti guardo, mi chiedo
quali sentieri percorrono i tuoi piedi di sogno,
quali reami spettrali vedi
con gli occhi chiusi a me e al mondo.

H. P. Lovecraft, To a Dreamer


Gli eventi che erano stati l'epilogo della tragica storia di Anthony Cellini furono resi noti al personale di Alpha, parzialmente. Il comandante Koenig ritenne doveroso che si risapesse la verità e che il credito postumo dovuto all'ex comandante della Missione Ultra fosse ristabilito una volta per tutte. Ma non rese di dominio pubblico ciò che solo lui, oltre alla dottoressa Russell e al professor Bergman, aveva saputo in confidenza dal vecchio amico, il vero motivo per cui Tony Cellini avesse cercato per tutto quel tempo di incontrarsi nuovamente col suo mortale nemico.

Alcuni giorni dopo la traumatizzante esperienza vissuta sul relitto della nave Ultra, Koenig si diresse verso l'alloggio sigillato di Cellini, desideroso di restare solo coi propri pensieri, almeno per una manciata di minuti. Sentiva ancora un fastidioso fischio nelle orecchie, ben peggiore di quello provato mesi prima, durante il bombardamento subito da Alpha nella guerra spaziale tra i pianeti Beta e Delta, e le sue ultime nottate erano state ben grame, con continui incubi e il lacerante grido elettronico del mostro che ne era colonna sonora. I risvegli erano piuttosto penosi, moderatamente allietati dalla certezza che ormai solo nei sogni avrebbe potuto udire nuovamente quelle cacofoniche esplosioni sonore. Tony Cellini aveva posto fine all'esistenza di quell'essere ed inconsciamente Koenig pensò che avrebbe potuto trovare un po' di sollievo proprio nel suo alloggio.

Assicurandosi che non vi fosse nessuno in giro che potesse vederlo, il comandante ordinò al computer centrale, tramite il suo commlock, l'apertura del battente di ingresso. L'ambiente era immerso nella semioscurità, solo due pannelli d'emergenza a muro, di colore verde, erano attivi e offrivano accettabili spiragli luminosi. Un debole gioco di luci era offerto anche da alcune spie sulla colonnina di comunicazione. L'intero alloggio era stato privato di energia per risparmiare sull'erogazione dei generatori, come si era soliti fare quando qualcuno su Alpha moriva. Se l'occupante dell'alloggio era solo, nulla di quanto gli apparteneva veniva toccato, salvo motivata richiesta di terzi, semplicemente si provvedeva a sigillare la stanza, de-energizzandola, e purtroppo molti quartieri appartenuti agli astronauti della piccola comunità alphana erano ormai deserti.

Koenig sospirò, dirigendosi verso la comoda poltrona imbottita che si trovava vicino alla fila di finestre rettangolari, dalle quali ammiccava un lontano asterismo cosmico, brillante di grappoli stellari. Si sedette, lasciando che il suo sguardo spaziasse lungo le pareti, dove erano appese le armi tribali africane. Si soffermò in particolare là dove sapeva si fosse trovata in origine l'accetta che Tony aveva scelto per combattere il mostruoso essere.

"Il dono del suo amico Masai... l'acciaio con cui ha ferito mortalmente quella creatura", pensò Koenig, "Forse, chissà, un vero e proprio amuleto... mi chiedo, se non l'avesse perduta nella lotta... se vi fosse stata la possibilità che potesse sopravvivere. Ma conosco la risposta. Tony era giunto alla fine del suo viaggio, là dove voleva arrivare, per trovare ciò che gli era stato sottratto... e aveva un solo modo per poterlo fare".

Sapeva che non aveva senso ora abbandonarsi alle riflessioni. Ogni cosa era andata come doveva andare. Tutto quel che desiderava in quel momento era restare per qualche minuto in raccoglimento, lasciare che i pensieri si formassero, se dovevano, senza la sollecitazione di particolari stimoli, o recriminazioni. Ma in realtà non sapeva esattamente perché si fosse recato lì.

Udì alle sue spalle il sibilo del pannello d'ingresso che si apriva. Ebbe un moto d'irritazione... chi poteva essere? Nessuno ne avrebbe avuto l'autorizzazione da parte sua, a meno che... fece ruotare la poltrona girevole e comprese.

Sulla soglia illuminata c'era Derek Irwin. Solo gli uomini della vigilanza potevano avere accesso in ogni locale della base grazie ai loro commlock speciali. Evidentemente Irwin aveva atteso che il comandante facesse il suo ingresso nell'alloggio di Cellini, poi aveva deciso di raggiungerlo. E Koenig capì infine che era lui il motivo per cui egli stesso si era recato lì... lui la persona che avrebbe voluto incontrare, per parlare.

"Comandante Koenig", iniziò timidamente Irwin, "Mi scusi se la disturbo, io..."

"Irwin, venga avanti", l'invitò cordialmente Koenig con un cenno, "Credo proprio che la stessi aspettando".

L'uomo della vigilanza mosse alcuni passi, piuttosto impacciato.

"Non abbia timore, si segga pure", disse Koenig, sorridendo, "Avrei dovuto cercarla io stesso, in questi giorni. Sono lieto che sia venuto qui".

Irwin sedette su una sedia ergonomica, accanto al tavolo. Si sentiva palesemente in imbarazzo, quasi non avesse il coraggio di esprimere a parole ciò che sentiva dentro. I due restarono in silenzio alcuni minuti poi il giovane vigilante parlò per primo, sommessamente: "Comandante, vi sono delle cose... che io non capisco ancora. Ma sono sicuro che lei abbia le risposte che sto cercando".

"Forse, Irwin... qualcuna senz'altro. Ma temo che l'essenza di tutto quanto è accaduto negli ultimi giorni... se mai ve ne fosse una... sfugga ancora anche a me".

L'agente annuì, poi fece qualche tentativo di riprendere il discorso, ma evidentemente, anche se lo aveva preparato prima, mentalmente, ora si trovava in difficoltà a porre le domande che lo tormentavano. Koenig, sorrise, comprensivo, e cercò di venirgli incontro. "Irwin, non cerchi le parole per dire ciò che tutti coloro presenti su Alpha e in qualche modo coinvolti nella Missione Ultra hanno già tentato di fare in mia presenza. Non servono né scuse né giustificazioni. Ognuno di noi si è comportato com'era giusto che si comportasse. Semplicemente, la storia narrata da Tony Cellini era troppo oltre la nostra capacità di comprensione, troppo incredibile per tutti. Non si accusi inutilmente, ora, come già altri stanno facendo, nessuno poteva comportarsi diversamente. E forse questo vale in special modo per lei. Dobbiamo lasciarci alle spalle tutto quanto, dimenticare".

"Io venni qui, al suo arrivo su Alpha", iniziò allora Irwin, sommessamente, "lo minacciai, lo ritenni colpevole della perdita di Juliet... ci fu una specie di colluttazione. Se ripenso a questo, dopo averlo visto morire in quel modo..."

"Lo so, Irwin, lo so. Ma come le ripeto... dimentichi tutto questo".

"Ma, comandante...", insisté Irwin, accalorandosi, "Il fatto è che allora... mi convinsi, seppur inconsciamente, che Cellini avesse ragione. Sentii in lui qualcosa... qualcosa che si promanava dal suo spirito, come una forza straordinaria, mi parve quasi in grado di trasmettere ciò che provava, il suo dolore... e anche qualcos'altro. Me ne andai sapendo che sarebbe arrivato quel giorno, quel giorno che aspettava... anche se non potevo ammettere con me stesso che potesse aver davvero ragione".

Koenig lo fissò, senza parlare, e Irwin trovò il modo di proseguire: "Prima che uscissi di qui, disse alcune parole che non ho dimenticato, qualcosa come... Io farò in modo che tutta la luce... che erano Monique, Juliet e Darwin... venga liberata... sì, proprio così, furono queste le sue esatte parole. Lei, comandante, capisce cosa intendeva dire?"

Koenig rifletté, lanciando un'occhiata fuori dalle finestre, verso le distese delle spazio: "Credo di sì, Irwin... ora lo capisco. Ma lei ha davvero intenzione di sapere come sono andate le cose, compatibilmente a quanto io stesso ritengo di aver compreso?"

"Perché me lo chiede?"

"Perché questa vicenda è... per molti versi qualcosa di terribilmente tragico, di orribile, di... intollerabile a pensarci, specie per chi, come lei, ha perso una persona che amava, la propria donna, eppure ha anche risvolti che non esiterei a definire meravigliosi. Sarà in grado di dare il giusto peso a questi due aspetti? Dimenticare l'uno e concentrarsi sull'altro?"

Irwin prese tempo nel rispondere, poi disse: "Continuerei a pensarci su, cercherei la risposta all'infinito se restassi all'oscuro... sì, comandante, voglio sapere tutto".

Koenig si portò una mano alla fronte, concentrandosi e cercando di scegliere con cura le parole giuste: "Irwin", iniziò, cautamente, "la risposta alla domanda che mi ha fatto non è semplice e richiede una certa dose di apertura mentale... io stesso ho faticato molto a convincermi che ogni parola detta da Tony Cellini, sia in via ufficiale che in confidenza, fosse la pura verità. Certo che ora che tutti noi abbiamo visto quella creatura... che non doveva né poteva esistere... è molto più facile accettare anche l'incredibile. Ma sto divagando... quello che lei deve sapere è questo", attese qualche secondo, poi riprese, deciso a non nascondere nulla, "per tutti questi anni, Cellini è stato ossessionato dall'immagine di quella creatura... la combatteva ogni notte, desideroso di potersi confrontare una seconda volta col mostro che aveva annientato il suo equipaggio, ucciso la donna che amava... ma non si trattava di semplici incubi, né di proiezioni mentali del suo profondo desiderio di vendetta. No, Irwin, era qualcos'altro...", si interruppe, fissando l'agente di sicurezza, "... qualcosa che forse ha sentito anche lei, sulla nave Ultra. Mi dica, che sensazione ha provato, quando ha fissato quell'occhio incandescente?"

Irwin esitò, irrequieto, incerto, poi rispose: "Ho provato... qualcosa di terribile. Il desiderio di lasciare la colonnina portante e gettarmi in mezzo a quei tentacoli... non ero più in me, per alcuni secondi, poi ho sentito che quell'impulso si indeboliva, fino a svanire. Quando lei ha colpito il mostro con l'accetta, è sparito di colpo. Anche N'Dole dice di aver provato la stessa cosa..."

Koenig annuì: "È esattamente quanto ho provato io quando i tentacoli mi hanno afferrato. Quell'essere aveva il potere di entrare nelle nostre menti, annullando la nostra volontà, ipnotizzandoci e inducendoci a voler diventare il suo cibo... Tony me lo aveva confidato, tempo fa. La forza di quell'essere era la nostra debolezza interiore. C'è dell'altro... durante il suo primo confronto con il mostro Tony è riuscito a fuggire, sì... ma in un certo qual modo, tra lui e quella piovra si è instaurato una sorta di legame telepatico, che attraverso gli incubi ricorrenti di Cellini si è consolidato nel tempo... un legame che poteva giungere addirittura a fargli perdere, per pochi, terribili istanti, la cognizione della sua stessa natura umana".

"Comandante, non la seguo", confessò il vigilante, scuotendo la testa, "Vuole dire che Cellini, per tutti questi anni, ha dovuto lottare per soffocare il legame che si era instaurato tra lui e quel..."

"No, non è così. Tony ha sofferto atrocemente cercando invece di non perdere quel legame, convinto che solo così, attraverso questo contatto, avrebbe potuto ritrovare un giorno il suo nemico, nello spazio. Ma quel che era peggio, quel che più di tutto lo torturava... era il fatto che quando la sua mente si dissolveva in quella del mostro, lui diventava parte di quella creatura, sovrapponendosi ad essa. Allora, a tutti gli effetti, lui era il mostro... e doveva sopportare di vedere, provare e sentire tutto ciò che i sensi della creatura trasmettevano. La sua fame inesauribile, la sua totale alienità... quando la fusione tra queste due entità era completa, Tony non era più un uomo. Era quella creatura... l'essere che uccideva prosciugando d'ogni energia le sue vittime. Ed era costretto a sperimentare, esattamente come se ne fosse stato lui il responsabile, la morte di Monique Bouchere, Juliet Mackie, Darwin King e tutti gli sfortunati extraterrestri di quelle navi abbandonate".

"Un momento", trasalì Irwin, sobbalzando, "Lei sta parlando di un caso di... transfert tra Cellini e il mostro?"

Il comandante scosse la testa: "Più giusto dire un caso di simbiosi, Irwin. Provi solo ad immaginare, ed è questo l'aspetto più terrificante di questa vicenda, cosa potesse voler dire, ogni notte, avere la certezza assoluta di stare uccidendo in quel modo inumano la donna amata, sentire le sue grida, risucchiarne la vita...", a Koenig mancarono le parole, sopraffatto dall'orrore a quel pensiero. Anche Irwin impallidì visibilmente, comprendendo appieno il significato di quella situazione insostenibile.

"Tony era convinto che si trattasse di una specie di richiamo da parte del mostro", continuò il comandante, "qualcosa che lo inducesse a non dimenticare mai il loro prossimo ed ultimo appuntamento. Questo deporrebbe sull'intelligenza di quella creatura, che sempre secondo Tony avrebbe avuto paura che l'unico superstite scampato alla morte e a conoscenza della sua esistenza potesse costituire per lei una minaccia... lo rivoleva, per farlo definitivamente suo. Ma anche Cellini la voleva... per distruggerla".

"Ma come ha potuto... per tutto questo tempo... sopportare una tale situazione? Sentirsi colpevole della morte di tutti quegli esseri, tollerare il pensiero di potere essere stato lui stesso ad uccidere i suoi amici, la sua donna?", si chiese Irwin, costernato.

"Lo ha fatto... ha attinto da sé ogni briciolo di forza interiore e c'è riuscito, spinto anche da un'altra convinzione, maturata proprio grazie a quel legame telepatico col mostro. Non so se sia mai riuscito a comprenderne la natura, o da dove venisse. Ipotizzava fosse una specie di emissario in questo universo, un intruso proveniente da altri continuum spazio-temporali. Ha mai letto Lovecraft, Irwin?"

"Sì, quando ancora studiavo... capisco quel che vuole dire".

"Bene, Tony era riuscito a carpire qualcosa, dai periodi in cui la simbiosi con quella cosa era totale, qualcosa che lo ha indotto a credere, con certezza... che il mostro non aveva esattamente ucciso le sue vittime, ma in un certo modo si cibasse di quell'energia vitale che ogni essere umano possiede, immagazzinandola in sé, godendone senza mai consumarla del tutto ma desiderandone sempre di ulteriore. Il principio vitale, per alcuni l'anima, la forza misteriosa che è alla base dell'enigma della vita... ciò di cui quella creatura aveva davvero bisogno per alimentarsi. E poiché questa energia è la fonte dell'esistenza, la matrice di ogni cosa, la parte più indistruttibile, incorruttibile, pura di noi, a differenza del nostro involucro esteriore, il corpo, che finisce col perire, col dissolversi nel tempo... Tony ha finito col credere che Monique, e tutti gli altri, umani e non, non fossero completamente morti, ma che vivessero ancora prigionieri del mostro".

Il comandante si sporse verso Irwin, che ascoltava a bocca aperta.

"Allora, l'istinto di vendetta che covava in sé si è modificato... certo, avrebbe distrutto quella cosa, ma ora la molla che lo spingeva era un'altra. Tornare al cimitero di navi, affrontare l'essere, ucciderlo... per liberare le energie vitali imprigionate, appartenute agli astronauti di quelle navi, tutte!".

John Koenig sospirò, poi riprese a parlare: "Ecco quindi cosa lo ha sostenuto... il pensiero che ora non si trattava più di semplice vendetta ma di una sorta di missione, con lo scopo di liberare quel quid vitale, l'essenza di Monique, di Juliet, di Darwin che il mostro aveva rubato loro... i loro corpi erano stati distrutti dall'essere ma la loro energia vitale no".

"Voleva liberare la loro luce... così ha detto". L'agente di sicurezza ebbe un tremito, si alzò, stringendosi una mano nell'altra, a pugno, respirando a fatica. Accettare tutto quello che Koenig gli stava rivelando sembrava essere al di là della sua capacità di sopportazione. Il comandante lo comprese.

"Si segga, Irwin. Lo so che è dura, specialmente per lei. Ma non si concentri sull'aspetto più terrificante di tutto ciò... si concentri su quello più meraviglioso. Sul fatto che la morte fisica non sia la fine di tutto, che qualcosa di noi sopravvive, torna a fondersi con la materia di cui è fatto l'universo, probabilmente per rigenerarsi in altra forma. Cellini può avere provato tutto questo e allora noi non avremmo più il diritto di piangere i nostri compagni che non ci sono più. Mi capisce, Derek?"

L'uomo della sicurezza riprese il controllo, tornando a sedersi. "Vada avanti, comandante, ora sto meglio".

"Ogni cosa che ci è capitata dopo il 13 settembre 1999", considerò quindi Koenig, "sembra collocarsi in un grandioso disegno cosmico prestabilito... lo abbiamo saputo quando abbiamo attraversato il sole nero, ce lo ha riconfermato poi Arra di Atheria. Tony credeva in questo Schema delle Cose e aveva accettato il suo posto in esso. Si è preparato per cinque anni al suo appuntamento col mostro. L'esplosione dei depositi di scorie atomiche, il passaggio nel sole nero, le navi di Beta e Delta che lui già aveva visto in quel cimitero spaziale, un sacco di indizi lo avevano reso certo dell'imminenza di quell'incontro. L'orrore della morte dei suoi compagni e la conseguente brama di vendetta si era però mutata nell'impellente esigenza di salvare, liberare, quel poco di loro... o forse dovrei dire la parte più importante di loro, Irwin... che era rimasta intrappolata nella creatura. E così, infine, ha fatto".

Koenig si interruppe, raccogliendo i pensieri per un istante: "Faccia a faccia con quell'essere morente", riprese, cercando gli occhi di Irwin, conscio dell'importanza di quanto stava per dirgli e ansioso che il suo messaggio fosse recepito bene, "ho capito che in realtà io avrei inflitto solo il colpo di grazia con quell'accetta. Il mostro era già morto, Irwin... Cellini lo aveva ucciso. Avrebbe potuto ancora inghiottirmi ma il suo fato era decretato, i tentacoli perdevano sensibilmente forza. Quando il suo occhio è esploso, riversandosi all'esterno... io ho percepito chiaramente l'energia che conteneva, l'essenza di tutte le sue vittime, riversarsi fuori, libera, disperdendosi nel tessuto stesso dell'universo, risolta finalmente in quegli elementi eterni ed immutabili che sono tutto intorno a noi. Mi creda, Irwin... ora è davvero finita, e ogni essere inghiottito da quella creatura spaventosa è in pace. Cellini, Monique, Juliet e Darwin... tutti. Tragga un reale sollievo al suo dolore credendo fermamente a quanto le sto dicendo".

L'agente di sicurezza annuì, gli occhi lucidi, in silenzio. Non parlarono per alcuni minuti, ciascuno immerso nei propri pensieri ma c'erano altre domande che assillavano l'animo ora più sollevato di Derek Irwin.

"Penso che lei abbia ragione, comandante, e la ringrazio per avermi parlato. Ora finalmente potrò accettare quanto è accaduto e forse, col tempo, farmene anche una ragione... addirittura dimenticare, come suggerisce lei. Ma c'è ancora una cosa che non capisco".

Koenig gli fece un cenno, invitandolo a proseguire.

"Se Cellini aveva ucciso il mostro... se aveva vinto, alla fine... perché ha ceduto all'ultimo istante? Comandante, abbiamo visto tutti. Ha deliberatamente tagliato i tentacoli che lo trattenevano dall'essere inghiottito, non appena si è reso conto che eravamo arrivati per aiutarlo ha fatto in modo di... di...", lasciò la frase in sospeso, "Poteva salvarsi. Non lo ha fatto... ha cercato la morte. Perché?"

Koenig intrecciò le mani sulle ginocchia. "No, Irwin", rispose, a bassa voce, "Tony non ha desiderato la morte. L'ha sempre affrontata e vinta, l'ha scacciata lontano da sé, non l'ha mai cercata ma tenuta a bada quando si presentava. Il fatto è che... vede, per tutto questo tempo Cellini ha studiato un piano in previsione del suo ultimo incontro con il mostro, un piano che ha eseguito alla perfezione, usando noi stessi per i suoi fini, senza che potessimo sospettarlo".

"Non riesco a seguirla", ammise affranto il vigilante.

"Glielo spiegherò. Bisognava aver conosciuto molto bene Tony Cellini per poterlo comprendere. In un certo senso le accuse che gli sono state rivolte dalla dottoressa Russell contenevano un bel po' di verità. Era un individualista esasperato, un uomo che non poteva accettare la sconfitta, che doveva ottenere quel che si era prefisso. Sempre, in ogni caso. E quando un uomo del genere ama, allora non conosce ostacoli davanti a sé. Avrebbe dovuto morire cinque anni fa come i suoi compagni, non lo ha fatto. Avrebbe dovuto morire in quell'incredibile viaggio di ritorno da Ultra, non è successo. Perché lui non l'avrebbe acconsentito, mai. Doveva avvisare il genere umano di quella minaccia, doveva vivere per poterlo fare e dopo, quando nessuno gli ha creduto, avrebbe dovuto vivere per porre fine all'esistenza di quella cosa, con la sua volontà. Vendetta, desiderio di liberare le forze vitali fagocitate dal mostro... ma anche un'altra cosa. Riavere ciò che gli era stato tolto. Monique Bouchere, la donna che amava. Così...", il comandante tornò ad appoggiarsi allo schienale della poltrona, "... così ci ha usati. Si è impadronito di Aquila Uno per raggiungere la nave Ultra e combattere col mostro, senza che noi potessimo interferire. Una pazzia, un'azione irresponsabile che avrebbe dovuto provare la sua instabilità mentale? No, affatto. Tutto programmato. Doveva essere solo, lassù, per fare quel che andava fatto... si è scontrato col mostro, lo ha ferito mortalmente. Ma prima di vederlo morire, voleva costringerlo a restituirgli la persona che amava, o l'essenza di lei. E c'era un solo modo per poterlo fare... raggiungerla, là dove si trovava. Nel mostro."

Irwin ebbe un moto di raccapriccio, comprendendo all'improvviso.

"Sì, Irwin", confermò Koenig, continuando a parlare, "Cellini ha scelto di andare da lei e si è fatto ingoiare dalla creatura morente. Può sembrarle una cosa terrificante ma io ora non lo penso più... per pochi, brevi, spero felici istanti le loro energie vitali si sono congiunte, si sono fuse assieme in un'unità che nessuno di noi potrà mai immaginare o sperimentare. Ma Tony sapeva che sarebbero state comunque prigioniere in quell'essere, che bisognava liberarle in qualche modo... ed ecco quel che ha pensato. Di usarmi, affinché calassi l'accetta in quell'unico punto debole della creatura, l'occhio luminescente. E se sono vivo per poterlo raccontare, Irwin, è perché lui mi ha aiutato all'ultimo momento..."

Al comandante mancò il fiato, sentendo un groppo che gli si formava in gola. Dovette riprendersi, prima di poter proseguire.

"Nonostante le ferite subite, c'era ancora abbastanza forza ipnotica nel mostro per soggiogare tutti noi e chissà, forse facendolo sarebbe sopravvissuto, avrebbe risanato quegli squarci orrendi... il suo influsso mi ha colpito, e già sentivo di non poter fare altro che gettarmi a mia volta nell'intrico di tentacoli. Ma poi ho sentito una voce nella mia mente, la voce di Cellini, che dall'interno della creatura, dove la sua essenza vitale era stata assorbita, mi ridava forza per resistere alla fascinazione. Ho udito delle parole, ho sentito la sua energia spronarmi a colpire a fondo... la volontà del mostro è stata vinta dalla sua, più forte, ed io ho potuto attaccare, affondargli l'accetta nell'occhio. Se non era per lui, non ce l'avrei fatta. Così, l'ultima parte di quell'incredibile piano ideato da Cellini è andata a buon fine... la liberazione della luce, dalla carcassa della creatura".

"È incredibile", sussurrò Irwin, allibito e costernato dal racconto che aveva sentito, "È qualcosa di... di... folle ma al contempo straordinario!"

"È andata proprio così. Con le orecchie che mi scoppiavano, ho creduto ancora di sentire la sua voce, che si accomiatava da noi. Forse l'ho solo immaginata. Forse ho immaginato tutto... ma ugualmente è a lui che devo la mia vita. E se ci fosse dell'altro da sapere, di tutta quest'incredibile vicenda, non so chi possa conoscere le risposte... forse solo uno sciamano africano, che vive alle pendici del monte Kilimanjaro... Io so solo che Tony ha voluto che io fossi Mbarak, il liberatore. Ah, lasci perdere, Irwin. Queste sono cose che non può sapere e che riguardavano solo me e Tony".

I due uomini, l'uno in manica viola e l'altro in manica nera, restarono poi in silenzio nell'alloggio immerso nella penombra.

"Ora, Irwin, sa come sono andati tutti i fatti. Spero sappia anche trarne la forza necessaria per guardare al futuro, collocare tutto quanto è accaduto in un suo Schema delle Cose, accettarlo e ricordare quanto un uomo come Tony Cellini è riuscito a fare... anche per lei".

Irwin si alzò, il viso scosso ma anche rinfrancato: "Avrei voluto conoscerlo meglio... la invidio, comandante Koenig, perché lei è stato sempre molto vicino a Cellini. Penso sia bene che vada, senz'altro vorrà stare un po' da solo qui. Grazie per tutto quel che ha fatto e mi scusi se l'ho disturbata".

Il comandante si alzò a sua volta, sorridendogli con simpatia: "Stia tranquillo, Irwin, si prenda qualche giorno di riposo. Dimentichi l'orrore, tenga a mente solo quel che di straordinario implica questa vicenda".

"Lo farò, comandante". Si strinsero calorosamente la mano, poi Derek Irwin uscì dall'alloggio dell'astronauta. Rimasto solo, Koenig andò ad affacciarsi ad una delle vetrate rettangolari. Fuori, oltre le basse colline lunari, nel cielo nero e stellato, brillava il lontano asterismo cosmico, verso cui la Luna vagabonda si stava dirigendo. "Mbarak", rifletté mentalmente il comandante, "Quella strana parola che la voce di Tony ha ripetuto mentre lottavo col mostro, per incitarmi, darmi la forza... mi è rimasta impressa, per quanto non ne conoscessi il significato. Cosa mai poteva voler dire, perché è stata pronunciata? L'ho cercata nelle memorie del computer centrale, invano, forse perché non ero in grado neppure di scriverla correttamente. È stato David Kano, quasi per caso, alle mie spalle, mentre mormoravo sottovoce quel termine, ormai rassegnato a non scoprirne mai il senso, ha darmene la traduzione. Era una parola africana, kenyota, e significava "liberatore". Questo Tony voleva che io fossi per lui... per Monique, per tutte le creature cadute vittima del mostro. Il mio ruolo nel suo terrificante piano d'azione".

Il comandante si appoggiò alla vetrata, lasciando che lo sguardo vagasse nell'infinità cosmica.

"Le domande non poste, le risposte mancanti...", pensò Koenig, "Era l'unica creatura di quel genere ad infestare il nostro universo? Da dove veniva in realtà, da quale abisso d'orrore? È davvero morta? Ve ne saranno altre? Altri occhi ardenti dai molti bulbi? Questo universo, come saggiamente aveva compreso Lovecraft, è un indifferente coacervo di meraviglie e di orrore, al di là dei nostri ingenui concetti di bene e di male. Dove sei ora, Tony Cellini, quali mirabolanti panorami alieni stai contemplando nella tua nuova forma di esistenza? Hai ottenuto tutto quel che volevi... e' mia convinzione che anche il tuo ultimo desiderio sia stato soddisfatto... tu e Monique, al di là del tempo e dello spazio..."

Le sue orecchie mandarono una fitta, cominciando nuovamente a fischiare. Il dottor Mathias, dopo il controllo medico, gli aveva assicurato che tutto sarebbe tornato normale entro pochi giorni. Il sibilo si accrebbe, oltre le soglie d'udibilità.

È andata bene, John. Grazie, amico mio, addio.

Koenig trasalì. Stava ancora immaginando la voce di Cellini? Al diavolo, perché chiederselo? Avrebbe comunque risposto.

"Arrivederci, Tony".

No, aveva sbagliato a raccomandare a tutti i protagonisti di quella vicenda di dimenticare. Lui avrebbe ricordato, tutto, per sempre. Lo doveva ad Anthony Cellini.

38. Epilogo

(...) erano sopravvissuti un pensiero ed una visione
appartenenti alla (vita) di un sognatore
ed era stato ricreato un mondo della veglia
per incarnare e giustificare tali cose.

H. P. Lovecraft, The Dream-Quest of the Unknown Kadath.


Un sogno si sviluppò, da qualche parte, ma non era chiaro da quale fonte, chi fosse il sognatore. Presto sarebbe finito nel luogo dove finiscono tutti i sogni.


"Che spettacolo, Ngaia... ancora una volta qui, sotto la Montagna della Grandezza".

"Uomo delle stelle, questo è il nostro universo... vorrei portarti lassù con me".

"Cosa te lo impedisce? È il momento giusto per andarci... mi pare ancora incredibile sentirti parlare come un uomo della mia razza".

"Ancor più incredibile e divertente il fatto che io senta te esprimerti nella lingua di un vero Masai".

"Siamo in un sogno, amico mio?"

"Sì, in un sogno... forse tuo, forse mio".

"Credi che Monique avrebbe piacere di venire con noi?"

"È la tua donna, Tony Cellini, lo dovresti sapere... chiamala".

"Chi incontreremo lassù, Ngaia?"

"Non lo so... lo scopriremo, uomo delle stelle, ora possiamo vedere anche gli dei danzare sulla vetta innevata".

"Lo scopriremo, sì... siamo in tre per poterlo fare".


1 Forma di saluto e augurio di alcune tribù dell'Africa orientale. ^

2 Spiriti delle Tenebre (1996) di Stephen Hopkins. ^

3 Bwana Devil (1952) di Arch Oboler. ^

4 Stanislaw Lem (1921), scienziato e scrittore di fondamentali romanzi di fantascienza come Solaris, L'invincibile, Ritorno dall'universo, Cyberiade, I racconti del pilota Pirx. ^

5 Boris (1933) e Arkadi Strugatski (1925-1991), autori dei romanzi di fantascienza Picnic sul ciglio della strada (noto anche come Stalker) e Difficile essere un Dio. ^

6 Lo strumento polifunzionale in dotazione a tutto il personale della base, simile ad un vecchio accendigas piezoelettrico, che permette di accedere in tutti i settori di Alpha comuni, fa da videotelefono portatile anche sulle distanze planetarie, è dotato di computer e può essere utilizzato per tutta una svariata serie di servizi. ^

7 Sedna è stato in realtà scoperto nel 2004, ha un diametro di 1700 Km, dista dal Sole oltre 13 miliardi di Km e ha un'orbita molto ellittica, con periodo di rivoluzione di 12.259 anni. Il suo nome deriva dalla dea dei mari eschimese. ^

8 Reaction Control Thruster, quattro piccoli razzi disposti a croce, uno per ogni punto cardinale, che servono a stabilizzare l'assetto del modulo. ^

9 Alan Bartlett Shepard (1923-1997), astronauta statunitense, primo americano a compiere un volo suborbitale di 15 minuti sulla capsula Freedom nel 1961 per il Progetto Mercury, è stato anche tra i dodici uomini a metter piede sulla Luna (Apollo 14). ^

10 In effetti le parole esatte furono: "Mio Dio, ti prego, fa' che non mandi tutto a puttane" e furono udite dall'intero Centro di Controllo della NASA mentre Shepard attendeva il "go!" per il lancio. ^

11 Arthur C. Clarke, cap. 33 del romanzo 2001: odissea nello spazio. ^

12 Rollerball (1975) di Norman Jewison. ^

13 L'attore Shane Rimmer interpreta il ruolo dell'astronauta Kelly nell'episodio "Il cervello spaziale" (1-21). ^

14 Benvenuto Cellini (1500-1571), scultore ed orafo fiorentino dalla vita avventurosa e spericolata, compose l'autobiografia Vita, dove narra i fatti salienti della sua rocambolesca esistenza. ^

15 H. P. Lovecraft, L'abitatore del buio. ^

16 Edgar Allan Poe, L'uomo della folla. ^

17 H. P. Lovecraft, Il colore venuto dallo spazio. ^

18 Virgil Ivan "Gus" Grissom (1926-1967), astronauta statunitense, secondo americano a compiere un volo suborbitale di 15 minuti sulla capsula Liberty Bell nel 1961 per il Progetto Mercury, poi assegnato al Progetto Gemini. Grissom morì nell'incendio dell'Apollo Uno sulla rampa di lancio assieme agli astronauti Edward White e Roger Chaffe il 27 gennaio 1967. ^

19 Walter Marty Schirra (1923), astronauta statunitense, partecipò a voli del Progetto Mercury, Gemini ed Apollo. ^

20 William Bligh (1753-1817), ammiraglio inglese, causò col suo comportamento intransigente l'ammutinamento del Bounty. Abbandonato in mare dall'equipaggio, riuscì a salvarsi dopo una tragica odissea alla deriva nell'oceano, giungendo al porto di Timor. ^

21 Episodio "Questione di vita o di morte" (1-2) ^

22 Episodio "Nemici invisibili" (1-18). ^

23 Per avere la meglio sulla guerrafondaia Dione di Beta, Koenig era ricorso all'inganno, simulando di voler abbandonare Alpha a bordo di un moonbuggy diretto alla sua astronave ma in realtà riempito di esplosivo ad alto potenziale. Vedi "Nemici invisibili", cit. ^

24 Episodio "Il ritorno del Voyager" (1-12). ^

25 Episodio "Rotta di collisione" (1-13). ^

26 Episodio "Destinazione obbligata: Terra" (1-5). ^

27 Episodio "Gli occhi di Tritone" (1-4). ^

28 Episodio "Sole nero" (1-3). ^

29 Episodio "Fiocco azzurro su Alpha" (1-10). ^

30 Episodio "Gli occhi di Tritone", cit. ^

31 Episodio "Il ritorno del Voyager", cit. ^

32 Episodio "Forza vitale" (1-9). ^

33 Episodio "Fantasma su Alpha" (1-20). ^

34 Episodio "Il cervello spaziale" (1-21). ^

35 Episodio "Il circolo chiuso" (1-15). ^

36 Episodio "Fine dell'immortalità" (1-16). ^

37 Episodio "Gli occhi di Tritone", cit. ^

38 Episodio "Rotta di collisione", cit. ^


Copyright (c) 2009. Reprinted with permission.
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